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Francia, la cosa più pericolosa è l’islamofobia

(9 Gennaio 2015)

francialacosapiù

di Santiago Alba Rico (*)

L’attentato fascista a Parigi contro la redazione del settimanale Charlie Hebdo, che ha strappato la vita a 12 persone tra cui i quattro disegnatori Charb, Cabú, Wolinsky e Tignous,lascia una doppia o tripla sensazione di orrore, perché è aggravata da una specie di eco amaro e sporco e da un’ombra di minaccia imminente e generale.
C’è, certo, l’orrore della mattanza stessa da parte di alcuni assassini che, a prescindere dalle loro motivazioni ideologiche, hanno posto se stessi al margine di ogni etica comune e per ciò stesso al di fuori di ogni quadro religioso, nel suo senso più stretto e preciso.
Ma vi è anche l’orrore che le loro vittime si dedicassero a scrivere e a disegnare. Non è che uno non possa far danni scrivendo e disegnando – poi parleremo di questo-; è che scrivere e disegnare sono compiti che una lunga tradizione condivisa situa all’estremo opposto della violenza; se si tratta oltretutto della satira e dello humor, nessuno ci sembra più protetto di colui che ci fa ridere. In termini umani, è sempre più grave uccidere un buffone che uccidere un re, perché il buffone dice tutto quello che vogliamo sentire – anche se è inappropriato o persino iperbolico – mentre i re parlano solo di se stessi e del loro potere.
Chi uccide un buffone, a cui abbiamo affidato il parlare libero e generale, uccide l’umanità stessa. Anche per questo gli assassini di Parigi sono fascisti. Solo i fascisti uccidono i buffoni. Solo i fascisti credono che ci siano oggetti non esilaranti o non ridicolizzabili. Solo i fascisti uccidono per imporre la serietà.

Ma vi è un terzo elemento di orrore che ha a che vedere meno con l’atto che con le sue conseguenze.
In questo momento – lo confesso – è quello che mi fa più paura. Ed è urgente avvertire cosa c’è in gioco. La cosa urgente non è impedire un crimine che non possiamo più impedire; e nemmeno condannare schifati gli assassini. Questo è normale e decente, ma non è urgente. Nemmeno lo è, ovvio, il farsi venire la bava alla bocca con l’islam. Al contrario.
La cosa davvero urgente è mettere in allerta contro l’islamofobia, proprio per evitare quello che gli assassini vogliono – e che stanno già riuscendo a – provocare: l’identificazione ontologica tra l’islam e il fascismo criminale.

La grande efficacia della violenza estrema ha a che vedere con il fatto che cancella il passato, che non può essere evocato senza giustificare in qualche modo il crimine; ha a che vedere col fatto che la violenza è attualità pura e l’attualità pura è sempre pregna del peggior futuro immaginabile. Gli assassini di Parigi sapevano molto bene in che contesto stavano perpetrando la loro infamia e che effetti avrebbero prodotto.

Il problema del fascismo e della sua violenza attualizzatrice è che si tratta sempre di una risposta. Il fascismo sta sempre rispondendo; ogni fascismo si alimenta della sue legittimazione reattiva in un quadro sociale ed ideologico in cui tutto è risposta e tutto è, quindi, fascismo.
Il contesto europeo (pensiamo alla Germania anti-islamica di questi giorni) è quello di un fascismo rampante. In Francia, concretamente, questo fascismo bianco e laico ha alcuni protettori intellettuali di alto prestigio che, all’ombra del Fronte Nazionale di Le Pen, continuano a riscaldare l’ambiente da pulpiti privilegiati, a partire dal presupposto, enunciato con falso empirismo e autorità mediatica, che l’islam stesso sia un pericolo per la Francia.

Pensiamo, ad esempio, all’ultima novella del grande scrittore Houellebecq, Sottomissione (traduzione letterale del termine arabo “islam”), in cui un partito islamista vince davanti al fronte nazionale le elezioni del 2021 e impone la “sharia” nella patria dei Lumi. O pensiamo al grande successo delle opere dell’ultra-destro Renaud Camus e del giornalista politico del quotidiano Le Figaro Eric Zemour. Il primo è autore di Le grand remplacement, dove si sostiene la tesi che il popolo francese sta per essere “sostituito” da un altro, in questo caso – ovviamente – composto da musulmani estranei alla storia di Francia. Il secondo, da parte sua, ha scritto Il suicidio francese, un grande successo che riabilita il generale Pétain e descrive la decadenza dello Stato-Nazione, minacciato dal tradimento delle élites e dall’immigrazione.
Alcuni giorni fa su Le Monde lo scrittore Edwy Plenel si riferiva a queste opere come depositarie di una “ideologia assassina” che “sta preparando Francia ed Europa ad una guerra”: una guerra civile – dice – “della Francia e dell’Europa contro se stesse, contro una parte dei loro popoli, contro quegli uomini, quelle donne, quei bambini che vivono e lavorano qui e che, attraverso le armi del pregiudizio e dell’ignoranza, sono stati precedentemente costruiti come stranieri a ragione della loro nascita, della loro apparenza o delle loro credenze”.

E’ questo il fascismo che era già presente in Francia e che ora “reagisce” – puro presente – di fronte alla “reazione” – pura attualità assassina – degli islamisti fascisti di Parigi.
Fa molta paura pensare che alle 7 della sera, mentre scrivo queste righe, il trending topic mondiale su twitter, dopo il tranquillizzante ed emozionante “Io sono Charlie”, è il terrificante “uccidere tutti i musulmani”.
L’islamofobia ha altrettanto fondamento empirico – né più né meno – che l’islamismo yihaidista; entrambi, in effetti, sono fascismi reattivi che si attivano reciprocamente, incapaci di fare quelle distinzioni che caratterizzano l’etica, la civilizzazione e il diritto: tra bambini e adulti, tra civili e militari, tra buffoni e re, tra individui e comunità.
“Uccidete tutti gli infedeli” è replicato e preceduto da “uccidete tutti i musulmani”.
Ma c’è una differenza. Mentre si esige da tutti i musulmani del mondo di condannare le atrocità di Parigi e tutti i dirigenti politici e religiosi del mondo musulmano condannano senza eccezione quanto è successo, l’ “uccidete tutti i musulmani” viene giustificato in qualche modo da intellettuali e politici che legittimano con la loro autorità istituzionale e mediatica la criminalizzazione di cinque milioni di francesi musulmani (e di altri milioni in Europa).
Questa è la differenza – lo sappiamo storicamente – tra il totalitarismo e il delirio marginale: il totalitarismo è delirio naturalizzato, istituzionalizzato, condiviso nello stesso tempo dalla società e dal potere.
Se, oltretutto, ricordiamo che la maggior parte delle vittime del fascismo yihaidista nel mondo sono anch’esse musulmane – e non occidentali – dovremmo forse valutare meglio il nostro senso di responsabilità e di solidarietà.
Schiacciati tra due fascismi reattivi, i perdenti sono quelli di sempre: gli immigrati, quelli di sinistra, i buffoni, le popolazioni dei paesi colonizzati. Una delle vittime degli islamisti, guarda caso, era un poliziotto, si chiamava Ahmed Mrabet ed era musulmano.

Dallo yihaidismo fascista non mi aspetto che fanatismo, violenza e morte. Mi ripugna, ma mi fa meno paura della reazione che precede – paradosso einsteiniano – i suoi crimini.
L’ “uccidete tutti i musulmani” è in qualche modo giustificato dagli intellettuali che “preparano la guerra civile europea” e dai loro stessi politici che rispondono ai crimini con discorsi populisti religiosi laici.
Quando Hollande e Sarkozy parlano di “un attentato di sacri valori della Francia” per riferirsi alla libertà di espressione, stanno ragionando allo stesso modo degli assassini dei redattori del Charlie Hebdo.
Non accetto che un francese mi dica che difendere i valori della Francia implica necessariamente difendere la libertà di espressione. Per quanto laica si pretenda, questa logica è sempre religiosa.
Non bisogna difendere la Francia: bisogna difendere la libertà di espressione.
Perché difendere i valori della Francia è forse difendere la rivoluzione francese ma anche il Termidoro; è difendere la Comune ma anche le fucilazioni di Thiers; è difendere Zola ma anche il tribunale che condannò Dreyfus; è difendere Simone Weil e René Char ma anche il collaborazionismo di Vichy; è difendere Sartre ma anche le torture dell’OAS e il genocidio coloniale; è difendere il Maggio ’68 ma anche i bombardamenti su Algeri, Damasco, l’Indocina e più recentemente sulla Libia e sul Mali.
E’ difendere ora, di fronte al fascismo islamista, l’eguaglianza davanti alla legge, la democrazia, la libertà di espressione, la tolleranza e l’etica, ma anche difendere la distruzione di tutto questo in nome dei valori di Francia. Fa molta paura sentir parlare dei “valori della Francia”, della “ grandezza della Francia”, della “difesa della Francia”.
O difendiamo la libertà d’espressione o difendiamo i valori della Francia. Difendere la libertà di espressione – e l’uguaglianza, la fraternità e la libertà – è difendere l’umanità intera, viva dove viva e creda nel dio in cui crede.
La frase sui “valori della Francia” pronunciata da Le Pen, Hollande, Sarkozy o Renaud Camus non di distingue per niente dalla frase “i valori dell’islam” pronunciata da Abu Bakr Al-Baghdadi. In realtà sono lo stesso discorso fronte a fronte, legittimato dalla propria reazione assassina, che bombarda innocenti da un lato e mitraglia innocenti dall’altro.

Perdono quelli di sempre, quelli che perdono quando due fascismi non lasciano nel mezzo neppure il più piccolo angolino per il diritto, l’etica e la democrazia: quelli in basso, quelli di lato, i piccoli, i sensati.
Di questo sappiamo molto in Europa, i cui grandi “valori” produssero il colonialismo, il nazismo, lo stalinismo, il sionismo e il bombardamento umanitario.

Il 2015 comincia male.
Nel 1953, “rifugiato” in Francia, il grande scrittore nero Richard Wright scriveva, contro il fascismo, che “temevo che le istituzioni democratiche e aperte non fossero altro che un intervallo sentimentale che precede lo stabilirsi di regimi anche più barbari, assolutisti e post-politici”.
Proteggerci dal fascismo islamista è proteggere le nostre istituzioni aperte e democratiche – o quanto di esse resta – dal fascismo europeo.
L’islamofobia fascista, in Europa e nelle “colonie”, è la grande fabbrica di islamisti fascisti e l’una e l’altra sono incompatibili con il diritto e la democrazia, unici principi – non “valori” – che potrebbero ancora salvarci. Buona parte delle nostre élites politiche e intellettuali sono ben più interessate all’esatto contrario.

Riposino in pace i nostri allegri e coraggiosi buffoni del Charlie Hebdo.
E che nessuno in loro nome alzi la mano contro un musulmano o contro il diritto e l’etica comuni.
Questa sì sarebbe la vera vittoria dei fascismi dei due lati.

(*) Scrittore, filosofo e saggista marxista spagnolo. Traduttore di alcuni autori arabi come il poeta egiziano Naguib Surur e lo scrittore iracheno Mohamed Judayr, ha vissuto sia in Egitto che a Tunisi, dove risiede attualmente.
da: rebelion.org; 8.1.2015

Traduzione di Daniela Trollio - Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

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