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    (Flessibili, precari, esternalizzati)

    Professione AEC (Assistente Educativo Culturale)

    (30 Dicembre 2014)

    professioneaec

    Roma, settembre 2012: una manifestazione di genitori di alunni disabili in Campidoglio, per protestare contro i tagli al servizio svolto dagli AEC in alcuni municipi (foto ripresa dal sito meridiananotizie.it)

    Chi si interessa alle vicende dei lavoratori precari, attivi in qualcuna delle tante esternalizzazioni di servizi pubblici, probabilmente qualche volta avrà sentito parlare dell’AEC (Assistente Educativo Culturale). Però, di che figura sociale si tratta, che mansioni svolge, che tipo di condizioni vive? Su questo, le informazioni a disposizione di chi non è interno al settore sono carenti. Si sa che l’AEC lavora nelle scuole, garantendo un sostegno agli alunni disabili, e che può esser fatto rientrare nella più vasta categoria degli operatori sociali, ma il resto sfugge. Per questo, ci siamo confrontati con un lavoratore attivo a Roma Nord, nel XIV Municipio, che ha fatto del proprio essere un AEC un motivo di orgogliosa rivendicazione, non scissa da una certa sdrammatizzante autoironia.

    Con il nostro interlocutore siamo tornati indietro nel tempo, a quegli anni ’80 che hanno visto l’inizio della esternalizzazione di un servizio così decisivo per fasce sociali particolarmente deboli. Il processo, a ben vedere, è stato graduale, tanto che, per una fase non breve, si è registrata una sostanziale parità numerica tra gli AEC del Comune e quelli forniti alle scuole dalle cooperative sociali. Una situazione non priva di risvolti a un tempo sgradevoli e paradossali: in pratica vi è stata una lunga coesistenza tra gli AEC di serie A – abilitati a occuparsi delle questioni didattiche – e quelli di serie B, dediti all’assistenza di base, cioè a garantire alcune autonomie dell’utente (lavarsi, vestirsi ecc.). I primi, quelli comunali, dotati di un titolo di studio specifico, i secondi senza competenze di settore, e con un attestato di Assistente Domiciliare e dei Servizi Tutelari (ADEST) come unico requisito ufficialmente richiesto. Per non dire delle differenze in termini di condizioni normative ed economiche, a tutto svantaggio degli operatori legati alle cooperative. Bene, questa contraddizione, nel corso del tempo, è andata risolvendosi, nel senso che, già a partire dagli anni ’90, per ogni AEC comunale che andava in pensione, ne subentrava uno “di serie B”. In più, anni fa è entrata in vigore una legge in cui i comunali venivano posti di fronte a due possibilità: mantenere il proprio ruolo oppure entrare negli uffici dal Comune, attestandosi su un livello più alto.
    Naturalmente, il grosso di loro si è pronunciato per la seconda opzione ed oggi, in un Municipio come il XIV, i comunali in attività si contano sulla punta delle dita, risultando per giunta prossimi al pensionamento. Prima che si arrivasse al compimento di questo processo, si è posto a più riprese il problema di come qualificare gli AEC delle cooperative, così da renderli in grado di soddisfare le richieste formulate da molte scuole, tali da andare oltre la mera assistenza di base. Ma gli enti locali, ossia la Regione e il Comune, per lungo tempo hanno manifestato l’intenzione di non aumentare i costi di un sistema creatosi perlopiù informalmente. Dal canto loro, le cooperative erano sì desiderose di accaparrarsi questa importante fetta del “mercato dei servizi sociali”, ma senza impegnarsi in investimenti particolari. A dire il vero, a loro modo, queste ultime una risposta alla crescente richiesta di soggetti qualificati l’hanno data: approfittando del diffuso fenomeno della disoccupazione postuniversitaria, hanno immesso nel ruolo un certo quantitativo di giovani laureati in Psicologia, però alle stesse condizioni contrattuali di prima. Così hanno rimediato parecchio in termini economici e d’immagine, ma svalutando il prezioso lavoro svolto dagli AEC, i quali, spesso, adempiono a un compito davvero delicato: quell’inclusione in classe dei disabili che va condotta con accortezza, e che non può essere affidata agli insegnanti di sostegno, più concentrati sul rendimento scolastico.

    Nonostante svolgano un lavoro di grande rilievo, la situazione degli AEC rimane critica, a partire dal fatto che la loro figura professionale risulta ancor oggi poco definita. Non a caso, da anni, una delle rivendicazioni più sentite da questi operatori sociali, è quella relativa alla creazione di un mansionario unico a livello nazionale. Un obiettivo che, visto dalla capitale, sembra lontano, dato che qui la situazione varia a seconda del contesto lavorativo, ma che in altre città italiane ha potuto tradursi in realtà. In questi casi, più felici, ci si è basati sulle indicazioni - spesso disattese - contenute in una legge del 1992: la 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), dove è nitidamente espressa la necessità di qualificare il personale non docente impegnato a coadiuvare il processo di integrazione e di autonomia dei disabili. In ogni caso, anche nella capitale, dopo molte riluttanze, attorno alla metà del decennio scorso sono stati approntati dei corsi regionali, volti a fornire precise nozioni sul lavoro nelle scuole e non solo. Un passaggio importante in direzione del conseguimento di un’autentica qualificazione, che però non è stato esente da polemiche. Se il grosso delle cooperative ne ha sostenuto le spese, alcune – estremizzando la logica del “massimo risultato economico col minimo investimento” – hanno costretto i lavoratori a pagarselo da soli. In ogni caso, da parte degli AEC è progressivamente aumentata la consapevolezza del proprio ruolo, dovuta anche al tendenziale ampliamento delle funzioni cui si è accennato prima: si pensi all’intervento rispetto ad alcuni aspetti della prescrittura e del pregrafismo: dai movimenti da fare per esprimersi con la penna, al sostegno nella realizzazione di forme geometriche elementari; cose, queste, che sconfinano nell’attività didattica vera e propria. Eppure, gli schiaffi non sono mancati, toccando il culmine nel 2011, quando, con la circolare n. 6435, voluta dall’Assessore alle politiche scolastiche ed educative De Palo, si è stabilito che, nella mense scolastiche, non possano essere erogati gratuitamente i pasti agli AEC delle cooperative. La motivazione ufficiale è che questi vitti non sono forniti da un’azienda comunale ma da ditte esterne appaltatrici e quindi l’amministrazione capitolina non se ne deve fare carico. Ovviamente, neanche le cooperative se ne assumono l’onere, quindi – poiché, per legge, nelle mense non si possono portare i cestini fatti in casa – agli AEC si prospetta l’acquisto di buoni pasto dalle ditte appaltatrici o dalle stesse cooperative. E’ un po’ troppo e presto parte una lotta che si articola in proteste davanti ai municipi e in azioni dimostrative nelle scuole, talvolta supportate da quegli insegnati che riconoscono nella mensa uno dei luoghi in cui l’alunno con disabilità deve essere maggiormente sostenuto. Nel XIV Municipio, in principio la lotta viene sostenuta e coordinata dalla Cgil che presto, però, l’abbandona, spingendo alcuni a muoversi per conto proprio. Nasce il Comitato Sociale AEC, che da subito si propone l'obiettivo di costruire una rete a livello cittadino. Le rivendicazioni non si limitano solo al diritto al pasto, includendo – appunto – quella richiesta di mansionario unico che è contemporaneamente veicolata dai sindacati di base ( come Usb e Usi) che più si confrontano con le condizioni degli operatori sociali. Su questo fronte, il Comitato s’è mosso in termini propositivi, giungendo a redigerne uno, la cui articolazione è una precisa risposta ad un contesto davvero peculiare: a Roma si possono registrare differenze cospicue da municipio a municipio o – in conseguenza della cosiddetta “autonomia” – addirittura tra una scuola e l’altra. In molti istituti, in linea col processo generale prima accennato, la considerazione degli AEC è tanto cresciuta che essi partecipano – con l’insegnante di ruolo e quelli di sostegno – alla definizione del PEI (Piano Educativo Individuale), laddove in altri li si vorrebbe ancora ridotti ad eseguire solo mansioni come la pulizia di base. Insomma, stiamo parlando di una situazione articolata, che peraltro non investe solo le funzioni da svolgere: per dire, se non c’è stato sinora nessun atto formale che ha accantonato la negazione del diritto alla mensa, in alcuni municipi l'assurda circolare n. 6435 è stata scavalcata nei fatti. A dire il vero, tutte queste differenze di trattamento, hanno in un certo senso reso difficile il cammino del Comitato, che infatti avuto vita breve, sciogliendosi dopo circa un anno e mezzo di attività: al di là dell’obiettivo del mansionario unico, chiaramente legato ad una battaglia di medio periodo, è risultata più complicata la definizione di obiettivi di carattere immediato. Rimangono in piedi mezzi volti alla comunicazione e allo scambio di informazioni, come il gruppo facebook, precedente al Comitato stesso, e un blog nato nel 2012: assistenteeducativoculturale.wordpress.com. Eppure, la necessità di dotarsi di strumenti di lotta si presenta di nuovo, sempre più pressante: a gennaio, infatti, entrerà in vigore quella riforma del sistema assistenziale per anziani e disabili voluta, quand’era Vicesindaco con delega alle politiche sociali, da Sveva Belviso e anticipata da una sperimentazione partita, in alcuni municipi, alla fine della Giunta Alemanno. Quel che s’è già visto dà l’idea di una potenziale catastrofe: la fase sperimentale ha portato con sé soprattutto tagli, con la decurtazione, per molti, delle ore lavorative, passate da 30 a 25 la settimana e via scalando (si tenga presente che, mediamente, un AEC viene pagato 6/7 euro l’ora). Per non dire della soppressione di alcune utenze, legate ad alunni dalla disabilità ritenuta meno grave, i quali, da un momento all’altro, hanno visto sparire un sostegno importante anche – e soprattutto – nella creazione di una rete relazionale con la classe. A fronte di ciò, sarebbe auspicabile un rilancio della lotta, coordinata con gli altri operatori sociali e con tutti i precari dei servizi esternalizzati. Tanto più che lo stesso Comitato ha avuto la lucidità di indicare nel sistema dell’appalto, attraverso cui il servizio AEC è regolato, per conto del Comune, dai municipi, la principale causa delle pessime condizioni di lavoro degli operatori, nella consapevolezza che delegando all’esterno il servizio si evita di assumere personale e quindi di garantirne i diritti, a partire da quelli più elementari.

    Il Pane e le rose – Collettivo redazionale di Roma

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