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Natale 1914 sul Fronte occidentale

(tratto da COMUNISMO N.ro 61)

(24 Dicembre 2014)

nata1914

Durante la settimana velica di Kiel, del giugno 1914, l’Imperatore tedesco Guglielmo II si era fatto fotografare nella divisa da ammiraglio britannico, orgoglioso di “indossare l’uniforme portata da Nelson”. L’Imperatore, infatti, non soltanto era Colonnello onorario dei Dragoni britannici, ma era anche Ammiraglio della Royal Navy. Per contro, il cugino, Giorgio di Inghilterra era Ufficiale del Primo Reggimento delle Guardie Prussiane. Quattro anni prima, in occasione delle esequie di Re Edoardo, Guglielmo II aveva ufficialmente affermato: “L’Inghilterra è la mia seconda Patria!”

Durante la settimana velica di Kiel, del giugno 1914, l’Imperatore tedesco Guglielmo II si era fatto fotografare nella divisa da ammiraglio britannico, orgoglioso di “indossare l’uniforme portata da Nelson”. L’Imperatore, infatti, non soltanto era Colonnello onorario dei Dragoni britannici, ma era anche Ammiraglio della Royal Navy. Per contro, il cugino, Giorgio di Inghilterra era Ufficiale del Primo Reggimento delle Guardie Prussiane. Quattro anni prima, in occasione delle esequie di Re Edoardo, Guglielmo II aveva ufficialmente affermato: “L’Inghilterra è la mia seconda Patria!”
Nemmeno due mesi dopo i proletari dei due paesi, inquadrati in opposti eserciti, avrebbero avuto l’ordine di trucidarsi a vicenda senza alcuna pietà. Ed ogni atto di umanità e di fraternizzazione sarebbe stato considerato come tradimento, e come tale passibile della massima punizione. La fraternizzazione fra gli opposti eserciti, nella guerra imperialista, costituisce infatti il peggiore dei crimini ed il maggiore dei pericoli.
Malgrado la ipocrita Convenzione di Ginevra regolasse minuziosamente il trattamento dei prigionieri e dei feriti, su istigazione ed incitamento delle gerarchie militari era diventata usuale prassi di guerra quella di uccidere i nemici evitando di fare prigionieri; non solo, addirittura si ordinava di lasciare morire, a volte anche dopo giorni di sofferenze, i propri feriti nella terra di nessuno, piuttosto che concordare con il nemico un cessate il fuoco per trarli in salvo.
Benedetto XV, che a tutti gli Stati belligeranti aveva proposto una tregua in occasione del Natale 1914, venne definito da George Clemenceau come “il Papa dei boches” e, dal Feldmaresciallo Generale Erich von Ludendorff, “il Papa dei francesi”. Gli inglesi non lo presero nemmeno in considerazione poiché avevano una Chiesa in proprio con un clero statutariamente dipendente dal loro Re e della loro Patria. Comunque sia, esattamente come i loro colleghi protestanti, i cappellani militari cattolici, nelle messe celebrate sul campo, evitavano ogni minimo accenno ai messaggi provenienti dal Romano Pontefice, anzi esortavano i soldati a “compiere il loro dovere”, ossia a versare il loro e l’altrui sangue a gloria delle rispettive Patrie.
«Mi domando – scriveva l’allora Ministro della Marina Britannica, Winston Churchill – mi domando che cosa potrebbe mai accadere se all’improvviso gli eserciti entrassero contemporaneamente in sciopero e decidessero che bisogna trovare un altro sistema per comporre la disputa?». Ebbene, quello sciopero temuto non tardò ad arrivare e l’occasione venne data dalla ricorrenza natalizia.
In una lettera del 29 dicembre 1914 ai propri genitori il fuciliere Ernest Morley raccontava del piano escogitato dagli ufficiali inglesi per il giorno della vigilia di Natale: intonare nelle trincee canti natalizi in modo da indurre nei soldati tedeschi sentimenti di malinconia e di relativa tranquillità per attaccarli poi di sorpresa. «A tre corali avrebbero dovuto seguire cinque salve di fuoco (...) Poi, però – continua la lettera – con grande sorpresa udimmo salire un canto, una sorta di risposta dalle loro trincee. Quindi cominciarono a gridarci di uscire fuori. Così bloccammo i preparativi per la fase due: le ostilità. Gridavano “A merry Christmas, English, we are not shooting tonight”. Noi rispondemmo gridando un messaggio simile. Dopo un breve scambio di esclamazioni, quelli sistemarono le luci. Anche noi. Presto le due linee di fronte sembravano come illuminate a festa. Lampade e candele in fila. Noi facemmo come loro (...) Si diressero verso di noi gesticolando. Noi ci dirigemmo loro incontro. Provammo il piacere assolutamente folle di chiacchierare con uomini che avevano fatto del loro meglio per ammazzarci... e noi con loro. Scambiai una sigaretta con un sigaro, alcuni di loro parlavano inglese e chiacchierammo a lungo» (Riportato da Michael Jürgs in La Piccola Pace nella Grande Guerra).
Questo fu un fatto per niente isolato. Il maggior numero di episodi di fraternizzazione si verificò per una linea di fronte lunga una cinquantina di chilometri intorno ad Ypern, tra Diksmuide e Neuve Chapelle. Ma per tutto intero il fronte occidentale, su due linee di trincea quasi parallele dal Mare del Nord fino al confine svizzero, salvo rare eccezioni, non solo non si sparò, ma si verificarono spontaneamente veri tripudi di fraternizzazione.
Nella maggior parte dei casi l’iniziativa venne presa da coloro che la storia ufficiale ha voluto rappresentare come “gli aggressori”, “i barbari”, dagli “unni”, come venivano chiamati con disprezzo, oppure boches, fritzen, jerries, insomma, dai soldati tedeschi.
Al canto corale di Stille Nacht venivano disposti lungo i bordi delle trincee alberini di natale illuminati da candele accese, poi seguivano gli auguri ai fratelli di classe che il capitalismo aveva schierato nella trincea opposta. Non appena dall’altro fronte veniva risposto con altri auguri ed altri canti si passava allo scambio di doni lanciando, da una trincea all’altra pacchetti di sigari, sigarette, carne in scatola, cioccolata. I più ardimentosi con circospezione uscivano dalle trincee e si incamminavano con cautela nella terra di nessuno in direzione del nemico. A poco a poco dall’opposta trincea era fatto altrettanto, fino a che, passati pochi istanti di esitazione da sottoterra emergevano centinaia di uomini alla volta. Le trincee si svuotavano e la terra di nessuno diveniva improvvisamente la terra di tutti. I soldati si trovavano di fronte ai loro nemici e guardandoli, come in uno specchio vedevano loro stessi. Prima una timida stretta di mano poi lo scambio di doni: soprattutto sigari, sigarette e tabacco. Dopo l’entusiasmo del primo incontro, generalmente gli ufficiali dei due schieramenti fissavano una tregua per il giorno successivo per seppellire i cadaveri che giacevano in putrefazione sul terreno fra le due trincee. Ognuno avrebbe seppellito i propri morti, ma anche quel pietoso dovere veniva svolto insieme e insieme si partecipava alle preghiere per i defunti. Terminate le sepolture i soldati tornavano a comunicare come potevano oppure semplicemente mostrando gli uni agli altri le fotografie dei familiari, la moglie, i figli. L’operaio di Glasgow o di Liverpool si riconosceva fratello a quello di Amburgo ed in segno di amicizia si scambiavano gli indirizzi.
Il soldato francese Gustave Bether, scriveva a casa dei tedeschi: «Odiano fare la guerra esattamente come noi. Sono sposati così come lo sono io, lo hanno visto dalla mia fede nuziale, e vogliono una sola cosa, tornarsene a casa il più presto possibile. Mi hanno regalato un pacchetto di sigari ed una scatola di sigarette, e io gli ho dato una copia di Le petit Parisien in cambio di un giornale tedesco». Chi ha una macchina fotografica la tira fuori e tutti corrono a farsi immortalare in gruppi misti, nemici sorridenti, gli uni abbracciati agli altri.
Si formano squadre di calcio. In una delle numerosissime lettere dal fronte si legge: «Sul campo congelato era una bella impresa. Uno di noi aveva con sé la macchina fotografica. Allora i calciatori delle due squadre si ordinarono rapidamente in un gruppo, sempre a file allegramente multicolori, con il pallone al centro». Lo stesso The Times, il giorno di capodanno 1915 dava notizia di una di queste partite di calcio, dovendo amaramente ammettere la vittoria dei tedeschi.
I soldati tedeschi, in occasione del Natale erano stati letteralmente sommersi dai cosiddetti “doni d’amore” provenienti dal loro paese: tabacco, cibo, vino, nonché berretti di lana, sciarpe, guanti. Ai loro occhi i francesi appaiono «malnutriti e sembrano vestiti miseramente» ed accettano di buon grado il tabacco che viene loro offerto. Nella condizione peggiore si trovavano i soldati belgi: il paese era invaso e loro completamente tagliati fuori dalle proprie famiglie. Non erano nemmeno in grado di inviare e ricevere la corrispondenza. I rifornimenti da casa, i pacchi dono non gli arrivavano, quindi anche loro accettavano con entusiasmo i doni offerti dal nemico invasore e ne approfittavano per scrivere a casa dando ai tedeschi l’incombenza di inoltrare la posta. Un soldato tedesco annotava nel suo diario: «I belgi ci hanno dato alcune cartoline, da venti a quaranta, alcuni anche brevi lettere da inoltrare ai loro congiunti a Bruxelles e così via, cosa che noi effettivamente faremo nel limite del possibile, sempre che le autorità ce lo permettano».
La tregua spontanea dura giorni, quasi ovunque fino al nuovo anno, spesso arriva all’Epifania, in alcuni luoghi perfino delle settimane. Dopo gli incontri, al momento di ritornare alle rispettive trincee, i soldati si mettono d’accordo di non spararsi nemmeno il giorno seguente e, nel caso fossero stati costretti a farlo dai loro ufficiali, avrebbero sparato in aria.
Il 31 marzo 1930, alla Camera Alta del Parlamento inglese il deputato liberale Murdoch McKenzie Wood, ex Maggiore del VI Battaglione dei Gordon Higlanders, con grande stupore sia dei compagni di partito sia degli avversari affermava: «Nelle fasi iniziali della guerra, nel natale del 1914, mi trovavo nelle trincee lungo il fronte e partecipai all’allora universalmente noto cessate il fuoco. Abbandonammo le nostre postazioni e stringemmo la mano ai nostri nemici tedeschi. Molte persone pensano certamente che abbiamo compiuto un atto indecoroso, infamante. Ora qui non intendo affatto discutere di questo. Lo compimmo e basta, e allora mi feci l’opinione, che da allora mi si è ulteriormente rafforzata, che se ci avessero lasciato stare, non sarebbe stato sparato davvero più un solo colpo. Questo cessate il fuoco durò 14 giorni. Stringemmo rapporti amichevoli tra noi e fu solo perché eravamo controllati da altri che fummo costretti a cercare di nuovo di ammazzarci a vicenda».
In una situazione del genere e su di un fronte lungo centinaia di chilometri, per mettere fine allo sciopero militare, a quella incantata pace di Natale, sarebbero bastati pochi colpi di fucile o una sventagliata di mitragliatrice. Ma nessuno volle, o poté, sparare il primo colpo.
Il caporale Adolf Hitler che si trovava al fronte considerò una vergogna che dei soldati tedeschi stringessero la mano ai nemici inglesi anziché sparagli addosso, ma i suoi commilitoni bavaresi non diedero ascolto ai rimproveri dell’austriaco. Il futuro Führer, nel Mein Kampf si guardò bene di fare cenno della fraternizzazione tra i proletari degli opposti schieramenti e descrisse scene di tutt’altro genere. «Poi nelle Fiandre scende una notte umida e fredda (...) attraverso la quale marciamo in silenzio e quando il giorno inizia a liberarsi dalla nebbia (...) da duecento bocche riecheggia il primo Hurrà al Primo messaggio di morte (...) Ma da lontano giungono al nostro orecchio le note di un canto e, proprio mentre la morte comincia ad accanirsi contro le nostre file, il canto raggiunge anche noi (...) e allora noi continuiamo a ripeterlo, Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt...»
Dal Journal de Marche et Opérations di un Reparto francese: «28 dicembre 1914. Calma su tutto il fronte. A Bois Touffu abbiamo seppellito otto francesi morti, che il 29 novembre erano caduti troppo vicino alle trincee tedesche per poterli recuperare. 29 dicembre 1914. I bavaresi continuano a non spararci e ci avvertono quando si avvicinano gli ufficiali. Sfruttiamo la tregua per rinforzare il nostro reticolato di filo spinato. 30 dicembre 1914. Discussione tra gli ufficiali sul morale delle rispettive truppe. Quello dei tedeschi sembra a terra. Scambio di giornali e di cartoline d’auguri per il nuovo anno. 31 dicembre 1914. Il cessate il fuoco prosegue. I bavaresi ci lasciano lavorare indisturbati. A una condizione: non dobbiamo tagliare il loro reticolato. A mezzanotte spariamo tutti in aria per salutare in nuovo anno».
L’entusiasmo è tale che tutti, in quei giorni, scrivono a casa per informare del “miracolo di Natale”, del cessate il fuoco, dei canti, degli incontri nella terra di nessuno, dello scambio di doni, delle partite di calcio. Alle lettere vengono allegate le fotografie che documentano quello che potrebbe sembrare pura allucinazione.
In Inghilterra tutti i giornali, dai più prestigiosi alle minuscole gazzette di provincia, pubblicano le lettere dei soldati in cui si narrano questi episodi e le fotografie che li provano. In Germania, all’inizio, la censura imperiale non impedì la pubblicazione, nei giornali locali, delle lettere dal fronte; in fondo vi si leggeva che l’iniziativa era partita dai tedeschi a dimostrazione della loro maggiore umanità rispetto al nemico. Tuttavia questa libertà durò poco. In Francia invece niente di quanto era accaduto al fronte riuscì a trapelare. Sui giornali francesi venne scritto che ai tedeschi, che avevano cantato le loro canzoni natalizie, da parte francese era stato gridato: “Chiudete la bocca porci tedeschi!”
Il “quarto potere”, la stampa, veniva usata come un’arma, né più né meno, essenzialmente ad uso interno. Tutte le nazioni belligeranti avevano stabilito delle regole di censura molto dettagliate e rigide, sebbene, rispetto alla nostra attuale “libertà di informazione”, fossero abbastanza puerili e con poco sforzo potessero essere aggirate, quando ce ne fosse stata la volontà. Regola universale di tutti i paesi era che fotografie e disegni dei propri caduti non dovessero essere mai mostrati, i morti altrui il meno possibile e, casomai, non in primo piano. Era ammessa nei disegni dei rotocalchi solo la morte “eroica”. La morte reale, quella nel fango, i corpi dilaniati, i cadaveri in putrefazione divorati dai ratti, non si doveva mostrare.
Al contrario erano particolarmente gradite le fotografie che mostravano gli orrori commessi dal nemico, ed in mancanza di fotografie si ricorreva ai disegni propagandistici. Uno fra i tanti della propaganda alleata mostrava un prussiano con l’elmo chiodato, un “unno”, che trafiggeva con la baionetta un bambino innocente disteso a terra.
In Germania per inviare reportage dal fronte ci voleva una speciale autorizzazione che veniva concessa dal competente Stato Maggiore III/b. I corrispondenti potevano recarsi nei paesi occupati, accompagnati da ufficiali dell’esercito, ma mai direttamente al fronte ed i loro articoli e fotografie dovevano preventivamente passare al vaglio della censura militare. In Germania non venne pubblicata nemmeno una fotografia della fraternizzazione degli eserciti. Il 27 gennaio 1915 l’Imperatore Guglielmo II elogiò con queste parole i corrispondenti di guerra: «Vi faccio i miei complimenti. Scrivete in modo davvero straordinario. Leggo molto volentieri i vostri articoli. Hanno uno slancio patriottico. È molto positivo anche per i nostri uomini nelle trincee, se possiamo spedire loro cose simili».
In Inghilterra, fin dall’agosto era stata emanata una legge di censura, la Defense of the Realm Regulations Act. L’articolo 153 prevedeva che le fotografie potessero essere riprodotte solo con didascalie e se preventivamente approvate. Ma i giornali inglesi aggirarono molto spesso le imposizioni della censura. L’azione della censura fu invece rigorosissima in Francia, dove venne proibito nel modo più assoluto ogni tipo di pubblicazione che potesse avere un effetto negativo sulla sicurezza interna. Il concetto di fraternité venne messo al bando e ai soldati fu imposto di tacere sull’accaduto. La corrispondenza alle famiglie venne minuziosamente filtrata dalla censura e tutte le pellicole impressionate, testimonianti la Trêve de Noël vennero sequestrate. I giornali anziché pubblicare le lettere dei poilus sulla realtà del fronte facevano a gara nel ricordare che qualunque tipo di fraternizzazione con il nemico «finirà davanti alla corte marziale e verrà sanzionata con la pena di morte» (Le Matin, citato in La piccola Pace...).
Voci delle fraternizzazione arrivano, prima frammentarie e contraddittorie, poi sempre più insistenti ai quartieri generali delle varie armate: tedesca, inglese, francese. All’inizio non viene dato peso alle notizie, mentre i generali sono intenti, al sicuro delle retrovie, a festeggiare il Natale e ad alzare i calici per brindare alla futura vittoria. Soltanto i giorni successivi, smaltite le sbornie, si rendono conto della gravità della situazione e tutti quanti si mettono a studiare le misure repressive da mettere in atto perché episodi simili non abbiano a ripetersi.
Intanto ai vari Quartieri Generali arrivava notizia che le fraternizzazioni andavano avanti e gli ufficiali impegnati in prima linea, lungi da reprimerle, non solo le tolleravano ma il più delle volte le autorizzavano, vi prendevano parte, le concordavano con i pari grado nemici.
Ma anche quando i contatti fisici tra i soldati delle trincee contrapposte divennero impossibili a causa delle minacce repressive, i soldati continuarono a rifiutare di ammazzarsi. I cecchini sbagliavano volutamente mira: un tiratore scelto che mancava un bersaglio troppo facile veniva insultato dai superiori, ma poiché non era possibile dimostrare che lo avesse fatto intenzionalmente poteva sperare di restare impunito. Oppure si riferisce di un messaggio tranquillizzante di questo tipo, trasmesso da una trincea tedesca agli inglesi: «Cari commilitoni, vi devo informare che, da questo preciso momento, ci è proibito di incontrarci con voi là fuori. Nel caso in cui dovessimo essere costretti a sparare, mireremo sempre troppo in alto (...) Offrendovi ancora qualche sigaro, cordialmente vostro...». Nel diario di un Reggimento francese si legge: «Due gennaio: Sono profondamente dispiaciuti di non poter più parlare con noi da questo preciso momento. I loro ufficiali glielo hanno severamente proibito. Tre gennaio: Calma su tutta la linea. Di tanto in tanto spuntano soldati bavaresi sopra il parapetto. Quattro gennaio: giornata tranquilla. Soltanto alcune discussioni frettolose con i bavaresi, prima che i loro ufficiali se ne accorgano». Soltanto a partire dal 14 gennaio, è scritto nell’ultima annotazione del diario, la guerra riprese violenta.
Per i soldati francesi i divieti contro i tentativi di fraternizzazione sono più severi rispetto a quelli tedeschi od inglesi e dal Quartiere Generale si ordina telefonicamente agli ufficiali di intervenire immediatamente ed in caso di necessità di «sparare semplicemente addosso» a coloro che fraternizzano
Fin dal gennaio 1915 scattarono le prime denunce ai Tribunali militari con l’accusa di viltà di fronte al nemico. Da tutti quanti gli Stati Maggiori vennero emessi ordini del giorno in cui si ricordava l’assoluta proibizione non solo di avere contatti con il nemico, ma perfino di mantenere un prolungato cessate il fuoco. Gli ufficiali sarebbero stati considerati responsabili di ogni atto di insubordinazione e di conseguenza sarebbero stati deferiti ai Tribunali militari
Un Generale di Corpo d’Armata tedesco, dopo la guerra, riconoscendo che vi erano stati molti casi di insubordinazione nell’esercito («sarebbe una falsità affermare che tra le nostre file la disciplina sia stata ovunque buona (...) Le circostanze della guerra non erano adatte a favorire la disciplina») esprimeva il parere che l’unico sistema per scongiurare il dilagare dell’insubordinazione fosse rappresentato dalle misure di repressione le più severe possibili ed ebbe quindi parole di elogio nei confronti delle Corti marziali britanniche e francesi che avevano comminato senza pietà condanne a morte per insubordinazione e le avevano prontamente eseguite, mentre loro, i tedeschi, si erano dimostrati troppo teneri: «venendo incontro a una sollevazione del parlamento tedesco, durante la guerra un gran numero di pene previste dal codice di procedura penale militare venne attenuato» (La Piccola Pace...).
Infatti, a fronte delle 18 fucilazioni belghe e della cinquantina tedesche per “viltà di fronte al nemico”, le due nazioni campioni di democrazia e libertà, ossia Francia ed Inghilterra, condannarono e fucilarono centinaia di loro soldati sul fronte occidentale.
Gli ordini marziali con cui si voleva impedire il ripetersi di simili atti, formulati nelle diverse lingue, furono pressoché identici. I governi ed i capi militari vivevano nel terrore, ora che sembrava di colpo svanito l’odio tra i soldati nemici così per tanto tempo alimentato. Quindi gli ordini furono che si sarebbe dovuto sparare immediatamente sia su ogni nemico che si fosse arrischiato ad uscire dalle trincee, sia sui commilitoni che avessero fatto altrettanto. In modo particolare e con ancora maggiore severità sarebbero stati puniti atti di fraternizzazione nei confronti del nemico (grida di richiamo, canti, semplici gesti di amicizia) se compiuti in particolari ricorrenze: Natale, Pasqua, etc...
In occasione del Natale 1915 lo Stato Maggiore tedesco emanò questa direttiva: «Ogni tentativo di fraternizzazione con il nemico, come per esempio un accordo tacito di non spararsi a vicenda, visite reciproche, scambio di informazioni, come accaduto l’anno scorso a Natale e a Capodanno, è con la presente severamente proibito. Le contravvenzioni saranno considerate alto tradimento». Non canti né luci natalizie ma fuoco senza pietà su tutto ciò che dall’altra parte si muovesse. Nel caso che soldati fossero usciti dalle trincee nemiche si suggeriva di farli avvicinare il più possibile e poi sottoporli ad un inteso fuoco di sbarramento, mentre i tiratori scelti avrebbero dovuto colpire in modo mirato.
Eppure, nonostante tutte queste disposizioni terroristiche, anche nel Natale 1915 si verificarono molti casi di cessate il fuoco e, dove possibile, di fraternizzazione.
La tregua del Natale 1914 scaturì spontaneamente dal desiderio di pace del proletariato delle diverse nazioni che vedeva nel soldato costretto a marcire nella trincea opposta non un nemico, ma un fratello di classe e di sventura. Si trattò di un atto del tutto pacifico ed incruento, ma allo stesso tempo, sebbene inconsciamente, di segno rivoluzionario. E questo significato fu ben compreso dagli Stati Maggiori militari e dai governi borghesi che, specialmente quelli dei più insigni Stati democratici, decisero di schiacciare nel sangue perché sapevano che alla fraternizzazione sarebbe potuta seguire la rivoluzione.
La piccola pace del Natale 1914 infatti sarà il preludio dello sciopero militare che, tre anni dopo, interessò la quasi totalità dell’esercito francese.

Cosa per Lenin sarebbe stato allora necessario
Pochi mesi dopo Lenin scrive in Il Socialismo e la Guerra: «I giornali borghesi di tutti i paesi belligeranti hanno citato casi di fraternizzazione fra i soldati delle nazioni belligeranti, persino nelle trincee. E gli ordini draconiani delle autorità militari (Germania, Inghilterra) contro simili fraternizzazioni dimostrano che i governi e la borghesia vi hanno attribuito una grande importanza.
«Se, nonostante il completo dominio dell’opportunismo negli alti ranghi dei partiti socialdemocratici dell’Europa occidentale e nonostante l’appoggio dato al socialsciovinismo da tutta la stampa socialdemocratica e da tutte le autorità della Seconda Internazionale, sono stati possibili dei casi di fraternizzazione, questo dimostra quali possibilità vi sarebbero di abbreviare l’attuale guerra schiavista, delittuosa e reazionaria, e di organizzare un movimento rivoluzionario internazionale, con un sistematico lavoro in questa direzione, compiuto anche solo dai socialisti di sinistra di tutti i paesi belligeranti.
«Come primi passi sulla via della trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile, bisogna indicare: 1) il rifiuto assoluto di votare i crediti di guerra e l’uscita dai ministeri borghesi; 2) la rottura completa con la politica della “pace civile” (bloc national, Burg-frieden); 3) la creazione di organizzazioni illegali in quei paesi nei quali il governo e la borghesia, proclamando lo stato d’assedio, aboliscono le libertà costituzionali; 4) l’appoggio alla fraternizzazione dei soldati delle nazioni belligeranti nelle trincee e, in generale, sui teatri della guerra l’appoggio ad ogni specie di attività rivoluzionaria di massa del proletariato in generale».
E nel maggio-giugno Lenin scrive in Il fallimento della Seconda Internazionale: «Kautsky si sforza di battere i suoi avversari di sinistra attribuendo loro delle assurdità; essi porrebbero il problema in questo modo: “in risposta” alla guerra, “le masse”, “in 24 ore”, avrebbero dovuto fare la rivoluzione, instaurare “il socialismo” contro l’imperialismo; altrimenti “le masse” avrebbero dato prova di “mancanza di carattere” e di “tradimento”. Ma queste sono semplicemente sciocchezze con le quali gli ignoranti autori di libercoli borghesi e polizieschi “battevano” finora i rivoluzionari; e ora Kautsky se ne fa anche lui vanto. Gli avversari di sinistra di Kautsky sanno benissimo che la rivoluzione non si può “fare”, che le rivoluzioni sorgono dalle crisi e dai rivolgimenti storici obiettivamente maturi (indipendentemente dalla volontà dei partiti e delle classi), che le masse senza organizzazione sono prive di una volontà comune, che la lotta contro la potente organizzazione terroristica e militare degli Stati centralizzati è cosa lunga e difficile. Le masse, nel momento critico, non potevano far nulla di fronte al tradimento dei loro capi, mentre “il manipolo” di questi capi aveva la piena possibilità e il dovere di votare contro i crediti, di prendere posizione contro “la pace civile” e contro la giustificazione della guerra, di pronunciarsi per la disfatta dei propri governi, di organizzare un apparato internazionale per la propaganda della fraternizzazione nelle trincee, di organizzare la stampa illegale che affermasse la necessità di passare alle azioni rivoluzionarie, ecc.
«Kautsky sa benissimo che i socialdemocratici di sinistra tedeschi si riferiscono appunto a queste azioni, o, meglio, ad azioni simili, e che essi non possono parlarne direttamente, apertamente, a causa della censura militare. Il desiderio di difendere a qualunque costo gli opportunisti spinge Kautsky a una bassezza senza precedenti, quando, mettendosi al sicuro dietro le spalle dei censori militari, attribuisce ai socialdemocratici di sinistra delle stupidità evidenti, nella certezza che i censori impediranno che egli sia smascherato».
La risposta borghese: il massacro indiscriminato
La Conferenza internazionale di Zimmerwald, che si tenne nel settembre del 1915 ad opera dei socialisti italiani e svizzeri, dando forma all’opposizione alla guerra, lanciò un appello vibrante di denuncia degli scopi capitalisti ed imperialisti del conflitto, e pubblicò un Manifesto divenuto punto di riferimento di tutte le volontà tese alla cessazione immediata del massacro.
Da allora il malcontento, all’inizio nascosto e timoroso, non aveva cessato di crescere e manifestarsi, qualche volta perfino con audacia. Nel 1916 cominciarono gli scioperi. L’alternativa posta da Lenin – Guerra o Rivoluzione – guadagnava terreno di giorno in giorno.
Una seconda Conferenza, tenuta a Kienthal, nel maggio del 1916, ottenne il decisivo risultato di costringere i parlamentari socialisti a rifiutare i crediti di guerra ai loro governi. La corrente di opposizione alla guerra ingrossava sempre più, anche se ci vollero ancora due anni prima che fosse possibile imporre agli Stati imperialisti la cessazione del conflitto.
Sul fronte occidentale da un lato all’altro delle opposte trincee continuava il lancio di messaggi di fraternizzazione e di esortazione a non continuare la guerra. Lo Stato Maggiore tedesco segnalava al proprio governo defezioni sempre più numerose ed il “deplorevole morale” dei combattenti. Analoga preoccupazione veniva registrata presso tutti i comandi militari ed i rispettivi governi.
L’intensificarsi degli allarmanti segnali di fraternizzazione fra proletari intruppati in eserciti contrapposti rese necessario – per l’istinto di conservazione del capitalismo – lo scatenare quella carneficina che da parte degli storici ed esperti di strategia militare è stata definita semplicemente insensata. È per risanare l’esercito da quel pericoloso clima, per stroncare la volontà e la forza ribelle del proletariato, togliendogli ogni speranza, che da parte dello Stato Maggiore tedesco furono lanciate le grandi offensive omicide su Verdun. La distruzione per la distruzione e la morte per la morte non avrebbero risolto le sorti della guerra interimperialista, ma avrebbero risolto quelle della conservazione capitalista. Verdun con i suoi massacri, con l’affondare di migliaia e migliaia di baionette nelle vive carni di altrettante migliaia di proletari, con le stragi operate dalle artiglierie che mietevano le truppe del Kronprinz a ranghi serrati così come quelle francesi, tutto ciò, noi lo sappiamo, non rappresentava soltanto un macello di uomini senza nessuna utilità dal punto di vista strettamente militare, un assurdo da un punto di vista strategico: l’ignobile olocausto non era né inutile né assurdo nei disegni della classe responsabile della guerra.
Quale fu il numero delle vittime proletarie immolate senza che i due eserciti, di fatto, avanzassero di in solo metro? Distribuiti in parti uguali i morti vengono calcolati dai 700 mila al milione, interi villaggi furono rasi al suolo (Beaumont, Vaux, Fleury, Ornes, Haumont, Louvemont...), sembra che oltre 40 milioni di granate di tutti i calibri siano state eruttate dalle bocche dei cannoni

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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