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Germania
Anche nei più efficienti capitalismi lavoratori contro i bassi salari e per riduzioni d’orario

(17 Novembre 2014)

Non esistono paradisi nazionali per i lavoratori nel capitalismo. Anche in quei paesi che il riformismo vuol far passare per esenti dalle pressioni della malmessa economia internazionale la crisi schiaccia le condizioni del proletariato, suscitando reazioni più o meno efficaci. È il caso della Germania dove in ottobre si è avuto il più imponente sciopero delle ferrovie dal 2007, durate tre giorni, e a inizio novembre il più lungo nella storia della Repubblica Federale Tedesca, durato cinque giorni. Anche lo sciopero del 2007 durò 3 giorni e fu il primo dal 1992 di una simile durata. Non solo, dunque, negli immaginari paradisi capitalistici del riformismo i lavoratori sono sfruttati, ma lottano anche più duramente che in Italia, dove uno sciopero nelle ferrovie non può durare più di 24 ore, per legge!

Gli scioperi di ottobre e novembre hanno avuto alta partecipazione, paralizzando il traffico ferroviario in periodi particolarmente critici: il primo nel pieno delle vacanze d’autunno, il secondo durante le celebrazioni per il 25° anniversario della caduta del muro di Berlino, entrambi mentre si gioca il campionato di calcio, che ogni sabato e domenica sposta almeno 100.000 tifosi da una stazione all’altra della Germania.

L’agitazione è stata indetta dal sindacato GDL (Gewerkschaft Der Lokführer) per chiedere aumenti salariali del 5% e la riduzione della settimana lavorativa da 39 a 37 ore. Il grosso dei macchinisti, circa l’80 per cento, aderisce a questo sindacato che esiste dal 1867 e che dal 2002 si è aperto al personale viaggiante. Chiedono un contratto separato (come succedeva da noi in Italia negli anni novanta con il CoMU) e una drastica revisione delle tabelle salariali. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, i macchinisti tedeschi sono tra i peggio pagati in Europa. Il salario netto, dopo due anni di servizio, è di 1.288 euro. Con l’aggiunta di altre voci si arriva a una media tra i 1.438 e i 1.588 euro, mentre un macchinista italiano con la stessa anzianità di servizio ha un reddito netto di 1.850 euro. Il GDL vorrebbe che il salario lordo di un macchinista appena assunto passasse dagli attuali 1.970 euro a 2.500. Vorrebbe poi una progressione salariale col procedere dell’età. Ora il massimo di 2.142 euro lordi si raggiunge dopo sei anni, e lì si resta fino alla pensione. Una situazione che ha portato allo scontro frontale dopo anni di mugugni.

Ma anche in Germania scioperare in questo settore non è semplice. Il settore merci delle ferrovie tedesche è gestito da una ditta, la Railon, a partecipazione statale: vi lavorano circa 5.500 macchinisti, di cui il 45% assunti quando le ferrovie erano ancora un ente statale, che, conservando lo status di pubblici funzionari, non possono scioperare, che siano o meno iscritti alla GDL. Lo sciopero è stato quindi messo in pratica da non più di 800-1.000 aderenti abilitati a scioperare per ogni turno. L’azienda può poi contare sulla minoranza che aderisce al sindacato confederale Transnet, un sindacato molto “cogestivo”, sul modello dei nostri sindacati autonomi, favorevole ai piani di privatizzazione dell’azienda. Infine per tamponare le astensioni dal lavoro si possono far viaggiare anche alcuni funzionari e dirigenti con la licenza da macchinisti, esattamente come succede in Italia. Ma che tutte questi crumiri possano bastare a far funzionare più della metà dei treni, come previsto dall’orario di emergenza delle ferrovie, è, fortunatamente, solo una illusione. Le ferrovie tedesche trasportano 5,5 milioni di passeggeri al giorno e 620mila tonnellate di merci. In Germania un terzo delle merci viaggia su ferrovia. Le conseguenze di questi due scioperi si sono fatte sentire anche in Svizzera, creando un effetto domino importante.

I lavoratori si sono trovati contro i tribunali, che avevano vietato scioperi sui tratti a lunga percorrenza e nel settore merci, salvo poi dover rivedere queste ingiunzioni, annullate dal tribunale regionale del lavoro. Il diritto di sciopero in Germania è regolato da leggi molto restrittive: può essere proclamato solo dopo una complessa dinamica di trattative obbligatorie e previo consenso del 75% degli iscritti al sindacato. Ma evidentemente nemmeno queste restrizioni bastano alla borghesia di fronte alla crisi. La socialdemocratica Andrea Nahles, Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali nel governo di grande coalizione guidato da Angela Merkel, ha raccolto un progetto di legge elaborato qualche anno fa dal democristiano Reinhard Göhner, che vorrebbe garantire la libertà di convocazione dello sciopero soltanto al sindacato con più iscritti. La proposta, inserita in un disegno di legge più ampio che riguarda la contrattazione collettiva nelle imprese, sarà portata all’attenzione del Parlamento tedesco a partire da dicembre.

Tutto questo conferma le nostre previsioni di sempre, anche laddove il capitale appare più ricco e solido. E con quelle, la necessità della ricostruzione dell’organo sindacale di classe, indispensabile per la ripresa di estese e vincenti lotte !!br0ken!!

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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