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Gli ex alunni della scuola Diaz

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(15 Novembre 2012) Enzo Apicella
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La democrazia del manganello

(31 Ottobre 2014)

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“In questo paese di ladri picchiano gli unici onesti”. Il grido di Landini risuona ancora e sotto i colpi dei manganelli s’incrina quell’immagine edulcorata della repubblica che la CGIL stessa ha tanto contribuito a diffondere.
La reazione più immediata e diffusa è: “la democrazia è stata tradita”, ma si tratta di una risposta ideologica e moralistica, basata su ciò che il regime pretende di essere e non su ciò che risulta dopo un’indagine critica.
Eppure, per capire, basterebbero rileggere i classici di Marx ed Engels (non le dotte conferenze di professori universitari “marxisti” che finiscono per confonderci le idee), oppure anche soltanto “Stato e rivoluzione” di Lenin, che sintetizza e restaura il pensiero di Marx ed Engels sullo stato, sfigurato dalla socialdemocrazia e persino dai maggiori teorici, Kautsky e Plechanov.
Prima ancora che una politica, un’ideologia, una prassi, la democrazia è una forma di stato. E ci sono, nella storia, varie forme di democrazia. Quella antica ateniese, ad esempio, era una democrazia per soli liberi, essendone esclusi e soggiogati gli schiavi. Per il mondo contemporaneo, possiamo semplificando contrapporre due tipi, la repubblica borghese e quella proletaria. Come esempio di quest’ultima, Lenin, che scrisse “Stato e rivoluzione” prima della rivoluzione d’ottobre, poté portare solo la Comune di Parigi.
Nella repubblica borghese, i capitalisti, pur essendo una piccola minoranza, esercitano il potere indirettamente con vari strumenti: il debito pubblico, attraverso il quale tengono l’intera società sotto ricatto del capitale finanziario, la corruzione dei funzionari, l’alleanza del governo con la borsa. Per questi motivi, non sono casuali ma confacenti al sistema, le politiche dei governi dirette a contenere e a reprimere i lavoratori, alternando grandiose promesse con minuscole concessioni, o, soprattutto in periodi di vacche magre, ricorrendo ai manganelli e a gas (proibiti in guerra, ma per gli operai i governi hanno sempre un occhio di riguardo!). Per questi motivi, la dilagante corruzione, la selezione immeritocratica per cui i raccomandati sono sempre i primi, la lotta dietro le quinte degli uomini politici che riescono a restare a galla con l’equilibrio dei ricatti, il crescente divario economico tra una minoranza privilegiata e il grosso della popolazione che stenta sempre più a sbarcare il lunario e tante altre “amenità”, non sono il frutto di un’imprevista deviazione della democrazia borghese, ma di una contraddizione di fondo tra le enunciazioni, contenute in costituzioni spesso molto belle, e la politica reale, fondamentalmente oligarchica, cha fa qualche piccola concessione solo quando il movimento operaio è forte e combattivo.
Contro i socialdemocratici, che volevano eternare questa forma di stato e di democrazia borghese, e anche contro Plechanov e Kautsky che, persino nelle loro opere migliori parlavano di conquista di questo stato, Lenin riprende le posizioni rivoluzionarie di Marx ed Engels.
Lo stato borghese, a causa della burocrazia e del militarismo, diventa sempre più parassitario e costoso. Occorre relegarlo nel museo della storia e sostituirlo con uno infinitamente meno farraginoso e trasparente, di cui la Comune è il prototipo. Nella prefazione all’edizione tedesca del manifesto del 1872 Marx ed Engels dicono che il Manifesto qua e là è invecchiato e che la Comune “ha fornito la prova che “la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta ma metterla in moto per i suoi fini””. Le ultime parole sono prese da “La guerra civile in Francia” di Marx. Il 12 aprile 1871, Marx scrisse a Kugelmann: “Se tu rileggi l’ultimo capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io affermo che il prossimo tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano all’altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla”.
Possiamo ripetere con Engels che la repubblica “come ogni altra forma di governo, è definita dal suo contenuto; finché essa rimane forma della democrazia borghese ci è altrettanto ostile come qualsiasi monarchia…Pensare quindi che la repubblica rappresenti una forma socialista è un’illusione assolutamente imperdonabile. Noi potremo strapparle delle concessioni ma non le affideremo mai la realizzazione dei compiti che ci sono propri…”(2)
Quindi, contro questo stato si deve condurre una lotta per salvaguardare, e se possibile, accrescere, l’agibilità politica e sindacale, per la riduzione per legge dell’orario di lavoro, per la tutela del salario, compreso quello differito, la difesa della salute in fabbrica e fuori, ecc., ma non pensare assolutamente a una sua trasformazione in senso socialista. Per questa, è necessaria una rivoluzione.
La democrazia non è la stessa cosa della libertà – spiega Lenin - perché ogni forma di stato , persino la Comune, rappresenta una costrizione, in questo caso non più contro i lavoratori, ma contro i capitalisti e i loro servi, per impedire loro di riprendere lo sfruttamento.
Per i compagni troppo impazienti, che vogliono il superamento della democrazia con la rivoluzione: la democrazia, abbiamo visto, è una forma di stato, e quindi scomparirà quando, in pieno comunismo, allo stato politico si sostituirà una forma di amministrazione a cui parteciperà l’intera popolazione in piena libertà.

Note
1) Lenin “Stato e rivoluzione, Cap. 4 paragrafo 6, “Engels sul superamento della democrazia”
2) Friedrich Engels, lettera a Paul Lafargue, 6 marzo 1894.

Michele Basso

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