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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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AUTOCONVOCATI PER L'OPPOSIZIONE: UNA RICERCA SULL'IDENTITA' COMUNISTA

(8 Dicembre 2014)

quaderni

In vista della prima autoconvocazione a livello nazionale che si svolgerà domenica 18 gennaio 2015 a Miano e nella previsione di compilare un “Manifesto” d’analisi e d’intenti è già possibile avviare un dibattito rivolto a quelli che dovrebbero rappresentare i punti più salienti della nostra comune elaborazione.
Il tema dell’identità comunista, proprio perché il soggetto che intendiamo promuovere si definisce “d’alternativa e comunista” appare sicuramente essere tra quelli di maggiori interesse e attualità.
Ci troviamo al centro della temperie di una delle situazioni più drammatiche affrontate, a livello globale, dalla classe subalterna: gli epigoni del capitalismo dell’oggi stanno gestendo il ciclo con una ferocia senza pari rispetto anche a loro lontani predecessori, impoverendo le masse, restringendo i margini di agibilità della stessa democrazia liberale, agitando gli eterni spettri della guerra, della fame e della paura.
Per la prima volta, a memoria di diverse generazioni (e forse anche rileggendo la storia di secoli) si verifica un vero e proprio arretramento nella qualità della vita culturale, politica, economica e sociale: un fenomeno che si può ben definire di vera e propria regressione.
All’interno di questo drammatico stato di cose la nostra ricerca d’identità comunista si basa, prima di tutto, sul superamento definitivo del retaggio dei fraintendimenti marxiani che hanno agitato il XX secolo sia dal punto di vista dell’inveramento statuale, sia da quello della forma politica, appoggiando comunque un possibile riferimento teorico agli elementi di criticità che, in quel secolo, si sono addensati proprio sull’applicazione della teoria marxista.
Egualmente è da superare un approccio destrutturalista e moltitudinario restituendo alla realtà della classe il suo ruolo storico.
In conseguenza la fase offre la formidabile opportunità di esaltare una tensione etica verso l’eguaglianza sulla base della quale costruire una soggettività che punti, nell’immediatezza di una situazione di grande difficoltà, a restituire un campo all’interno del quale agire – pur da posizione sfavorevole – il contrasto concreto dei rapporti di forza.
Adesso come adesso non è possibile, però, far altro che indicare di seguito una semplice scaletta di lavoro sulla base della quale sviluppare un dibattito, il più possibile allargato nella sua prospettiva di partecipazione, per la (ri)costruzione di una sinistra di classe, anticapitalista al riguardo della quale deve essere cercata ispirazione nell’opera del più grande pensatore marxista che ha avuto il nostro Paese. Antonio Gramsci.
Il Gramsci dei “Quaderni dal carcere” (volume III dell’edizione del 1975, Editori Riuniti, curata da Valentino Gerratana): “La tesi, secondo cui gli uomini acquistano coscienza dei conflitti fondamentali sul terreno delle ideologie, non è di carattere psicologico o moralistico, ma ha un carattere organico gnoseologico” (ovverosia derivante da una vera e propria “teoria della conoscenza”).
L’obiettivo, per contrastare la deriva del capitalismo della “concentrazione senza centralizzazione” deve essere allora, proprio sulla base di quanto fin qui sostenuto, deve essere quello della costruzione di un “blocco storico” (ben diverso da un semplice “blocco sociale”), facendo in modo che donne e uomini riacquistino coscienza della loro posizione sociale e dei loro compiti proprio sul terreno della sovrastruttura (l’ambito cioè delle forme di coscienza, delle visioni del mondo, del come l’esistenza può essere pensata, significata, interpretata ed elaborata), ciò significa, come lo sviluppo e la modifica delle strutture sociali negli ultimi decenni ben ci indica, esiste un nesso necessario e vitale.
Su queste basi teoriche di fondo la discussione può essere sviluppata attorno a tre punti:
1) L’affermazione dell’attualità del conflitto, sociale e politico;
2) L’idea della politica intesa come lotta per il “potere” e non semplicemente per il “governo”, o peggio alla riduzione di questo alla mera “governabilità”;
3) L’obiettivo della formazione di un “intellettuale collettivo”.
Attorno al tema dell’unità tra teoria e prassi, ineccepibile fondamento filosofico dell’intero impianto, occorre rivisitare con chiarezza ciò che è mutato, nel corso degli ultimi anni. Anche e soprattutto per via di una tumultuosa trasformazione tecnologica, nel rapporto tra struttura e sovrastruttura: si tratta di una revisione indispensabile al fine di comprendere al meglio qualità e dislocazione sociale delle “fratture” sulle quali operare in modo che i soggetti politici possano misurare i loro programmi e le loro azioni attorno all’attualità di contraddizioni realmente operanti nella società.
Deve essere sviluppata un’analisi mirata a comprendere la realtà della fase: ci si trova, almeno questa è l’opinione contenuta in questa nota, in una fase di fortissima – ed anche inedita per qualità e intensità – “rivoluzione passiva” all’interno della quale è possibile condurre soltanto una “guerra di posizione” la cui durata non è, ovviamente, ipotizzabile a questo punto ma che sicuramente non traguarderà semplicemente il “breve periodo”.
All’interno di questa fase di “rivoluzione passiva” si dovranno sviluppare due elementi di fondamentale importanza: la ricostruzione, sul piano teorico, di un “senso comune” opposto a quello dominante a partire dalla contraddizione di classe sviluppandone gli elementi fondativi sul terreno culturale e sociale (verrebbe quasi da usare l’antico termine di “controcultura” intendendo il termine cultura nel senso della “kultur” nell’interezza del significato di questo termine che si trova nella lingua di Hegel, Kant e Marx); la messa in opera di un’adeguata soggettività politica che dovrà essere chiamata a sviluppare la sua iniziativa sul terreno dell’opposizione, ponendosi l’obiettivo di recuperare anche una presenza istituzionale che si ritiene comunque necessaria.
Abbiamo scelto la strada dell’autoconvocazione e ne vanno ribaditi qui i principi fondamentali del resto già contenuti nel documento di presentazione che sta circolando in questi giorni
E’ necessario, infatti, definire un percorso di tipo anti-leaderistico (il tema della ricostruzione di un gruppo dirigente inteso in senso lato è forse quello più urgente da affrontare) e quindi effettivamente democratico perché imperniato su proposte e comportamenti coerenti posti in grado di superare le barriere appena denunciate.
In questo senso si può pensare di applicare, nel metodo e nel merito dell’iniziativa politica, la pratica dell’autoconvocazione in una forma inedita rispetto alla storia di questo modello d’intervento politico: non più, cioè, come punto d’insorgenza all’interno di strutture già date (com’è avvenuto in passato in partiti e sindacati) ma come elemento di tipo più propriamente organizzativo nel processo di costruzione di un nuovo soggetto.
Quel nuovo soggetto che serve adesso come strumento indispensabile della lotta sociale e politica in corso.
L’autoconvocazione deve nascere come controtendenza rispetto a questa fase di omologazione nei comportamenti.
Attraverso questo metodo può essere possibile l’espressione di un’assunzione diretta di responsabilità, un primo livello di comunicazione orizzontale attuata in tempo reale (anche attraverso l’utilizzo della tecnologia), l’affermazione di una trasversalità non trasformistica per superare i confini delle residue appartenenze organizzative, l’intreccio tra teoria e prassi nell’adozione delle indispensabili misure di carattere organizzativo.
Si tratta, prima di tutto, di riaffermare alcune grandi coordinate strategiche nell’idea di recuperare il perduto respiro ideale, culturale, politico: il rapporto tra la teoria e la prassi; l’intreccio tra la politica e la cultura; la relazione tra ideologia e razionalità politica; il peso del filtro della concezione di classe nell’agire politico.
L’autoconvocazione deve essere rivolta, in conclusione, a produrre un’azione diretta di discussione politica attraverso la quale, dopo aver espresso con grande chiarezza l’obiettivo comune, possano assumersi le possibili forme di successivo sviluppo dell’iniziativa.

Franco Astengo

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