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(3 Ottobre 2010) Enzo Apicella
"Attentato" a Belpietro. Diffuso un identikit

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    Federica Paradiso, "Le Radici della rabbia, Origini e linguaggio della cultura skinhead"

    (19 Gennaio 2015)

    Roma, Red star press, 2014, pp. 118, € 12,00

    federicaparadiso

    In Italia gli skinheads assurgono alle cronache agli inizi degli anni Novanta del Secolo scorso, soprattutto a causa dell’insorgenza neonazista nella Germania riunificata, per cui a determinate estetiche e atteggiamenti l’opinione pubblica ha indelebilmente associato tendenze politiche fasciste e razziste. Ma in quegli anni si era già ad un livello avanzato d’involuzione per una cultura che vanta ben altre origini. Per recuperarle bisogna risalire alla Gran Bretagna degli anni Sessanta, quando nel tessuto culturale e musicale giovanile irrompono comportamenti e sonorità portati dalla Giamaica dagli immigrati di colore. Dal Paese delle Indie Occidentali, che nel 1962 otteneva l’indipendenza, partivano barconi diretti al cuore dell’Impero in declino, carichi di mano d’opera anche artistica, con musicisti calypso e ska, pure d’una certa notorietà: è la Windrush generation, dal nome della nave che trasportava questa umanità. Dalla nave sbarcava anche una figura di giovane ribelle: il Rude boy, ragazzo di colore, curato nel vestire, elegante e soggetto ad una devianza che traeva ispirazione soprattutto dai film western italiani, massicciamente proiettati nei cinema caraibici. Dall’incontro di questi con i mods britannici, i “modernisti”, allora in conflitto con i rockers, che iniziavano ad assumere posizioni conservatrici e razzisteggianti, traggono origine gli skinheads, skins nell’abbreviazione, per via dei capelli corti, con un look che richiama l’eleganza operaia. Siamo ormai sul finire dei sixties, quando, grazie soprattutto alla casa discografica Trojan, irrompe la musica reggae, evoluzione dello ska assai apprezzata dagli skins, assieme al soul (gusto ereditato dai mods), che si trovano a ballare uniti, neri e bianchi, nei club, nei pub e nei festival; si parlerà a tal proposito di reggae boys. Un’ondata che vede il suo apice nel 1969, lo stesso della Summer of love per la cultura hippie, esteticamente agli antipodi degli skinheads che, difatti, verranno definiti dalla stampa come gli anti-hippies. Con gli inizi del decennio successivo, soprattutto a seguito dello shock petrolifero del 1973, ha termine quella che è da più parti definita l’Età dell’oro dei paesi occidentali, il trentennio di sviluppo e di diffusione del benessere seguito alla guerra. Emergono nuovi elementi d’inquietudine e di insicurezza sociale che, spesso, trovano sfogo nel razzismo, con lo spauracchio dell’immigrazione che permette all’Araba Fenice dell’estremismo di destra di rigenerarsi dalle sue ceneri assorbendo nuova linfa vitale. Il Regno Unito è senza dubbio la culla di questa rinascita. Qui, a finire nel mirino sono in particolare i pakistani che vanno ad occupare i settori del piccolo commercio. Con il punto di non ritorno del Settantasette, grazie al punk, si assiste ad un revival della cultura skinhead, ora accompagnata dalla musica Oi!, un punk rock spartano caratterizzato dai cori. Dimenticando, o forse semplicemente ignorando, le origini dello stile, alcune band, tra la provocazione, l’equivoco, il serio e il faceto, con il plauso del National front, iniziano così ad esternare posizioni razziste, ingenerando un fiume in piena destinato, con gli anni Ottanta, a straripare in tutto il mondo. Non mancheranno le risposte a questa deriva, anche all’interno degli ambienti skinhead, in cui si avvertiranno anche esigenze di tipo organizzativo. A New York (ormai è dagli Stati Uniti che si detta l’agenda culturale) nasceranno, nel 1989, la Sharp, Skinheads against racial prejudice, che, mettendo nel simbolo l’elmetto della Trojan, intenderà ribadire l’origine multirazziale del genere, senza eccessive politicizzazioni, e, nel 1993, la Rash, Red and anarchist skinheads, per sottolineare l’orientamento marxista o libertario degli aderenti. La Rash, che inizialmente usava come simbolo il pugno con chiave inglese su globo, ha in seguito adottato le Tre frecce, più facili da tracciare, diretto riferimento alle milizie antifasciste nella Germania di Weimar. Si tratta, ad ogni modo, di entità perlopiù informali e declinate secondo i contesti locali, poggiate su gruppi musicali e collettivi che, oggi, vedono un particolare fermento in America Latina, mentre da noi il sottobosco skinhead non di destra è nuovamente solleticato da tentazioni xenofobe, come tutta la società del resto, stavolta con gli ambigui postulati dell’ideologia detta rossobrunista.

    Ecco che in questo scenario ci viene in aiuto Le Radici della rabbia, la stessa rabbia che può sfociare in più direzioni, come insegna la storia in oggetto. Un saggio scritto da Federica Paradiso, ragazza non ancora trentenne, di Taranto: una skingirl, impegnata ad approfondire i vari aspetti della propria attitudine. Infatti, com’è nelle peculiarità della Red star press, che ha editato il libro in collaborazione con il negozio di sottoculture Hellnation di Roma, la parola non spetta agli accademici ma a chi vive direttamente le questioni trattate. Il volume, che all’aspetto si presenta come un instant book, nei contenuti riguarda gli aspetti linguistici e comunicativi della cultura presa in esame: la parola, come i suoni e l’estetica. La ragazza, infatti, studia semiotica: roba tosta quindi, con il ricorso ad espressioni che non sono magari di uso quotidiano ma che, proprio perciò, incuriosiscono e spingono ad approfondire.
    A corredare il tutto, un inserto fotografico a cura di Fabrizio Fritz Barile, con scatti che hanno colto frangenti e personaggi significativi della cultura skinhead, italiana e non. Insomma, un lavoro che va a pieno titolo ad inserirsi nella tradizione di studi portati a compimento in Italia principalmente da Valerio Marchi e Riccardo Pedrini.

    Silvio Antonini

    Fonte

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