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(29 Gennaio 2012) Enzo Apicella

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IL GIORNO DOPO

(30 Ottobre 2014)

Sono un uomo d’età, che nella vita ne ha viste di tutti i colori, per
nulla incline alla violenza pur essendo un “mangiabambini comunista”,
eppure, scorrendo i resoconti della stampa di regime sugli scontri di
ieri, a Roma, la mia abituale natura riflessiva è andata a farsi
benedire.
Sono letteralmente furioso, lo sono perché ho scorto un copione già
visto nell’Italia peggiore, quando settori dello Stato amoreggiavano
con le trame nere e regolarmente si trovava l’espediente, più o meno
dialettico, o giuridico, per scagionare i malfattori di Stato.
Renzi dice che ha parlato con Landini, poi, smentito, ma in maniera
furbesca, da Landini stesso, afferma d’essere stato cercato dal vate
sindacale e d’avere scambiato con esso alcuni messaggi.
La prima questione che mi viene in mente è che l’errore squadristico è
stato commesso dando una manganellata anche a Landini. Evidentemente
nessuno aveva informato i responsabili dell’ordine di regime, che le
parole di Renzi, per quel che riguarda la dirigenza sindacale non
dovevano essere prese alla lettera. Un conto è rimetterli al loro
posto di semplici collaboratori e un conto è trattarli come si fa
abitualmente con gli altri, quelli che si oppongono davvero alle
porcherie.
Dov’era Landini quando volavano dal ministero fior di candelotti sui
manifestanti, quando si massacrava di botte migliaia di studenti e
lavoratori, rei di non accettare le misure imposte dal Re e dai suoi
accoliti? Qui nessuno ha detto che si trattava di un equivoco, anzi,
si è negata anche l’evidenza scientifica.
E fosse solo questo il problema. Landini, in quanto dirigente
sindacale, porta tutt’intera la responsabilità dell’obiettivo
isolamento, in cui i lavoratori hanno subito negli anni tutte le
angherie possibili da parte del padronato e del governo.
Mentre con uno stillicidio inarrestabile il padronato faceva quel che
voleva, licenziando, chiudendo fabbriche e quant’altro, anziché
chiamare alla lotta unitaria tutte le categorie, si limitava a fare
ciò che la dirigenza sindacale sa fare meglio, insegnare ai padroni
come la loro bestialità sia “solo” frutto di scelte imprenditoriali
“sbagliate”. Cioè contribuiva a disegnare la dirigenza sindacale come
consulente padronale e parte in causa nella gestione imprenditoriale.
La seconda questione invece, è la constatazione che il processo di
fascistizzazione dello Stato è andato talmente avanti da liberare
dagli orpelli di un controllo, spesso più formale che reale, il loro
operato. Si sentono liberi di eseguire al meglio il loro compito,
sicuri che ci penseranno i superiori a trovare la giustificazione
adatta per spiegare qualsiasi cosa. Del resto a questo si è puntato
nel corso degli ultimi anni, la stessa noncuranza con cui, nelle alte
sfere, si calpesta la legge fondante della Repubblica, la
Costituzione, è il “liberi tutti” per la parte peggiore della società,
sia essa in divisa, in toga, o coperta dal doppio petto di qualche
manager o consigliere d’amministrazione.
Tutte cose già viste, cose per le quali l’arrabbiatura del singolo non
cambierà nulla, sino a quando la somma dei singoli non sarà in grado
di organizzarsi, pensionando “rappresentanti” che “chiamano il capo”
solo perché hanno assaggiato di persona la medicina che “nutre” tutti
i giorni i lavoratori.

G.Angelo Billia

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