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(20 Agosto 2010) Enzo Apicella
L'esercito usa si ritira dall'Iraq

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(Iraq occupato)

Iraq: dopo la farsa delle elezioni l’autentica realtà di un paese in rivolta

(4 Aprile 2005)

I risultati delle elezioni

Il 30 e il 31 gennaio scorso si sono svolte in Iraq le elezioni imposte dall’Amministrazione Bush per una Assemblea Costituente. “In queste elezioni il popolo irakeno ha preso il controllo del destino del proprio paese e ha scelto un futuro di libertà e di pace”: così ha trionfalmente commentato George Bush. Negli USA e negli altri paesi che hanno inviato soldati in Iraq, i giornali più prestigiosi gli hanno prontamente fatto eco, dichiarando che la guerra contro Saddam e la presenza delle truppe straniere avevano permesso ad un popolo oppresso di ritrovare il proprio destino.

Una grande esultanza, dunque. Come se tale evento avesse potuto fare tabula rasa di ciò che è accaduto nel paese negli ultimi 20 mesi e addirittura di ignorare che il processo elettorale era stato il risultato finale di una guerra di aggressione e di una occupazione illegale. Poco importa se le elezioni si sono svolte in un paese occupato da 200.000 soldati stranieri e in stato di guerra, senza che alcun candidato abbia potuto fare una campagna elettorale degna di questo nome, con i mezzi di comunicazione controllati dalle forze di invasione.

E soprattutto senza tenere conto di una circostanza fondamentale: ossia, che un paese occupato da truppe straniere non è in grado di esercitare liberamente il proprio diritto all’autodeterminazione. Dunque, come vi si possono svolgere “libere” elezioni?

Il mondo intero ha dovuto aspettare fino al 13 febbraio per conoscere i risultati forniti dalla Giunta Elettorale. Il numero ufficiale dei partecipanti è stato di 8.456.266 votanti, pari al 57% dei circa 14,7 milioni di cittadini irakeni iscritti nelle liste elettorali, su circa 20 milioni di potenziali aventi diritto al voto. Se solo il 70% della popolazione avente diritto è risultata iscritta nelle liste elettorali, ne consegue, quindi, che la partecipazione “reale” alle elezioni è stata di circa il 42%, come del resto ha ammesso anche la rivista on line Debka, vicina ai servizi segreti israeliani.

La coalizione sciita (che peraltro comprende anche formazioni di altre comunità e confessioni), riunita intorno alla figura del grande ayatollah Sistani e denominata Alleanza Unita Irakena, ha ottenuto il 47,6% dei voti, di cui il 60% a Baghdad (dove ha votato il 51% degli iscritti), ed il resto nelle province meridionali del paese, dove il livello medio di partecipazione è stato del 72%.

L’altra grande coalizione, l’Alleanza Curda, formata dall’Unione Patriottica del Kurdistan e dal Partito Democratico del Kurdistan, ha ottenuto il 25,4% dei voti. Al terzo posto è risultata la Lista Irakena dell’attuale primo ministro Allawi, con il 13,6% dei voti. Al quarto posto la lista capeggiata dall’attuale presidente interino del paese, Ghazi al-Yawar, sunnita, che ha raccolto i propri voti nelle province centrali del paese, dove vi è stata una partecipazione particolarmente bassa, dal 2% di Falluja al 29% di altre località. Saranno poi presenti nell’Assemblea Costituente altre 7 formazioni minori, tra cui quella del Partito Comunista e quella dei seguaci di Moqtada al-Sadr.

Con la sola lodevole eccezione di alcuni mezzi di informazione alternativi (antiwar.com, zmag.org, media-channel.org, democracynow.org, prwatch.org, commondreams.org, nodo50.org, New Yorker, mundo arabe, rebelion.org, tra i principali) i grandi mezzi di comunicazione nordamericani ed europei hanno assecondato la strategia di disinformazione della Casa Bianca. Ma “i fatti hanno la testa dura”: il livello della partecipazione elettorale, i risultati finali di queste elezioni e, soprattutto, le contraddizioni che esse aprono, sembrano piuttosto indicare che esse non sono servite a dare una soluzione alla situazione di grande difficoltà, in cui si trovano oggi le potenze occupanti ed i loro compiacenti sostenitori irakeni.

La situazione attuale dell’Iraq

“L’invasione ha rappresentato la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq. Oggi assistiamo alla guerra dell’Iraq contro gli americani”, con queste parole ha evidenziato la situazione attuale del paese Dahr Jamail, un giornalista americano di genitori irakeni, originario di Anchorage, Alaska, che da circa 10 mesi opera all’interno dell’Iraq occupato. I suoi articoli sono pubblicati nel sito internet del quotidiano progressista The New Standard di New York, del quale è corrispondente a Baghdad. Dahr Jamail lavora anche per altri giornali e cura un sito (www.dahrjamiliraq.com), nel quale è possibile trovare anche una serie di fotografie che documentano le atrocità compiute dalle forze di occupazione ai danni della popolazione irakena.

Nel marzo 2003 le truppe degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dei loro alleati avevano infatti iniziato la guerra per l’occupazione militare e politica dell’Iraq, conseguendo una rapida vittoria militare contro l’esercito irakeno. In brevissimo tempo erano riusciti a rovesciare Saddam Hussein e ad insediare nel paese un regime neocoloniale attraverso un governo fantoccio diretto dal primo ministro Allawi. Il trionfo di quel sistema che Carlos Fuentes ha definito “petropotere” sembrava ormai inevitabilmente assicurato.

Ma, come spiegava il poeta cubano José Martì, “in politica, la realtà non è ciò che si vede”. La cronaca quotidiana dell’Iraq ci consegna piuttosto la situazione di un paese in cui – a distanza di due anni - l’aggressione imperialista è in seria difficoltà. Contro di essa infatti si è scatenata una tenace opposizione da parte del popolo irakeno. L’esercito più poderoso del mondo, dotato della tecnologia militare più avanzata e di mezzi di distruzione ineguagliabili, per giunta privo di qualsiasi scrupolo morale o “umanitario” (come drammaticamente hanno dimostrato le vicende delle torture ai prigionieri irakeni), non riesce a controllare un paese dove tutte le infrastrutture sono state rase al suolo e con una popolazione ridotta allo stremo.

Ma il fallimento dell’occupazione militare si rivela non solo sul piano interno, ma anche su quello che potremmo definire mondiale. Contro l’aggressione imperialista si è infatti sviluppato in tutti i paesi del mondo uno straordinario movimento di opinione senza precedenti nella storia dell’umanità. Attraverso i fori sociali mondiali, i movimenti antiglobalizzazione e l’iniziativa delle organizzazioni progressiste tradizionali si è costituito un vero e proprio movimento internazionale, che è anche riuscito ad ottenere alcuni significativi, anche se parziali successi, come dimostrano il ritiro dei contingenti militari della Spagna, delle Filippine, della Polonia e del Portogallo (l’Olanda ha appena iniziato il ritiro dei suoi 1.400 soldati e l’Ucraina lo ha annunciato dal prossimo ottobre).

Anche nei giorni scorsi il movimento contro la guerra si è fatto sentire in tutto il mondo. Come deliberato dal Forum di Porto Alegre, il 19 e il 20 marzo – in occasione del secondo anniversario dell’invasione dell’Iraq – si è svolta una giornata mondiale di mobilitazioni, con la richiesta del ritiro immediato delle truppe di occupazione. Ad essa hanno partecipato sia le forze che sostengono posizioni pacifiste “pure”, sia quelle che propendono per una soluzione concordata (posizione particolarmente diffusa in ampi settori della sinistra europea), sia quelle che “senza se e senza ma” sostengono apertamente la resistenza irakena. In tantissime capitali si sono svolte manifestazioni, la più imponente delle quali è stata quella di Londra, dove hanno sfilato circa 200 mila persone. Anche in Italia vi è stata una nutrita partecipazione alle manifestazioni organizzate in varie città, a partire da quella di Roma, dove hanno sfilato circa 50.000 persone.

Dahr Jamail ci racconta come è cambiata la percezione della situazione politica del proprio paese da parte dei cittadini irakeni nel corso dei due anni di occupazione militare:

“La maggior parte degli irakeni aveva appoggiato il rovesciamento di Saddam Hussein. Ma questo appoggio è cominciato a svanire rapidamente con l’occupazione mano a mano che la gente iniziava a vedere membri della propria famiglia morti, detenuti, torturati e umiliati dalle truppe di occupazione.
Dopo è venuto Abu Ghraib. E’ difficile riuscire a descrivere adeguatamente fino a che punto quegli avvenimenti hanno pregiudicato la credibilità degli USA in Iraq e in tutto il Medio Oriente.
A ciò si è aggiunto l’assedio di Falluja del mese di aprile 2004, la ricostruzione praticamente inesistente, l’importazione di lavoratori stranieri per effettuare lavori per i quali gli irakeni sono molto più dotati, l’installazione di un governo provvisorio illegale.
Qualsiasi credibilità abbiano potuto avere gli occupanti – e dubito assai che ne abbiano avuta in qualche momento – l’hanno persa dopo la distruzione di Falluja. Gli irakeni con i quali parlo sono furiosi contro il governo americano. Anche se sono consapevoli che probabilmente la maggior parte del popolo americano si oppone al regime di Bush, credono che il governo americano e coloro che lo appoggiano siano colpevoli di crimini di guerra della peggior specie. Ciò che vedo qui tutti i giorni è rabbia, dolore e ansia di vendetta.
Odiano Allawi… Sono perfettamente consapevoli che Allawi è un esiliato, che è stato per molto tempo, per troppo tempo, legato alla CIA e ai servizi segreti inglesi. Lui e gli altri membri del governo provvisorio sono considerati dei banditi, usurpatori e servi degli americani. Li odiano a morte, poiché sanno che non sono qui per fare gli interessi del popolo irakeno…
Le “forze dell’ordine” irakene, vale a dire la polizia e la guardia nazionale, sono considerate dalla maggior parte della popolazione come spie dell’esercito statunitense. La maggior parte degli irakeni li considerano come spie e traditori. Anche se la gente comprende che molti tra coloro che fanno parte di tali forze si sono arruolati per pura disperazione, a causa della penuria di posti di lavoro, tuttavia continuano ad odiarli nella stessa misura in cui odiano le truppe di occupazione straniere. Non aiuta molto a migliorare la propria immagine il fatto che molti agenti della polizia irakena sono compromessi col crimine organizzato.”


Un paese in rivolta

Nel settembre 2004, il portavoce ufficiale della Casa Bianca, Scott Mc Clellan, aveva annunciato che 997 militari americani erano morti in Iraq, dopo 18 mesi dall’inizio dell’occupazione militare del paese avvenuta nel marzo 2003.

In base a stime effettuate dall’agenzia Associated Presse, attualmente il numero dei soldati USA che hanno perso la vita in Iraq si avvicina a circa 1.500, e 10.000 sono quelli rimasti feriti.

Ciò significa che solo negli ultimi 5 mesi, gli USA hanno perso 500 soldati, la metà circa di quelli caduti durante i primi 18 mesi di occupazione militare. Solo nel mese di gennaio 2005, secondo fonti giornalistiche, sono morti circa 106 soldati USA e circa 300 collaborazionisti irakeni (tra poliziotti e soldati). Il Pentagono ha inoltre ammesso che circa 5.500 soldati americani hanno disertato, anche se le organizzazioni dei familiari hanno dichiarato che la cifra reale è probabilmente assai maggiore.

Il comando militare americano ha riconosciuto che un quarto delle perdite di soldati USA è dovuto ad attacchi ai veicoli da combattimento Humvees, secondo un’informativa rilasciata da Al Jazeera.
Un documento elaborato nello scorso mese di ottobre da parte di una commissione strategica del Pentagono aveva chiaramente riconosciuto che la guerra in Iraq era ormai persa: tale rapporto è stato in pratica “occultato” dai mezzi di informazione più importanti degli USA, poiché avrebbe creato seri problemi al governo Bush durante la campagna elettorale.

Ai primi di marzo il Washington Post ha rivelato che l’offensiva dei ribelli contro le truppe di occupazione e i loro collaborazionisti, dopo le elezioni di fine gennaio, faceva segnare una media di circa 60 attacchi al giorno, per non parlare delle vere e proprie insurrezioni militari, come quelle di Falluja e di Nadjaf.

Alle azioni militari dirette contro i soldati americani e le loro infrastrutture va aggiunto che ormai la guerriglia sta portando a termine un piano sistematico di attentati e di sabotaggi contro l’industria petrolifera irakena, che provoca una considerevole interruzione nelle forniture di petrolio, di acqua e di elettricità. Il New York Times in un servizio del 20 febbraio scorso, cita gli esperti del Institute for analisis oh the global security, secondo i quali gli attacchi contro l’industria petrolifera vengono effettuati in modo sistematico e coordinato e sono stati intensificati nelle ultime settimane, colpendo non solo oleodotti e raffinerie, ma anche centrali elettriche e infrastrutture per la fornitura dell’acqua. Nell’anno 2004 vi sono stati – secondo tali esperti – 246 attacchi contro le infrastrutture dell’industria petrolifera, con una media di uno ogni un giorno e mezzo. Nei primi mesi del 2005 tali attacchi si susseguono ad un ritmo di 2,5 alla settimana.

Questi numeri non possono essere spiegati semplicemente facendo ricorso a presunti tentativi di ex sostenitori del regime di Saddam di ritornare al potere né alle cospirazioni di gruppi terroristi stranieri. Essi rivelano al contrario, più di qualsiasi analisi, la presenza in quel paese di una ampia azione di contrasto contro l’occupazione, che si manifesta con una effettiva capacità militare e che conta un forte sostegno da parte del popolo irakeno.

La situazione attuale dell’Iraq sembra dunque quella di un paese dove è in atto una lotta di resistenza, che coinvolge una gran parte del suo popolo, contro una potenza imperialista occupante. Una resistenza del tutto simile a quella promossa a suo tempo dal popolo algerino contro la Francia negli anni ’50 o a quella della Cina contro il Giappone negli anni ’30. E questa lotta si sviluppa nel contesto internazionale di una coscienza di massa – particolarmente avanzata peraltro proprio negli stessi paesi, come l’Italia, che con le loro truppe partecipano direttamente all’aggressione – che non si è lasciata ingannare dalle menzogne sulla guerra preventiva né dalle campagne di disinformazione.

Non vi è dubbio che in Iraq viene compiuta quotidianamente anche una serie di atti ascrivibili, nelle loro finalità e nei metodi, a gesti di vero e proprio terrorismo, se non addirittura di pura e semplice criminalità. Tra essi i più eclatanti sono stati di recente i frequenti rapimenti e la decapitazione di personale dipendente da aziende straniere, ma anche il sequestro di volontari e di giornalisti stranieri (magari collaboratori di giornali di sinistra e contrari alla guerra), oltre a un gran numero di attentati contro la popolazione civile. Spesso queste azioni vengono attribuite all’organizzazione terroristica capeggiata da Al-Zarqawi (presumibilmente legata a quella di Al Qaeda di Bin Laden), della quale, sempre ammesso che esista, poco o quasi nulla si sa. E’ pressoché impossibile capire se dietro quella che appare come una vera e propria “strategia del terrore” vi sia un livello, più o meno occulto, di direzione. Sembra però evidente che tutta questa serie di attentati ha un effetto preciso: alimentare, innanzitutto, la spirale della paura all’interno del paese e creare divisioni tra la popolazione sciita e quella sunnita; ma soprattutto, a livello di pubblica opinione sul piano internazionale, quello di screditare l’insorgenza in atto nel paese contro l’occupazione arbitraria ed il saccheggio delle sue ricchezze. A questo proposito sostiene Dahr Jamail:

“Gli irakeni sono sbigottiti e indignati dalle decapitazioni e dai sequestri di persone come Margareth Hassan. Molti di loro sono convinti che si sia trattato di un complotto della CIA e del Mossad avente la finalità di indurre le organizzazioni umanitarie e i giornalisti ad andarsene e quindi a lasciare via libera ai militari e alle imprese di continuare nella loro opera di smantellamento e di svendita del paese.”

La resistenza irakena

Subito dopo le elezioni presidenziali, gli alti comandi militari americani indicavano alla catena CNN che il Pentagono aveva aumentato ad una cifra compresa tra 13.000 e 17.000 il numero ufficiale degli appartenenti alla resistenza irakena, nella maggior parte, secondo tali informazioni, militanti o quadri militari dell’ex partito baasista di Saddam. Si tratterebbe di un settore rilevante, composto principalmente da ex ufficiali dell’esercito irakeno, in maggioranza sunniti, che dopo l’invasione sono passati alla clandestinità.

Ma circa un anno fa il quotidiano Philadelphia Inquirer aveva divulgato un rapporto della CIA, dove si parlava di una situazione molto più grave: i combattenti irakeni sarebbero - secondo tale fonte - circa 50.000 e con un gran numero di armi. Questa cifra coincide con le informative dei servizi segreti di altri paesi occidentali, secondo le quali la resistenza conterebbe invece da circa 40.000 a 60.000 combattenti, oltre al sostegno massiccio della maggioranza della popolazione irakena.
Nella stessa intervista Dahr Jamail rileva:

“la maggioranza degli irakeni considera i membri della Resistenza come dei ‘patrioti’ e dei ‘combattenti per la libertà’. Secondo una stima assai prudente, la resistenza irakena riceve oggi il sostegno di almeno l’80% della popolazione.”

Si tratterebbe di ulteriori settori, organizzati da movimenti religiosi o di natura politica, ma che comprenderebbero al proprio interno anche molte persone che hanno deciso di intraprendere la strada della lotta dopo l’occupazione militare del paese:

“La resistenza è composta principalmente da gente che si limita a resistere alla occupazione del proprio paese da parte di una potenza straniera. E’ gente nelle cui famiglie vi sono state persone morte, detenute, torturate e umiliate dalle truppe di occupazione illegali di questo sventurato paese… In realtà si tratta di una reazione difensiva contro gli occupanti che, man mano che l’occupazione si prolunga, sta passando progressivamente alla offensiva.”

Gahzwan Al-Mukhtar è un attivista contro la guerra che vive a Baghdad e che ha descritto le conseguenze della guerra sull’economia del suo paese in un intervista pubblicata nel numero di marzo della rivista DemocracyRising.US. Egli dice chiaramente che oggi per la gente la situazione è molto peggiorata in Iraq: sia dal punto di vista economico che politico oggi gli irakeni si sentono meno sicuri e meno protetti.

Nella vita quotidiana persiste la penuria di alimenti; l’elettricità, ivi compreso a Baghdad, viene fornita solo per due ore al giorno, e non tutti i giorni; il prezzo della benzina è raddoppiato e ci sono file in attesa delle scarse forniture; il sistema dei servizi sanitari e le fognature non funzionano; la maggior parte delle infrastrutture sono state distrutte a seguito dell’invasione e non vengono riparate. La disoccupazione è aumentata al 60% e gli irakeni sono costretti a osservare i contrattisti statunitensi che fanno lavori che potrebbero fare loro stessi. L’industria petrolifera è stata privatizzata ad opera del governo fantoccio e con i decreti di Paul Bremer le multinazionali USA si sono impadronite dei settori chiave dell’economia irakena.
Mentre gli strateghi della politica statunitense sostengono che il ritiro delle truppe dall’Iraq avrebbe l’effetto di scatenare una guerra civile aperta tra le opposte fazioni del popolo irakeno (sciiti e sunniti) e tra esse e i curdi del nord, l’iniziativa concreta dei diversi gruppi della resistenza sembra invece indicare una prospettiva diversa. Nell’intervista rilasciata a Charles Shaw il 23 dicembre scorso, Dahr Jamail mette piuttosto in evidenza la circostanza che l’azione dei diversi gruppi inizia a unificarsi e ad evolvere verso una direzione centralizzata, o quantomeno verso forme di collaborazione tra le diverse componenti:

“Durante l’assedio di Nadjaf le moschee sunnite hanno organizzato colette di alimenti, e vi sono stati anche combattenti della resistenza di Falluja che hanno fornito armi e munizioni all’esercito del Mahdì a Najaf. Nel corso dell’assedio di Falluja dello scorso mese di aprile gli sciiti hanno contribuito decisivamente a fornire aiuti e hanno anche partecipato ad una iniziativa pacifica che è riuscita a ottenere che un certo numero di aiuti potessero passare attraverso un cordone statunitense e arrivare fino a Falluja.
La frattura tra sciiti e sunniti è in gran misura un mito fabbricato dalla CIA. In realtà vi sono numerosissime tribù e matrimoni misti tra sciiti e sunniti. Vi sono anche alcune moschee nelle quali essi pregano insieme. Ricorda il proverbio arabo: ‘Io, contro mio fratello. Io e mio fratello, contro mio cugino. Io, mio fratello e mio cugino contro lo straniero’”


Come ha scritto su Liberazione del 16 marzo scorso Walden Bello, la verità è che di fronte alla resistenza militare crescente del popolo irakeno, “gli USA stanno perdendo la guerra in Iraq, sia politicamente, sia militarmente”.

La “sindrome del Vietnam”

A parlare tra i primi di “sindrome del Vietnam”, è stato, autorevolmente, negli Stati Uniti il senatore democratico Edward Kennedy, il quale già nell’autunno scorso aveva avvertito il presidente Bush che l’impantanamento delle truppe americane in Iraq stava producendo un fenomeno analogo a quello prodotto nella seconda metà degli anni ’60 dalla guerra nel sudest asiatico.

L’espressione “sindrome del Vietnam” allude direttamente alla profonda lacerazione impressa nell’animo del popolo americano per effetto della grande sconfitta subita dall’esercito degli Stati Uniti, in quella che è stata una delle guerre più sanguinose condotte dall’imperialismo statunitense. Quella sconfitta è stata la risultante di alcuni fattori che hanno agito contemporaneamente: la resistenza eroica del popolo vietnamita con una guerriglia di massa in grado di infliggere continui colpi all’esercito più potente del mondo; l’appoggio e la solidarietà nei confronti dei combattenti vietnamiti da parte del movimento pacifista a livello mondiale; il rifiuto dilagante della guerra, anche all’interno degli USA, di fronte all’aumento crescente delle perdite di vite umane; e, infine, il costo sempre più elevato della guerra per l’economia americana. Tutti questi fattori sembrano presenti – a veder bene - nella situazione attuale della guerra in Iraq.

Continua nell’analisi citata sopra Walden Bello:

“Anche i 135.000 soldati americani cominciano ad essere troppo pochi e incapaci di arginare la vorticosa crescita dell’insurrezione a opera dei guerriglieri. Secondo le stime realizzate da molti esperti militari, il numero minimo di soldati necessari a combattere contro la guerriglia fino ad arrestarla varia tra 200.000 e un milione. E’ impossibile raggiungere questi numeri senza provocare massicci fenomeni di protesta civile negli Stati Uniti, dove la maggioranza della popolazione ormai non vede alcuna giustificazione per l’intervento militare. Certo, Bush ha vinto le elezioni, ma non per l’appoggio della popolazione alla guerra, e lo stesso presidente ne è consapevole.”

Bisogna poi considerare attentamente la spirale di odio e violenza che l’occupazione militare del paese ha provocato.

Secondo la prestigiosa rivista medica The Lancet (vedi il numero del 29/10/2004) almeno 100.000 irakeni sono morti a causa della guerra. La metà di essi di morte violenta e l’84% a seguito di azioni militari degli eserciti americano e inglese; solo il 4% a seguito di azioni della resistenza.

Il 31 marzo scorso,a Ginevra, in occasione della riunione annuale della Commissione per i diritti umani dell’ONU, davanti ai rappresentanti di 53 nazioni riunite in assise plenaria, il responsabile Jean Ziegler ha avuto parole durissime per le conseguenze che la guerra ha avuto sul paese e per quello che ha definito un massacro silenzioso e quotidiano. La Commissione ha monitorato le condizioni della popolazione irakena negli ultimi due anni, ossia dall’inizio dell’invasione americana in Iraq e dalla conseguente caduta del regime di Saddam Hussein, scoprendo che da allora nel nuovo Iraq il numero dei bambini malnutriti è pressoché raddoppiato. Ecco come Liberazione del 1° aprile scorso ha riportato il resoconto sintetico della relazione di Ziegler, professore di sociologia e uno dei maggiori esperti delle Nazioni Unite su questi temi:

Dagli ultimi dati raccolti dalla Commissione, emerge che al momento della caduta di Saddam Hussein il 4% dei bambini al di sotto dei 4 anni aveva gravi problemi di denutrizione. A due anni esatti di distanza, la percentuale di bambini che non hanno niente da mangiare è quasi raddoppiata, arrivando al 7,7%, e a poco valgono gli sforzi delle organizzazioni internazionali. Ai problemi di approvvigionamento del cibo, vanno poi aggiunte le malattie causate dall’impossibilità di avere acqua pulita e dalla mancanza di strutture sanitarie adeguate. Fattori che in Iraq, come nelle aree più povere del mondo, restano i principali responsabili delle morti infantili. La situazione in cui versano i giovani irakeni – ha poi spiegato il relatore alla commissione – ‘è il risultato della guerra condotta dalle forze della coalizione’.

Per potere contrastare la resistenza crescente del popolo irakeno le truppe USA sono costrette ad operare con metodi sempre più crudeli. Geert van Morter è un medico belga che ha trascorso lunghi periodi in Iraq:

“’Eliminare i terroristi’, è la parola d’ordine con la quale occupano intere città e paesi. Ho potuto vederne i risultati negli ospedali: molti civiie feriti e morti per effetto delle bombe (vale a dire, delle bombe a frammentazione), abbattuti nei controlli, durante le perquisizioni nelle case, per la strada. Ho potuto verificare che l’esercito americano è di per sé un fattore di insicurezza. I suoi soldati sparano contro tutto ciò che gli sembra sospetto. Anche contro le ambulanze, nonostante le prescrizioni della Convenzione di Ginevra. Un soldato al quale avevo chiesto di rispettarla mi ha risposto: ‘Questa ambulanza potrebbe essere stata piena di esplosivi’. Sanno che possono agire impunemente. E’ stato lo stesso Bush a darne l’esempio lanciando l’attacco preventivo contro l’Iraq. Nell’agosto del 2003 ho chiesto ad un agente della polizia militare che cosa avrebbero fatto vedendo degli individui sospetti fuggire: Mi ha risposto: ‘Li ammazziamo’. Quando un soldato americano uccide un irakeno, non si preoccupa neppure di fare un rapporto verbale. E, se è costretto a farlo, ‘ne adatta il resoconto sostenendo che quella persona fuggiva sparando’. Nel novembre 2004, durante l’assalto a Falluja, abbiamo visto in televisione un soldato americano mentre trascinava un ferito in una moschea. Il soldato non ci trovava niente di male. Questo tipo di azioni non è una cosa rara nell’Iraq occupato. Ma le immagini hanno fatto il giro del mondo, e, allora, quel soldato è stato costretto a rendere conto. Alla fine di febbraio l’esercito americano lo ha esonerato dal servizio.”

Ma questo metodi aumentano a loro volta l’odio contro gli invasori e il sostegno popolare alla resistenza e, ancora, la necessità per l’invasore di aumentare la propria brutalità in una spirale infernale che non lascia intravedere alcuna prospettiva.

“Ho visto l’orrore di ciò che stiamo facendo tutti i giorni in Iraq, ho preso parte ad esso. Siamo solo degli assassini. Uccidiamo continuamente civili innocenti irakeni: niente di più. Credo che bisogna ritirare immediatamente tutti i contingenti militari stranieri in Iraq. E’ quello che dico agli altri soldati, che, per evitare punizioni o rappresaglie da parte dell’esercito, non vogliono parlare e ammettere che la nostra missione non è quella di uccidere i terroristi ma civili innocenti.”

Sono le parole di Jimmy Massey di Waynesville, Carolina del Nord, sergente del 3° battaglione dei marines, che in una recente intervista al Manifesto ha deciso di infrangere il velo di silenzio che circonda la “nobile missione” in Iraq.

Sempre più soldati americani rifiutano di continuare a vivere in questa spirale di follia. Come Camillo Mejia, figlio del leggendario compositore sandinista nicaraguese Carlos Mejia Godoy, che ha trascorso sette anni nell’esercito degli Stati Uniti e otto mesi combattendo in Iraq. Durante una licenza militare ha richiesto lo status di obiettore di coscienza ed è stato dichiarato prigioniero di coscienza da Amnesty International (vedi intervista a Masiosare, del 9 maggio 2004):

“Sono stato inviato in Iraq nell’aprile del 2003 e nell’ottobre sono ritornato negli Stati Uniti con una licenza di due settimane. Ritornare a casa mi aveva dato la possibilità di mettere ordine nei miei pensieri e di ascoltare ciò che diceva la mia coscienza. La gente mi faceva domande sulla mia esperienza di guerra e rispondendo tornavo a vivere tutti gli orrori: le sparatorie, le imboscate, la volta che avevo visto come trascinavano per le spalle un giovane irakeno sopra una pozzanghera del suo stesso sangue o quando il fuoco delle nostre mitragliatrici aveva strappato dal corpo la testa di un innocente. Rivivevo la volta che avevo assistito al crollo emotivo di un soldato che aveva ucciso un bambino, o quando un vecchio era caduto sulle ginocchia e gridava alzando le braccia al cielo, per chiedere a Dio perché gli avevamo portato via il corpo senza vita di suo figlio.”

Il quotidiano di Città del Messico La Jornada ha recentemente reso noto uno studio dell’esercito degli Stati Uniti, secondo il quale circa 100 mila soldati americani inviati in Iraq al loro ritorno sono costretti a sottoporsi a trattamenti psicologici per problemi di depressione, insonnia, attacchi di panico e altri sintomi di stress postraumatico.

Sempre più soldati americani in Iraq rifiutano di prolungare il periodo della loro ferma, dopo avere compiuto l’anno iniziale previsto dal contratto di ingaggio. E negli Stati Uniti ci sono ormai circa 5.500 disertori “ufficiali” e un numero crescente di obiettori di coscienza. Si stanno diffondendo inoltre in quel paese organizzazioni che sempre più pressantemente richiedono il ritiro immediato delle truppe americane, come quelle promosse dalle famiglie dei genitori dei soldati che combattono in Iraq e dei soldati veterani contro la guerra.

Ecco un altro fattore che si era rivelato decisivo nella crisi del Vietnam: il crollo del morale delle truppe impiegate in combattimento aveva dato luogo da parte della gioventù americana ad una vasta contestazione del servizio militare, con episodi di vero e proprio rifiuto e anche di aperta ribellione.
Questo diffuso movimento di opinione contro la guerra, che si sta diffondendo negli Stati Uniti, ha indotto 16 rappresentanti del partito democratico del Congresso degli Stati Uniti a richiedere – nello scorso febbraio - il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq; ma, soprattutto, nella genuina spontaneità dei propri sentimenti, esso rappresenta la testimonianza concreta della situazione di crisi, anche sotto il profilo morale, in cui si trova oggi l’esercito americano in Iraq.

La farsa delle elezioni

E’ in questo contesto che Bush ha deciso di giocare la carta del processo elettorale. Di fronte alla profonda avversità dimostrata dal popolo irakeno nei confronti del governo Allawi e al sostegno massiccio dato per converso alla resistenza, attraverso le elezioni la Casa Bianca ha tentato, innanzitutto, di dare una legittimità a un nuovo governo del paese, mediante una più ampia base popolare. Questa operazione è stata possibile grazie alla complicità delle direzioni borghesi della minoranza curda, nel nord del paese, e di rilevanti settori della componente sciita, tra i quali l’ayatollah Sistani (principale autorità religiosa di tale componente in Iraq). E’ stato proprio l’ayatollah Sistani a invitare esplicitamente i propri seguaci a votare; egli ha anche apertamente sostenuto uno dei partiti che hanno partecipato alle elezioni.

Nello stesso tempo ulteriori obiettivi del processo elettorale erano quelli di screditare agli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale la resistenza irakena, e, più in prospettiva, di dare una legittimazione a posteriori all’intervento militare e alla occupazione del paese, dopo lo smacco costituito dalla assenza delle armi di distruzioni di massa.

Dopo le elezioni la maggior parte dei giornali e degli uomini politici si sono subito affrettati a mettere in risalto l’elevata partecipazione al voto e l’esempio di democrazia dato dal popolo irakeno nei confronti dei cosiddetti terroristi. Dichiarazioni esultanti a questo proposito sono state fatte nei giorni successivi alle elezioni da Fassino; mentre Bertinotti sulle pagine di Liberazione ha dichiarato: “Ogni volta che un popolo riesce a votare è un’esperienza che va apprezzata”. Una dichiarazione non molto chiara; anzi ambigua per certi aspetti, anche se nella frase successiva si riconosceva che elezioni in stato di occupazione non possono definirsi libere.

In realtà le elezioni del 30 e 31 gennaio in Iraq sono state una vera e propria truffa. Ecco come il giornalista spagnolo Pascual Serrano ha descritto lo svolgimento del processo elettorale:

“Non hanno detto però che in tutta la campagna elettorale era proibito fare appello all’astensione, cosa lecita e legale in qualsiasi sistema europeo. Persino il giornalista indipendente Dahr Jamail, in un reportage intitolato ‘Chi non vota non mangia’ ha informato della circostanze che molti irakeni avevano denunciato che le autorità non avrebbero corrisposto la loro razione di cibo se non fossero andati a votare e che si sentivano minacciati dal fatto che il governo avrebbe potuto utilizzare contro di loro le liste dalle quali fosse risultata la loro astensione. Va ricordato a questo proposito che le liste elettorali vengono elaborate sulla base di quelle relative alla distribuzione degli alimenti”

Delegati dell’ONU hanno riconosciuto apertamente che i risultati delle elezioni sono meramente approssimativi, e che nessuno è stato in grado di fare delle verifiche. Durante tutto il processo elettorale i 192 osservatori internazionali dell’ONU sono rimasti nei loro alberghi a 5 stelle di Baghdad, essendo stato loro proibito di uscire per motivi di sicurezza. Ma se diamo per buona la cifra del 60% di partecipazione elettorale fornita dal governo irakeno, e se teniamo conto che solo il 60-70% della popolazione con diritto di voto è stata iscritta nelle liste elettorali, ne consegue che avrebbe votato solo un 35-40% della intera popolazione avente diritto. Ivi compresi gli 1.200.000 irakeni residenti all’estero, dei quali secondo il governo avrebbe votato il 94% degli iscritti nelle liste elettorali. Solo il 23% degli irakeni residenti all’estero è stato però iscritto nelle liste elettorali.

Augusto Zamora, professore di diritto internazionale all’Università Autonoma di Madrid, ci fa notare anche la mancanza di credibilità di elezioni avvenute sotto l’occupazione militare straniera e ricorda che nel caso analogo di Timor Est l’ONU aveva posto come condizione per lo svolgimento delle elezioni la ritirata preventiva delle truppe indonesiane. Egli cita anche come paragone storico l’editoriale del New York Times del 4 settembre 1967:

“I dirigenti USA sono rimasti sorpresi e rincuorati oggi dalla grande affluenza alle elezioni presidenziali in Vietnam del Sud, nonostante la campagna terroristica dei vietcong per disturbare il voto. Secondo i bollettini di Saigon, l’83% dei 5,85 milioni di elettori registrati hanno votato ieri. Molti hanno rischiato le rappresaglie dei vietcong. Il successo elettorale è visto come una pietra miliare nella politica di Johnson… Le elezioni sono state il culmine di uno sviluppo costituzionale iniziato nel febbraio ’66, nel quale il presidente Johnson si è impegnato incontrando il premier Ky e il generale Thieu a Honolulu. Obiettivo del voto: dare legittimità al governo di Saigon fondato su colpi di stato e giochi di potere dal novembre ’63, quando il presidente Ngo Dinh Diem fu rovesciato da una giunta militare.”

Qualche mese dopo i Vietcong davano inizio all’offensiva del Tet, che avrebbe segnato l’inizio della sconfitta per l’esercito più potente del mondo.

La vera realtà del paese

Ma anche sotto il profilo dei risultati queste elezioni rischiano di aprire problemi notevoli. Innanzitutto per quello che concerne più in generale il delicato equilibrio “geopolitico” nella regione medio-orientale, col rischio di alimentare nuove tensioni tra gli USA ed alcuni stati limitrofi, come l’Iran e la Turchia.

Sono noti infatti i legami tra la coalizione sciita, vincitrice delle elezioni, e il governo di Teheran. Gli sciiti rappresentano circa il 60% della popolazione irakena, da sempre tenuti lontani dal potere, sia durante il periodo della monarchia che successivamente sotto il regime di Saddam Hussein, che è un sunnita.

Al di là del facile trionfalismo, sarebbe più logico sottolineare che solo il 40-50% degli sciiti ha preso parte alle elezioni: questo dato è significativo, perché indica che metà della popolazione sciita, che rappresenta la maggioranza del popolo irakeno, ha ignorato l’appello del grande ayatollah Sistani. L’altra metà degli sciiti che è andata a votare, lo ha fatto in realtà nell’illusione che le elezioni avrebbero potuto servire come momento di avvio della ritirata delle truppe straniere e, quindi, con l’obiettivo della indipendenza del paese.

Tahrir (indipendenza) è la parola in nome della quale molti hanno votato domenica; non per la ‘democrazia’, come sostengono i mezzi di comunicazione occidentali, ma per la libertà: per essere liberi di parlare, di votare; per liberarsi dagli americani.” (Robert Fisk, La Jornada, Città del Messico, 2 febbraio 2005)

E’ ancora Dahr Jamail a spiegare le ragioni per le quali circa un 40-50% della popolazione sciita del paese ha accettato di andare a votare:

“Ciò che mai e poi mai è stato rivelato è il fatto che coloro che sono andati a votare, a prescindere dalla circostanza che siano stati il 35% od anche il 60% dei votanti iscritti nelle liste elettorali, non hanno votato per appoggiare l’occupazione permanente del paese da parte degli USA. In realtà sono andati a votare precisamente per la ragione opposta. Ogni irakeno con il quale ho parlato – tra coloro che hanno votato – è convinto che l’Assemblea Nazionale che sarà formata significherà la fine immediata dell’occupazione. Così come del resto promettevano i cartelloni elettorali, i quali trionfalmente annunciavano: ‘Fratelli irakeni, il futuro dell’Iraq è nelle vostre mani. Le elezioni sono il mezzo ideale per buttare fuori gli occupanti dall’Iraq’.”

Ne è conferma il sondaggio preelettorale fatto in Iraq nel gennaio scorso, dove si indicava che il 69% degli sciiti e l’82% dei sunniti erano a favore del “ritiro degli USA in breve tempo” (vedi l’editoriale di Noam Chomsky apparso su Liberazione del 29 marzo scorso).

Tutto sembra indicare invece che dopo le elezioni le truppe straniere continueranno la loro occupazione ancora a lungo. Gli USA hanno deciso infatti di incrementare la loro presenza fino a circa 150.000 soldati e le stesse autorità di fatto, sotto il pretesto della insicurezza e dell’attuale vuoto di potere, escludono una partenza delle forze di occupazione. La stessa posizione è stata assunta dalla gerarchia sciita che ha vinto le elezioni. In una dichiarazione riportata dal Washington Post del 3 febbraio scorso, Muhammad Juzai, uno dei portavoce sciiti, ha confermato che la sua coalizione non richiederà per il momento la partenza delle truppe di occupazione.

“Oggi continua ad essere attuale la domanda: ’Che cosa succederà quando sarà formata l’Assemblea Costituente e più di 100.000 soldati USA continueranno ad occupare l’Iraq e l’amministrazione Bush continuerà a rifiutare di presentare un programma per la loro partenza?”

A quel punto il grande ayatollah Sistani e gli altri suoi seguaci, vincitori delle elezioni irakene, dovranno rispondere alle aspettative deluse del popolo sciita, e soprattutto a coloro che li hanno votati nella speranza di ottenere per tale via l’indipendenza del paese.
Delle due minoranze che compongono il popolo irakeno, i sunniti, che rappresentano circa il 30% della popolazione, hanno massicciamente boicottato le elezioni. Anche se in minoranza, i sunniti sono circa 5 milioni di persone, molto bene organizzate, e controllano zone importanti del paese come la capitale, Baghdad, Falluja, Ramada e altre decine di città nella parte centrale dell’Iraq.

Su 30 milioni di persone che costituiscono l’intero popolo curdo, solamente circa tre milioni vivono nelle province più settentrionali dell’Iraq, dove sono il gruppo etnico più numeroso. Oppressi violentemente da Saddam Hussein, i loro attuali dirigenti borghesi, Barzai e Talabani, hanno sostenuto l’invasione americana, ottenendo in cambio una certa autonomia. Ciò aveva provocato la reazione del governo turco, che a suo tempo non aveva dato il proprio sostegno all’invasione statunitense e anzi aveva rifiutato che le truppe americane potessero passare sul proprio territorio. La Turchia teme infatti che l’autonomia dei curdi irakeni possa incoraggiare e sostenere la ribellione dei curdi che vivono nelle sue province; ha perfino minacciato di invadere con proprie truppe le province del nord dell’Iraq al minimo segnale in tal senso.

Anziché risolvere il problema della governabilità del paese, le elezioni aprono ulteriori divisioni tra le varie componenti del popolo irakeno e rendono ancora più precario l’equilibrio tra i vari paesi della regione. A ciò si aggiunge la recrudescenza delle azioni militari poste in essere dalla guerriglia: solo nel giorno delle elezioni vi sono stati 50 morti a causa di attentati; e altri 26 morti nei tre giorni successivi. Mentre le condizioni di vita del popolo irakeno peggiorano ogni giorno di più.

Attualmente è difficile delineare quale potrà essere lo scenario postelettorale del paese. Di certo per gli irakeni sarà difficile accettare la presenza di forze di occupazione che hanno causato la morte di più di 100.000 civili; che hanno incarcerato, torturato e assassinato decine di migliaia di persone; che hanno imposto al paese un regime dittatoriale, che segue metodi altrettanto brutali di quello di Saddam.

Intanto negli ultimi giorni di marzo centinaia di operai irakeni del settore portuario hanno partecipato ad uno sciopero contro i maltrattamenti subiti da parte dei soldati americani distaccati nella zona della città di Bassora. La notizia è stata data dalla radio locale Radio Digla e riportata da Prensa Latina il 25 marzo scorso.

Il diritto dell’Iraq all’autodeterminazione

La ragione che tuttora giustifica l’occupazione del paese è che sarebbe immorale abbandonare il popolo irakeno nel corso di una violenta guerra civile, alimentata da estremisti e da terroristi che vorrebbero imporre al paese un regime simile a quello dei Talebani. In questa rappresentazione vi è senz’altro l’accettazione implicita dell’idea che gli USA rappresentano la “democrazia” e che coloro che si oppongono alle loro occupazioni militari sono esponenti del “terrorismo”.

Molto meglio dunque permettere alla volpe di entrare nel pollaio, affinché possa farsi carico della salvaguardia della vita delle galline.

Altra rappresentazione consolidata è quella che la violenza dell’invasore sarebbe giustificata dal nobile fine della “salvaguardia della democrazia”; mentre quella che si manifesta nella resistenza di un popolo assoggettato ad una brutale dominazione è illegittima e per giunta “terrorista”.
Come diceva Trotski “Tra il proprietario di schiavi che con l’astuzia e la violenza li tiene incatenati, e lo schiavo che con gli stessi metodi spezza le proprie catene, nessuno se non uno spregevole eunuco potrebbe affermare che sono uguali di fronte al giudizio morale”.

E anche Lenin attaccava con forza qualsiasi manifestazione di quell’atteggiamento radicato ai suoi tempi, che definiva lo “sciovinismo della grande Russia”. In base a tale attitudine i governanti della Russia zarista consideravano un diritto “naturale” mantenere sotto il dominio russo l’Ucraina, la Lettonia, la Polonia e altre nazioni.

Oggi a ragione potremmo parlare di “sciovinismo statunitense”. La grande maggioranza della popolazione degli USA, ma anche degli altri paesi occidentali, è disposta infatti ad accettare che gli Stati Uniti possano imporre il loro potere su altri paesi e sulle istituzioni internazionali in nome della salvaguardia della democrazia e dei diritti umani.

Di fronte a tale realtà sia le forze di sinistra che lo stesso movimento pacifista si sono mostrati spesso disorientati e incerti sulla posizione da assumere, nonostante che il diritto alla resistenza di un popolo sottoposto all’occupazione straniera sia un principio riconosciuto anche dalla Carta dell’ONU.

La questione è più semplice di quello che può apparire. In realtà si tratta solo di rispondere ad una domanda fondamentale: il popolo irakeno ha diritto alla propria autodeterminazione? Se ammettiamo che lo ha, ha anche il diritto di resistere, con i mezzi di cui dispone, all’occupazione da parte degli USA. Disconoscere tale diritto e, conseguentemente, rifiutare il proprio sostegno alla “resistenza”, viceversa, significa negare anche il diritto alla autodeterminazione. Il che equivale di fatto ad accettare il diritto degli USA a imporre la propria volontà al paese irakeno con la presenza delle truppe.

E’ una questione di principio, che vale indipendentemente dalle critiche di indirizzo politico che ognuno di noi potrebbe fare rispetto agli obiettivi, ai metodi e ai programmi delle varie componenti che operano nel contesto di un movimento di resistenza. Ma che vale anche – occorre dirlo per chiarezza – indipendentemente dalla affiliazione religiosa o politica di esse.

Per dirla con Trotski: “E’ questa, concretamente, la ragione per la quale nella contesa tra una repubblica civilizzata, imperialista e democratica e una monarchia arretrata e barbara in un paese colonizzato, come socialisti ci schieriamo dal lato del paese oppresso, nonostante che sia retto da una monarchia, e contro il paese oppressore, nonostante la sua “democrazia”. L’imperialismo nasconde i suoi stessi obiettivi – insediamento di colonie, mercati, fornitura di materie prime, sfere di influenza – con argomenti come “salvaguardia della pace contro le aggressioni”, “difesa della Patria”, “difesa della democrazia”, ecc. Tutte rappresentazioni false. Ed è un obbligo di ciascun socialista di non sostenerle, ma, al contrario, di smascherarle davanti ai popoli di tutto il mondo”.

Gianfranco Coggi

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