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Naomi Klein, il capitalismo e il clima

(11 Dicembre 2014)

naomik

di
Daniel Tanuro


Una recensione dell'ultimo libro di Naomi Klein dedicato al cambiamento climatico e il capitalismo, pubblicata sul sito della Lcr belga

Il libro che Naomi Klein ha dedicato al cambiamento climatico è già un avvenimento (1).
L’autrice della «strategia dello shock» si apre a una denuncia in regola con la logica della crescita capitalista, dell’avidità delle multinazionali del petrolio, del carbone e del gas naturale, e della sottomissione dei governi ai loro interessi. «Cambiare il clima della terra in modo che diventerà caotico e disastroso è più facile che accettare la prospettiva di cambiare la logica fondamentale del capitalismo, basata sulla crescita e la ricerca di profitto», scrive Klein. Per lei, il rancore dei climatico-scettici non cade dal cielo, ma dalla giusta comprensione del fatto che lottare seriamente contro il riscaldamento climatico necessita di un cambiamento di politica radicale. Con più regolamenti, più settore pubblico, più beni comuni, più democrazia. Con altri valori rispetto a quelli della competizione, dell’accumulazione e del ciascuno per sé. Una grande opera il cui impatto sarà sicuramente importante.

«Il potere rivoluzionario del cambiamento climatico»
Il titolo è scelto bene: «This changes everything» - ciò cambia tutto. Naomi Klein chiama la sinistra, i progressisti a soddisfare la chance che viene offerta in questo contesto difficile. Poiché «la verità sul cambiamento climatico, scrive lei, non è disturbando chi è soddisfatto dello status quo» (allusione al titolo del film di Al Gore: «una verità che disturba»). Per gli altri,"se abbiamo mai avuto un momento per avanzare un piano per guarire il pianeta guarendo anche le nostre economie crollate e le nostre comunità fiaccate, è questo». La crisi ambientale aggiunge la sua «urgenza esistenziale» a tutti i problemi. Di colpo, essa «offre un discorso globale nel quale tutto, dalla lotta per i buoni impieghi alla giustizia per i migranti, passando per le riparazioni sui misfatti storici come la schiavitù e il colonialismo, può integrarsi al grande progetto di costruire un economia non tossica, alla prova degli shocks, prima che non sia troppo tardi».

Più lucida di tanti militanti anticapitalisti, crede al «potere rivoluzionario del cambiamento climatico» e lei ha mille volte ragione. Indirizza una requisitoria implacabile e molto convincente alle grandi associazioni ambientaliste – di cui alcune sono accusate di collaborare con il sistema. Come alternativa, opera per la costruzione di movimenti di massa. L’autrice ammette che “ il tipo di contropotere che ha una chance di cambiare la società su una scala vicina a quanto richiesto fa ancora difetto”. Ma lei vede dei segnali premonitori nelle mobilitazioni radicali contro l’estrattivismo e i grandi progetti di infrastrutture, che si moltiplicano ai quattro angoli del globo. Il fatto che i popoli indigeni giocano sovente un ruolo chiave in queste mobilitazioni è per klein un fonte di speranza, poiché questi popoli hanno del loro rapporto con la natura una visione altra rispetto a quella di dominio e di controllo assoluto, tipico del capitalismo e , aldilà della cultura occidentale dopo i Lumi.

“This changes Everything” è un libro forte. Lo sarebbe potuto essere ancora di più se l’autrice avesse dedicato qualche dozzina di pagine a spiegare chiaramente il meccanismo del cambiamento climatico e a presentarne le principali conseguenze eco-sociali, piuttosto che entrare direttamente in una denuncia dei climate-scettici. C’è, mi sembra, un’occasione mancata per educare il grande pubblico. Ma è un dettaglio.

Un libro sotto tensione
Più profondamente, «This changes everything» è un libro sotto tensione. L’autrice lo confessa:"è il libro più difficile che abbia mai scritto, perché la ricerca mi ha condotto a cercare delle risposte radicali. Non ho alcun dubbio della loro necessità, ma io m’interrogo ogni giorno la loro fattibilità politica. Di fatti, klein oscilla tra l’alternativa anticapitalista, autogestionaria e decentralizzata, eco socialista e eco femminista, da una parte, e un progetto di capitalismo verde regolato, basato su un’economia mista rilocalizzata e impregnata di un’ideologia della cura e della prudenza ,dall’altra. Questa tensione si manifesta in tutta l’opera. Un soffio rivoluzionario attraversa la conclusione, dove Klein mette in parallelo – come Marx nel capitale!- la lotta contro la schiavitù e la lotta contro l’appropriazione capitalista delle risorse. Ma lei scrive , d’altra parte, che vi è «grande spazio per fare del profitto in un’economia zero-carbone» e qui l’ostacolo alla transizione ecologica sta nei «modelli d’affari (business models) attuali» cosi come nella maniera in cui «noi pensiamo a proposito dell’economia» (we think about the economy)- non dell’economia in quanto tale.

Questa oscillazione non è forse senza rapporto con la concezione che Klein sembra avere dell’ideologia di dominio della natura. L’autrice ha pienamente ragione di ricordare che questa ideologia è precedente al capitalismo. Ma il capitalismo è precisamente la forma sotto la quale esiste oggi. Non ne consegue che la soppressione di questo modo di produzione eliminerà automaticamente le concezioni «estrattiviste» - al contrario, la lotta per «prendere cura della natura con prudenza» dovrà continuare per un lungo periodo dopo la fine di questo sistema. Ma l’ideologia del dominio non sta in aria, ma arriva nelle strutture sociali. La battaglia ideologica antiestrattivista è inestricabilmente legata alla battaglia contro i rapporti sociali capitalistici. In particolare alla battaglia contro lo sfruttamento salariale- infatti una forma di saccheggio «estrattivista» della risorsa naturale chiamata forza lavoro:

No, la Germania non è un modello
Ciò detto, bisogna riconoscere modestamente: tutti coloro che pensano ad una risposta sociale in merito alla sfida climatica sono ricondotti alla tensione evocata da Naomi Klein nelle premessa alla sua opera. Ciò risulta dal fatto che c’è un abisso vertiginoso oggi tra l’estrema radicalità anticapitalista delle misure che s’impongono obiettivamente per evitare una catastrofe terribile e il livello di coscienza della grande massa della popolazione. La strategia da seguire per gettare un ponte al di sopra di questo abisso è oggetto di un dibattito, e sarebbe di cattivo gusto fare la lezione a Klein. Ma una cosa mi sembra chiara: a parte la «fattibilità politica», lei è male informata quando cita la politica energetica del governo Merkel, basata sui "feed in tariff", come esempio di «prese di distanze con l’ortodossia neoliberale».

Le "feed in tariff" sono delle tariffe imposte, che mettono l’elettricità verde in posizione di competitività con l’elettricità «sale». Pertanto i certificati verdi, concretizzano l’idea liberale che internalizzare le «esternalità» basta a rendere ecocompatibili le decisioni basate sull’efficienza-costo. Sul piano ambientale, questa idea è destinata alla sconfitta poiché essa fa passare lo sviluppo del mercato delle tecnologie verdi prima degli sforzi di riduzione del consumo energetico.Sul piano sociale, il sistema tedesco è finanziato da un sovraccarico (Umlage) prelevato sulle fatture di elettricità. Tutti i matrimoni pagano, ma il sovraccarico è più che compensato per coloro che hanno investito nelle rinnovabili, poiché loro vendono l’elettricità a un prezzo elevato, garantito dallo Stato per 20 anni. Gli strati sfavoriti pagano dunque per gli strati agiati(individui,cooperative o imprese).

E’ vero che anche dei comuni tedeschi producono e vendono elettricità verde. In questo caso, la collettività beneficia evidentemente di un ritorno sotto forma di servizio. E un aspetto positivo del sistema, che Klein ha ragione di sottolineare, ma non basta a erigere la Germania ad esempio da seguire. Tremila imprese sono esentate all’80% dall’Umlage (ciò che rappresenta un regalo da 4 a 5 miliardi di euro per anno). Siamo lontani dalla giusta domanda formulata da Klein: che i fossili paghino la transizione. Viceversa la politica energetica della Merkel approfondisce le disparità. In maniera più generale, il governo della cancelliera persegue la feroce politica messa in cantiere tra i verdi e la socialdemocrazia. Questa politica costringe otto milioni di persone a lavorare per meno di 8 euro all’ora. La Germania non è veramente un «modello che dimostra come sviluppare in maniera abbastanza veloce soluzioni climatiche molto decentralizzate, combattendo nello stesso tempo la povertà,la fame e la disoccupazione» come Klein afferma imprudentemente…..

E ciò non è strano: un tale “modello” non esiste nel capitalismo poiché questo è basato - Klein lo dice nel suo libro diverse volte - sul doppio sfruttamento della natura e del lavoro. Il fossato tra la radicalità necessaria e la fattibilità politica non può essere colmato in definitiva che a favore di una crisi più grande, uno di questi «momenti estremamente rari e preziosi dove l’impossibile sembra subito possibile», come si dice nelle conclusioni. Qui, l’autrice abbandona la «fattibilità politica» per ritornare nella radicalità. Noi condividiamo la convinzione che un tale momento verrà, che esso coinciderà con una contestazione radicale dell’ideologia del dominio e che «il vero problema è di sapere ciò che le forze progressiste faranno, la forza e la fiducia con la quale esse ne approprieranno», per «non soltanto denunciare il mondo cosi com’è ma per costruire il mondo che ci manterrà tutti in vita».
Aldilà del riserve e dei dibattiti che può suscitare nei confronti degli ecosocialisti, l’opera di Naomi Klein è un grande contributo per questa battaglia.

Note
[1] « This Changes Everything. Capitalism vs. the Climate”, Alfred A. Knopf, Canada, 2014

Traduz. Giovanni Peta

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