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(9 Febbraio 2012) Enzo Apicella

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    UN PO' DI CHIAREZZA SUGLI INTRECCI IN MEDIORIENTE

    (21 Novembre 2014)

    Dal n. 23 di "Alternativa di Classe"

    albaghdadi

    Il dollaro è moneta di riferimento per le transazioni internazionali fino dagli accordi di Bretton Woods del Luglio '44. Nei primi anni '70 furono apportati due “correttivi” importanti. Nel '71 il Presidente USA, Richard Nixon, decise lo sganciamento del dollaro dall'oro, che “liberò” il movimento internazionale di capitali, mentre, nell'ultimo trimestre del '73, la quadruplicazione del prezzo del petrolio, decisa dai Paesi produttori (OPEC), fu causa della “crisi petrolifera” e comportò un forte trasferimento di valuta verso di essi: i famosi “petrodollari”. Tale trasferimento comportò nell'immediato un forte squilibrio nella finanza mondiale, cui gli USA, nel tempo, però, hanno fatto fronte soprattutto grazie al permanere del ruolo internazionale del dollaro.
    Le conseguenze sul piano finanziario di tali eventi durano ancora oggi, e solo le decisioni della Borsa di Kish, in Iran, (di privilegiare dal Luglio 2011 altre valute – vedi Anno II n. 20 di ALTERNATIVA DI CLASSE a pag.12), e quelle del Forum di Rio del Marzo 2014 (vedi Anno II n.17 di ALTERNATIVA DI CLASSE a pag.11) da parte dei BRICS, stanno mettendo in discussione il primato “monopolistico” del dollaro: il petrolio, il gas e le altre fonti energetiche, con grande contrarietà degli USA, potrebbero, in futuro, finire per essere svincolate dal dollaro!
    Resta fuori di dubbio, però, che il Medio Oriente, posto in una situazione geostrategica, alla congiunzione di tre continenti, e ricco di petrolio e di gas, sia stato, dalla seconda metà del secolo scorso in poi, teatro dello scontro interimperialistico, e che, in particolare, gli USA, più di tutti, abbiano “fatto e disfatto” in quei territori pur di accaparrarsi il massimo dei “favori” al minimo prezzo. Cessata l'era coloniale, infatti, gli stessi confini, disegnati dai suoi protagonisti (soprattutto Gran Bretagna e Francia) tra le due Guerre Mondiali, ma in massima parte artificiali rispetto alle tradizioni indigene, sono divenuti, di fatto, meno significativi e “sicuri”.
    Si può dire che l'area, da allora, si trovi in “guerra perenne”, a partire, per citare gli episodi più importanti, dalla nascita di Israele nel '48, ed il relativo conflitto con i Paesi arabi, ripetutosi poi nel '57, nel '67 e nel '73, l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'URSS nel '79, con una guerra durata fino al '89, la guerra fra Iraq ed Iran dal 1980 al 1988, le due “guerre del Golfo” (la prima nel 1990-'91, fra l'Iraq ed una coalizione guidata dagli USA, e la seconda dal 2003 al 2011, fra Iraq ed una nuova coalizione guidata dagli USA, terminata con l'occupazione anglo-americana dell'Iraq) e la guerra con l'Afghanistan dei talebani, iniziata nel 2001. Non c'è dubbio che, in tutto il periodo in questione, i più grandi e celebrati “nemici” degli USA nella regione, Saddam Hussein ed Osama bin Laden, siano state entrambe sue “creature”, mentre sulle divisioni nazionali, ma ancor dippiù su quelle religiose (fra cristiani, ebrei e mussulmani, fra sciiti e sunniti) ed etniche (fra arabi, curdi, persiani e turchi) hanno sempre “giocato” le potenze imperialiste per le proprie mire.
    L'ultima guerra, che ha dilaniato l'Iraq, ha prodotto una situazione caotica, avendo eliminato il collante laico nazionale rappresentato dalla pseudo-dittatura di S. Hussein; anche per gli USA il dominio dei pozzi, dopo il ritiro delle truppe occupanti di tre anni fa, è andato in rapida discesa, a vantaggio proprio della Cina, grazie ai suoi sforzi sul terreno diplomatico. Il fantoccio USA, N. Al Maliki, divenuto Primo Ministro dopo le elezioni del Dicembre '05, non è riuscito, nel tempo, a garantire adeguatamente gli interessi USA, per avere favorito troppo gli sciiti, sia rispetto ai sunniti, spinti, così, verso le aggregazioni terroristiche, che rispetto agli stessi curdi irakeni, i quali, guidati dal PDK, oggi di Barzani, avevano ottenuto una indipendenza di fatto del loro territorio.
    In Iraq, ad Al Qaeda, il famoso gruppo di Bin Laden, espressione di frazioni deboli del capitale islamista, e riconosciuto come responsabile dell'attentato terroristico del 2001 “alle Torri gemelle” in USA, si unì nel 2004 il gruppo AQI, di Al Zarqawi, che divergeva dalla linea maggioritaria, più esclusivamente anti-occidentale, portando lo scontro anche contro “mussulmani moderati” dell'area mediorientale. Fu nel 2011, sotto la guida dell'attuale leader, Al Baghdadi, che il gruppo si rafforzò, finché, nell'Aprile '13, cambiò il proprio nome in “Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIS)”, giacché presente anche in Siria, contro il Presidente Assad, ma rivelando anche mire territoriali espansionistiche, verso la costruzione di un grande “califfato islamico”.
    Nel Febbraio di quest'anno Zawahiri, nuovo leader di Al Qaeda, intimò a Baghdadi di abbandonare la guerra siriana, dato che ISIS attaccava militarmente, oltre ai “governativi”, anche gruppi di “ribelli sunniti”, ma, di fronte al suo rifiuto, si è verificata la storica scissione. ISIS tende a diventare il più forte dei nemici di Assad perché riesce, come in Iraq, a sfruttare economicamente a proprio vantaggio ogni risorsa, soprattutto il petrolio, delle zone che conquista, vendendolo al miglior offerente, comunque sia schierato, a prezzi concorrenziali, esportandolo con passaggio soprattutto attraverso la Turchia. Autodefinendosi “Stato”, poi, organizza ed amministra i territori conquistati sull'impronta di quanto fa Hamas a Gaza, acquistando ascendente sulle popolazioni; da fonti kurde, attualmente lo Stato islamico conta già 12 milioni di persone, con ben 200mila potenziali combattenti. Oltre a ciò, gode di finanziamenti “privati” provenienti dal Kuwait e dal Qatar, Paesi arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG).
    Non ritenendo né opportuna, né, tanto meno, matura, una alleanza con l'Iran, da parte sua seriamente intenzionato a battere ISIS, ma sempre “Stato canaglia” per gli USA, la loro strategia, a partire dai 1500 consiglieri militari già presenti in zona, è consistita nel costruire “una coalizione internazionale” contro di esso per procedere a bombardarli, sparandogli contro direttamente solo droni, per limitare perdite di militari yankee, e nel costringere l'Iraq alla successione ad Al Maliki: dal 11 Agosto, infatti, il nuovo Presidente irakeno è H. Al Abadi, del medesimo partito, ma sgradito al predecessore. La sua “richiesta di aiuti” ha subito sortito il vertice del 15 Settembre a Parigi, dal quale ha preso il via questa “nuova” coalizione, che oggi vede, per azioni belliche in Siria, con gli USA, Giordania, Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (questi ultimi tre facenti parte del CCG), e, per azioni in Iraq, Francia, Germania, Regno Unito, Belgio, Canada ed Australia. Altri nove Paesi, fra cui l'Italia, forniscono supporti, mentre tredici Paesi (tra cui il Qatar, che si è impegnato a non “permettere” più aiuti ad ISIS) invieranno “aiuti umanitari”, ed altri tredici Paesi appoggiano la coalizione. La Russia e la Cina, schierati diversamente sullo scacchiere mondiale e sul conflitto siriano, pur accettando il principio della critica ad ISIS, criticano anche la coalizione perché priva di mandato ONU, non potendosi considerare tale il vago assenso deliberato il 19 Settembre.
    L'anello debole della catena (della coalizione) è rappresentato certamente dalla Turchia, esitante perfino a fornire i “supporti” adeguati, cui è destinata, dati il suo impegno prioritario contro Assad in Siria e, soprattutto, la sua avversione a qualunque autonomia curda. La stessa fase di “dialogo” con il Partito Kurdo dei Lavoratori (PKK) di A. Ocalan, che nel 2013 aveva deciso di “cessare il fuoco” per favorire tale processo, punta ad un suo definitivo disarmo, condizione primaria per un'eventuale fine della sua discriminazione come “organizzazione terroristica”; tale delicato processo, per Ankara, potrebbe essere ipotecato da un lasciar passare guerriglieri dal territorio turco per la difesa di Kobane, in Siria, contro ISIS: la Turchia preferisce l'intervento dell'Esercito Libero Siriano (FSA), con militi “altamente equipaggiati ed addestrati dalla Turchia”, piuttosto che quelli delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) siriane, legate al PKK, o i combattenti provenienti dal Kurdistan irakeno, spesso definiti “peshmerga” dai media, cui, secondo Ankara, si potrebbero facilmente aggregare guerriglieri del PKK.
    A rendere tutto più difficile ed intricato è la guerra di Siria, mai cessata, fra i “governativi” di Assad, normalmente appoggiati dai BRICS, ed i “ribelli”, finora appoggiati dagli “Occidentali”, USA in testa, ma anche da ISIS e dal Partito dell'Unione Democratica (PYD), partito kurdo siriano, fratello del PKK, e di cui le YPG sono affiliazioni, oltre al forte FSA. Nella calda situazione siriana è in atto un “esperimento” di autogoverno della regione kurda del Rojava (che ricorda l'esperienza zapatista), dove il PYD è maggioritario, e che è “malvisto” dal FSA, con il quale le YPG hanno in piedi un accordo militare in chiave anti-ISIS. L'autonomia del Rojava si fonda democraticamente su di una “Carta del contratto sociale”, formata da 96 articoli.
    La situazione delle forze in campo e degli schieramenti è tale che la presenza di uno scontro interimperialistico nell'area è certa, ma non è ancora chiaro quali siano le alleanze, scompaginate dalle affermazioni militari di ISIS; certamente le forze nazionaliste kurde, che in Iraq, con il PDK, ed in Siria, con il PYD, hanno raggiunto promettenti livelli di autonomia, avrebbero tutto l'interesse a combattere davvero ISIS, ma, similmente ad ISIS, non possono che alludere ad una futura nuova e diversa sistemazione dei confini statuali, ed, in questo senso, non possono che venire “trattati con le molle” dalle potenze imperialiste, che, invece, hanno la necessità di “vederci chiaro” sulle condizioni per poter affermare la propria leadership. Ciò, fermi restando il carattere perlomeno oscurantista impresso ai rapporti sociali da ISIS, a fronte del carattere certamente progressista impresso da forze come il PYD ed il PKK, che non discriminano le persone in base al sesso, alla etnia ed alla religione. Non è una cosa da poco in Medio Oriente.
    Come comunisti, però, in un momento di euforia generale pro-guerrigliere kurde, non possiamo esimerci, in una trattazione come questa, dall'esprimere un giudizio politico sul PKK ed i suoi corrispettivi nelle zone kurdo-siriane, kurdo-irakene ed in tutto il Kurdistan. Va premesso che il Kurdistan è una regione asiatica che da circa 500 anni non è indipendente (tranne la parentesi della “Repubblica curda di Mahabad” del '46), pur avendo mantenuto nel tempo una lingua, una tradizione ed un sentimento nazionale (mentre a livello religioso è pluralista). Il suo territorio è diviso in cinque parti appartenenti a Stati diversi: Turchia, Iran, Iraq, Siria ed Armenia; in tali aree la maggioranza della popolazione è di etnia kurda; nonostante ciò, specialmente in Siria ed in Turchia, ai kurdi veniva negata una identità fin dai primi del Novecento: ancora oggi in Turchia i kurdi sono chiamati “turchi delle montagne”!
    In questo contesto storico, nella seconda metà del secolo scorso, si sono contraddistinti, nelle aree di cui sopra, diversi partiti a carattere nazionalista, tra cui il PKK, nato nel '74. Giova qui ricordare il ruolo dei partiti nazionalisti kurdi nel '91, alla fine della Prima Guerra del Golfo, quando sorsero rivolte operaie a Sulaimaniyya ed in altri centri industriali del Kurdistan irakeno, con la formazione di “shora” (comitati operai): il Fronte del Kurdistan, che riuniva principalmente il PDK ed il PUK, e di cui molti operai si fidavano, cercandovi la deleteria “sponda politica”, si accordò con il Governo irakeno di Saddam Hussein, isolando i rivoltosi e sabotando la lotta a favore degli interessi della borghesia kurda, che poteva così aspirare ad una gestione del petrolio, attraverso l'intermediazione.
    Il PKK, a base contadina e piccolo-borghese, è sempre stato più presente nel “Kurdistan turco” e si è distinto dagli altri partiti nazionalisti per il permanere di una scelta di “lotta armata”. Nel '99, a seguito di letture diverse da parte del suo leader, ha abbandonato lo “stalinismo”, che era il “credo” del partito, ma senza mai diffondere perlomeno una critica chiara, né al proprio passato, né ai fatti del '91 dell'insurrezione della “shora”. Attualmente il PKK professa posizioni “libertarie” di confederalismo democratico, che si rifanno al “municipalismo libertario” del pensatore “eco-anarchico” americano M. Bookchin, dichiaratamente seguace del “superamento” del marxismo.
    Nella realtà mediorientale il PKK ha in piedi uno specifico accordo (definito “militare”) con il PDK di Barzani (partito borghese filo-USA) in funzione anti-ISIS e rivendica la cancellazione del Partito dall'elenco USA dei “movimenti terroristici”, anche in virtù della sua scelta del 2013. I suoi estimatori nostrani lo vedono come il “nuovo faro”, chi come “neo-partigiani”, chi, addirittura, come modello del socialismo mondiale, insomma come un “punto di riferimento”, anche se noi restiamo della convinzione che il marxismo sia l'unico strumento e l'unica bussola degli oppressi per la loro liberazione, e che di “modelli” ce ne sono stati anche troppi e per troppo tempo!...

    Alternativa di Classe

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