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Tor Sapienza, operatori e antirazzisti unico antidoto alla guerra tra poveri

(12 Novembre 2014)

torsapienza

di
Ex operatore Centro di accoglienza via Giorgio Morandi

Dopo i gravi episodi successi ieri a Roma, nel quartiere di Tor Sapienza, e l'immediato rilancio della guerra tra poveri da parte di Salvini e delle destre più razziste, pubblichiamo la testimonianza e analisi della situazione scritta da un ex operatore sociale di quel centro di accoglienza, che spiega come la guerra tra poveri sia frutto di precise politiche sull'immigrazione e di ripetute privatizzazioni dei servizi sociali.

Ci vediamo a Morandi. Ma che lavori a Morandi? Così tra operatori lo chiamavamo nel periodo in cui ho lavorato li. Non si tratta del longevo cantautore italiano idolo degli anni sessanta, ma del centro di accoglienza aperto con i fondi del progetto “Emergenza Libia” tre anni fa e situato in via Giorgio Morandi, omonima strada nel periferico quartiere Tor Sapienza di Roma. Nella notte tra martedì e mercoledì dei balordi incappucciati l’hanno assediato con mazze e bombe carta mettendo a ferro e fuoco l’intera zona. Gli scontri con la polizia successivi all’assedio sono iniziati alla fine di una tesissima giornata dove numerosi cittadini hanno manifestato contro la presenza del centro accusato di ospitare migranti protagonisti di episodi di violenza e furto.

Ho lavorato per qualche tempo come operatore sociale al centro di Via Morandi ed ho conosciuto tanti ragazzi provenienti dalle regioni subsahariane dell’Africa, da alcune zone depresse dell’Asia e dai paesi coinvolti nelle primavere arabe. Cominciamo subito dicendo che lì dentro stupratori, ladri e spacciatori non li ho mai visti. Ho visto persone molto giovani che fuggivano da contesti di guerra, crisi o carestia in cerca di un futuro migliore in Europa. In cerca di un lavoro onesto e di una formazione adeguata alle loro innumerevoli esperienze. Ho conosciuto persone bloccate in Italia perché le nostre leggi razziste e la burocrazia che ne consegue non gli permette di avere i documenti necessari per espatriare e raggiungere la famiglia in un altro paese UE. Richiedenti asilo che per un trattato europeo chiamato Dublino II sono costretti fino a che la commissione competente non si esprima sulla validità della richiesta a rimanere in Italia contro la loro volontà. Minorenni, che hanno diritto ad avere una tutela a carico dello Stato, avere paura di compiere il loro diciottesimo anno perché il giorno dopo sono fuori da tutti i sistemi di protezione. Per loro nessuna festa in giallo ma solo ansia e paura di essere abbandonati. Ma soprattutto ho conosciuto persone vive ed in carne ed ossa, con storie da raccontare ed emozioni d atrasmettere.

Quando fai questo mestiere (perché di questo si tratta e non di volontariato) instauri una serie di relazioni umane profonde che ti permettono di sentire sulla pelle cosa significa essere migranti e quanto le nostre aspirazioni ed i nostri sogni siano simili. Superare infiniti ostacoli per raggiungere la pace e la tranquillità oggi più di ieri è una condizione che ci accomuna tutti, precari, disoccupati e migranti. Storie ed esperienze di percorsi migratori variegati, ognuno con il suo obiettivo e soprattutto la forza e la tenacia dei protagonisti che supera ogni limite immaginabile. Ragazzi partiti anni fa dai loro villaggi, mesi di traversata del deserto, passati per la Libia come ostaggi delle politiche di Gheddafi verso la UE, messi su un barcone e miracolosamente sopravvissuti ad un naufragio. Giovanissimi che hanno approfittato delle primavere arabe in Egitto e Tunisia per sfuggire dalle violenze settarie che sconvolgono ancora oggi il vicino oriente. Molti di loro invece sono in Italia da un po’ e cercano con ogni mezzo a disposizione, senza causare danno altrui, di sopravvivere nella crisi.

Se solo le donne che manifestavano contro quel centro martedì sera potessero ascoltare queste storie, come le troverebbero simili alle loro e a quelle dei loro figli. Storie di disperazione, paura ma anche di speranza.

Oggi il centro, gestito da una cooperativa sociale, ospita diversi servizi: un centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati, uno SPRAR (un servizio ministeriale per i richiedenti asilo) ed una casa famiglia. Servizi che lo Stato o gli enti locali ormai da anni affidano in appalto a delle cooperative esternalizzando la gestione dell’accoglienza e della solidarietà al miglior offerente. La stessa modalità dei lavori pubblici più o meno, solo che invece della costruzione di ponti e strade si dà in concessione la gestione di servizi primari estremamente delicati. Una prima proposta è sicuramente l’internalizzazione di questi servizi. È lo Stato che deve farsi carico di un problema così sentito nei nostri tempi come l’integrazione e l’inclusione sociale. Questi episodi di violenza e intolleranza sono in primis frutto della privatizzazione selvaggia dei servizi di accoglienza e di una “fuga” dello Stato dai servizi sociali in generale che in quanto tali devono essere gestiti nell’interesse generale. Fuga studiata e voluta da chi ci governa e da chi ogni giorno, ogni Legge di Stabilità di fine anno, taglia i servizi essenziali per ripagare il debito pubblico alle banche e regalare soldi alle imprese che non assumono.

Non si possono fare profitti sull’accoglienza. Non si può esternalizzare la responsabilità politica dell’integrazione sociale in questo momento storico ad un soggetto privato, che seppur (in rare occasioni) guidato da buone intenzioni non potrà mai occuparsi in maniera adeguata dei flussi migratori. Per non parlare poi delle figure degli operatori che lavorano in queste cooperative, veri protagonisti sul campo dei processi di integrazione reale e nello stesso tempo capro espiatorio del fallimento delle politiche migratorie. Dentro quel centro d’accoglienza assediato dai gruppi di balordi c’erano, oltre i migranti, degli operatori che per un contratto precario con poche tutele rischiano ogni giorno di essere vittime della guerra fra poveri che sta esplodendo nel nostro paese. Operatori che, se fosse stato un servizio pubblico, avrebbero avuto gli strumenti di tutela, il salario e le condizioni contrattuali adatte per portare avanti una così difficile missione. Avrebbero risposto come operatori della collettività ad un problema della collettività.

A proposito di guerra fra poveri. Il centro d’accoglienza è situato in un quartiere popolare della città che più degli altri subisce gli effetti devastanti della crisi e delle trasformazioni economiche. Disoccupazione e degrado sono il simbolo del fallimento delle politiche pubbliche nelle periferie di veltroniana memoria e la conseguenza diretta dell’espulsione dei nuovi e vecchi poveri dalla metropoli. Migliaia di italiani e di stranieri vivono in queste immense banlieue abbandonate dalle istituzioni e lontane da quella che è la città intesa come luogo dove si esercitano i diritti di cittadinanza (scuola, salute, trasporti, cultura ecc..). Ultimi, quindi, contro altri ultimi.

Poveri sono anche gli operatori sociali, spesso donne giovani che si trovano a combattere quotidianamente contro un'esistenza precaria. Il loro ruolo però è di fondamentale importanza. Mediatori di conflitti e piloti dei processi di integrazione, in questa sporca guerra se avessero i mezzi a disposizione potrebbero creare quelle camere di compensazione per far parlare persone apparentemente così distanti, ma in realtà così vicine. Insieme ai cittadini antirazzisti potrebbero essere i promotori di un dialogo sociale e culturale utile ad indirizzare la rabbia verso la giusta direzione. Verso chi come i fascisti e la Lega soffia sul fuoco dell’intolleranza per meri fini elettoralistici. Verso i governi che approvano leggi infami e che tagliano servizi pubblici per far arricchire padroni e banche. Verso quel centrosinistra colpevole di aver utilizzato parole come integrazione e cittadinanza per approvare leggi razziste come la Turco-Napolitano che hanno introdotto i centri di espulsione in Italia.

Salvini ha dichiarato nella giornata di mercoledì che nei prossimi giorni andrà a fare visita ai cittadini di Tor Sapienza. Quel giorno sogno una forte risposta popolare di cittadini antirazzisti, operatori sociali e migranti che rispediscano da dove è venuto l’opportunista per eccellenza del momento. Il segretario di un partito che è fautore della peggior legge sull’immigrazione d’Europa. Una legge che collega strettamente l’ottenimento del permesso di soggiorno al possesso di un contratto di lavoro in un paese dove il lavoro non c’è. La legge Bossi-Fini è la maggiore fautrice della condizione irregolare di moltissimi migranti. Un provvedimento che genera poveri ed emarginati da dodici anni perché tali devono restare. Una legge razzista che criminalizza i migranti trasformandoli in merce umana a basso costo in nome del profitto di pochi e del taglio del costo del lavoro. Promossa da un partito, la Lega, che oggi vuole diventare insieme ai suoi alleati fascisti il nuovo Front National italiano alimentando la guerra tra poveri e tutelando come sempre i poteri forti veri protagonisti della crisi.

Quest’ondata può essere arrestata solo da un movimento antirazzista e contro la crisi che denunci chiaramente chi sono i veri fautori del disastro che stiamo vivendo. Un movimento da costruire tutti insieme fin da subito.

communianet.org

Fonte

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