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(22 Ottobre 2011) Enzo Apicella

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(Il nuovo ordine mondiale è guerra)

Alleati Nato e paesi “amici” si accusano reciprocamente di finanziare il terrorismo. E tutti preparano la guerra.

(21 Gennaio 2015)

noam

Noam Chomsky

Le radici della guerra vanno ricercate nella situazione economico sociale dei paesi implicati e in quella generale, ed è quindi da respingere la teoria che le fa dipendere da dittatori pazzi e malvagi, da complotti di servizi segreti, da intrighi diplomatici. A differenza del materialista, l’ideologo ha una falsa coscienza, sostituisce le cause reali con quelle apparenti , e pensa idealisticamente che la causa prima dello scontro tra i popoli siano le diverse visioni del mondo, le differenze religiose o ideologiche. Ma così non riesce a spiegare, ad esempio, perché gli ebrei, che nel medioevo e in buona parte dell’era moderna erano invisi, denigrati, perseguitati nell’Europa occidentale, e ben accolti da arabi e turchi, siano, almeno dal 2° dopoguerra, diventati amicissimi degli occidentali e detestati dagli arabi. Il Talmud, il Corano e i Vangeli sono rimasti gli stessi. Non si tratta di scontri tra religioni, ma di inevitabili conflitti su interessi ben materiali.
Ma bisogna evitare di cadere nel materialismo volgare. I fattori economico- sociali sono decisivi in ultima istanza – precisa più volte Engels. “...il metodo materialistico si capovolge nel suo opposto quando non lo si considera come filo conduttore nello studio della storia, ma come schema fisso e bell’e pronto in base al quale tagliarsi su misura i fatti storici”. (1)
I problemi economico sociali si presentano attraverso la mediazione politica. “La politica è l’espressione concentrata dell’economia”, diceva Lenin. (2) Perciò sbagliano coloro che, una volta individuate le cause economiche profonde delle guerre, si fermano lì e pensano che si possa fare a meno di cogliere gli sviluppi diplomatici, ideologici, religiosi, l’azione dei servizi segreti, le manovre, ecc. Marx dedicò interi libri allo studio della diplomazia, e dell’opera di influenzamento che le grandi potenze, tramite giornali, esponenti politici comprati, vere e proprie reti spionistiche, provocatori, conducevano nei confronti dell’opinione pubblica europea. Interruppe l’elaborazione de “Il Capitale” per scrivere l’”Herr Vogt”, ma non per salvare la sua onorabilità personale dalle calunnie di quel venale studioso, comprato da Napoleone III: si trattava, invece, di smascherare la propaganda di Luigi Bonaparte, e nello stesso tempo demolire le illusioni dei rifugiati politici, spesso ingannati e illusi da sedicenti rivoluzionari, in realtà agenti di quel regime, disegnando anche un complesso quadro della diplomazia delle potenze e dei loro intrighi. Importanti anche le “Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo”, con la denuncia soprattutto della politica russa “...audace sintesi elaborata mediante la fusione della atavica perizia nell’arte dell’intrigo ereditata dagli schiavi dei mongoli con la tendenza del padrone mongolo alla conquista del mondo, che costituisce tuttora la linfa vitale della diplomazia russa”. O anche Engels ne “La politica estera dello zarismo russo” (febbraio 1890).
Certamente, un fattore determinante dei conflitti moderni è da cercare nell’industria stessa. Per Marx, l’industria non si adagia sulle richieste del mercato, ma, introducendo prodotti nuovi, crea il consumatore, producendo nuovi bisogni. Nell’Introduzione a “Per la critica all'economia politica”, Marx scrive: “. Essa produce... l'oggetto del consumo, il modo del consumo e l'impulso al consumo”. Finché il mercato assorbe i prodotti, è indifferente per l’industria cosa produrre: televisori o merendine, droga sintetica o statuette della madonna, preservativi o letteratura. Se il mercato è ostacolato, per il protezionismo di altri paesi o per una concorrenza estera troppo forte, resta sempre la soluzione del riarmo. L’industria militare, come tutte le altre, condiziona il proprio consumatore, che in genere è lo stato, ma oggi sono rinate forme di mercenariato, che dispongono di milioni e milioni. Nessuno stato vuol fare a meno degli armamenti più moderni, anche se eccessivamente costosi per le sue finanze, perché teme sempre di essere aggredito, a volte dal vicino membro della stessa alleanza, come accadde con Grecia e Turchia, entrambi della Nato.
Anche se il paese non è in guerra, l’industria può sempre lucrare sulle guerre degli altri. Se si tratta di guerre o guerriglie in paesi poco sviluppati, è possibile vendere armi comuni o anche fondi di magazzino; se si tratta di guerre ad alta tecnologia, come quelle di Israele contro il Libano o Gaza, è possibile partecipare fornendo armi sofisticate o soltanto componenti. E queste guerre sono vere e proprie fiere, expo, su cui si focalizza l’attenzione degli acquirenti, che vogliono sapere quale ordigno compie una strage più efferata, per poterne dotare le proprie forze armate. Queste stragi, sia quelle di Netanyahu, sia quelle compiute dai droni di Obama in vari paesi ( quanto a massacri, è indubbiamente internazionalista!) sono quasi sempre pagate dal contribuente americano, mentre gran parte degli stati e delle città USA sono sull’orlo del fallimento, numerose strade sono in stato pietoso, gli sfrattati vivono in tende, i reduci delle guerre, distrutti nel fisico e nel morale, constatano con rabbia quanto avara sia l’assistenza pubblica promessa. Lo stato, a un certo punto dello sviluppo, si trasforma in un parassita della società, ma l’industria militare è un parassita del parassita.
In guerra, consolidate alleanze possono saltare da un giorno all’altro. L’imperialismo italiano è un vero primatista in questo campo. Basti ricordare che il 30 agosto 2008 Gheddafi e Berlusconi firmarono un trattato di amicizia e cooperazione, nella città di Bengasi. Il trattato fu ratificato dall'Italia il 6 febbraio 2009 e dalla Libia il 2 marzo. La ratifica richiedeva naturalmente anche la firma del presidente della repubblica, oltre a quella di Berlusconi. Era previsto il divieto di compiere atti ostili in partenza dai rispettivi territori e a non consentire l’uso del proprio territorio da parte di altri (stati o attori non statali) per la commissione di tali atti. Nel 2011, Franco Frattini in breve tempo passò dalla dichiarazione che l'Unione Europea «non deve interferire» nei processi di transizione in corso nel mondo arabo cercando di «esportare» il proprio modello di democrazia" al completo allineamento con l'intervento militare. Non partecipare voleva dire essere esclusi dalla partecipazione allo sfruttamento dei pozzi petroliferi, una volta preso atto che Gheddafi non era in grado di difendere il suo regime dall’attacco Nato. Non solo il governo permise l’uso di basi italiane a paesi NATO contro la Libia, ma partecipò direttamente ai bombardamenti, con la piena approvazione di Napolitano. La presenza di Al Qaeda tra i “ribelli” non creò nessuna preoccupazione tra i nostri politici “realisti”. E questa gente ci fa bei discorsi sulla dignità nazionale, la difesa della pace e il rispetto dei trattati.
Le esigenze dell’economia, quindi, possono essere così forti da capovolgere le alleanze in breve tempo. Un caso di maggior rilievo è dato dalla partecipazione dell’Italia alla I guerra mondiale. L’Italia, come ha messo in rilievo Michele Fatica, subì un vero ribaltamento dei flussi economici. Determinante fu la superiorità marittima della Gran Bretagna. Le navi battenti bandiera tedesca non potevano più passare per Gibilterra o per Suez, quelle giunte da oltre oceano dirette in Italia erano perquisite o addirittura fermate. L’Inghilterra fissò un divieto di esportazione di molti prodotti (nichel, piombo, alluminio, ematite, silicato, piriti, gomma, petrolio, antimonio, juta) e fissò le eccezioni a questo divieto sulla base della vicinanza del paese neutrale all’Intesa. L’industria siderurgica italiana era assolutamente sproporzionata rispetto alle esigenze del solo mercato interno, e la stessa cosa per quella tessile, incombeva una crisi di sovrapproduzione. Il novanta per cento del carbone arrivava dall’Inghilterra, e solo dopo che fu accertata la neutralità italiana, Londra acconsentì a lasciarlo partire, ma i prezzi nel frattempo erano saliti. Unica via per la salvezza dell’industria era l’adesione alla guerra, pur sapendo che voleva dire il massacro di centinaia di migliaia di soldati. (3) Sono solo pochi cenni ma la lettura del libro distrugge le spiegazioni ufficiali, e ridimensiona le chiassate alla D’Annunzio, che servirono più che altro a nascondere la vera forza che rese inevitabile l’ingresso in guerra, non voluto dalla popolazione italiana e neppure dai principali partiti, come confermò la platonica cerimonia dei biglietti da visita della maggioranza dei parlamentari lasciati alla portineria della casa di Giolitti. Già allora il parlamento non contava niente, e i parlamentari fecero presto ad adattarsi al nuovo clima.
Questo è solo un esempio che dimostra come sia falsa la storia ufficiale; persino quando gli storici si sforzano di essere aderenti ai fatti, colgono solo la superficie del problema, perché sono sviati dalla loro impostazione fondamentalmente idealista.
Se possiamo dire che le cause delle guerre non vanno cercate negli attentati o nei false flag, e neppure nelle piazzate come la “marcia degli ipocriti” dei capi di stato e di governo a Parigi, sedicenti amici di Clarlie Hebdo, non bisogna neppure sottovalutare questi fatti come aspetti della campagna bellicista, una sorta di propaganda del fatto. Le popolazioni non amano essere coinvolte in una guerra, ma i governi che se ne fanno carico, sotto la pressione del capitale finanziario, devono demonizzare l’avversario, attribuirgli le più sanguinose provocazioni, in modo da convincere la parte determinante dell’opinione pubblica che, se la guerra non è certo entusiasmante, è tuttavia inevitabile.
Se gran parte del giornalismo italiano continua a presentare come pacifiche le spedizioni militari italiane – con sempre meno gente che ci crede, anche se la ribellione è lontana – il disegno bellicista è sempre più chiaro, e risulta sempre più che l’Italia è un paese occupato, trasformato in un centro d’aggressione ai paesi arabi, per interessi, non solo europei, ma anche e soprattutto, americani.
Gli ipocriti dirigenti politici, sono tutti “solidali” con “Charlie”, anche se il disegnatore sopravvissuto Willem ha dichiarato: «Vomitiamo su tutte queste persone che, all’improvviso, dicono di essere nostri amici ».(4) Ma, appena lasciata la parata, l’unanimità fittizia scompare. Netanyahu non era stato invitato a Parigi, e la sua presenza vista come fumo negli occhi, anche per il suo invito agli ebrei francesi a trasferirsi ad Israele, dove sarebbero più sicuri che in Francia. Ciò ha costretto il primo ministro Valls a rassicurare i francesi sull’efficacia delle misure antiterroristiche che saranno prese. E, nel corso della cerimonia per le vittime ebraiche, Hollande ha lasciato la sinagoga non appena Netanyahu ha cominciato a parlare. (5)
Ma molto più grave la frattura con la Turchia: “La doppiezza dell’Occidente è evidente”, ha detto Erdogan in una conferenza stampa “Come musulmani non ci siamo mai schierati con il terrore o con i massacri: dietro questi massacri ci sono razzismo, parole di odio, islamofobia”. “E’ chiaro chi sono i colpevoli: sono stati i cittadini francesi che hanno fatto questo massacro e sono stati i musulmani ad esserne stati incolpati”.”
Melih Gokcek, Sindaco di Ankara, del partito governativo AK, ha detto che il “Mossad è chiaramente dietro questi accadimenti...per istigare inimicizia verso l’Islam.” Ha collegato gli attacchi alle decisioni francesi per il riconoscimento della Palestina. (6)
Komsomolskaya Pravda ha intitolato così un articolo: “Saranno stati gli americani a mettere in scena l’attacco terroristico di Parigi?” ed ha pubblicato più interviste sul suo sito web che spiegano i motivi per cui Washington potrebbe aver organizzato l’attacco.
Alexander Zhilin, capo del Centro Studi per i Problemi Applicati, ha sostenuto che l’attacco potrebbe essere una vendetta contro Hollande per la sua intervista del 6 gennaio in cui sollecitava la UE a togliere le sanzioni contro la Russia. Washington avrebbe utilizzato questo attentato come “un mezzo rapido per consolidare gli interessi geopolitici di Usa e della UE in Ucraina” .
A sua volta la Siria accusa la Turchia: “L'ammissione di Ankara che Hayat Boumedienne, la vedova di uno degli autori degli attacchi terroristici in Francia, è passata dalla Turchia in Siria nonostante fosse monitorata dalle autorità di Ankara, conferma che la Turchia é "un partner diretto" dei terroristi "nel versare il sangue di innocenti in Siria e in tutto il mondo". A lanciare l'accusa è il ministero degli Esteri di Damasco”.(7)
“I rischi di strage jihadista in Italia e in particolare a Roma sembrano alti. Ce lo dicono le varie intelligences e con veemenza quelle che le sovrastano tutte e che tutti i terrorismi controllano e indirizzano: ovvero la Cia e il Mossad. Assomiglia tanto a un avvertimento che ci fa pensare che non gliela faremo proprio ad evitare l'attacco terrorista.” (8) Tutto questo sa tanto di avvertimento mafioso, in vista di un possibile riconoscimento dello stato palestinese o anche di un ripensamento in materia di sanzioni alla Russia. Nella politica estera non ci sono amici, alleati in senso proprio, al massimo ci sono padroni e servi. I peggiori nemici, spesso, vanno cercati tra i cosiddetti alleati, e non è un mistero che gli USA hanno costretto i paesi europei a rompere legami economici lucrosi con Iran e Russia, in cambio di promesse fraudolente (il rifornimento di gas –scisto, una bolla che già ora si sta sgonfiando) e con l’aggiunta di assai più concrete minacce. I rapporti tra stati, sotto la mistificazione diplomatica, somigliano sempre più a quelli tra bande di gangster, e gli attentati, quasi sempre presentati sotto l’etichetta del “made in Islam”, sono spesso regolamenti di conti nei confronti di violazioni del “Washington consensus” o del “Netanyahu consensus”.
Ovviamente, le spiegazioni dei diversi governi sono contraddittorie, ma indicano che nessun governo è estraneo a contatti con terrorismo, a volta per proteggersi mediante compromessi ed elargizioni, ma spesso per fomentarlo allo scopo di ricattare altri stati.
Aggiungo una lunga citazione di un articolo di Chomsky del 15 -1- 2015: “Erlanger descrive chiaramente la scena dell’orrore. Cita uno dei giornalisti sopravvissuti che racconta: “/Era tutto distrutto. Non c’era nessuna via d’uscita. C’era fumo dappertutto. Era terribile. La gente gridava. Era un incubo.”/ Un altro giornalista sopravvissuto raccontava: /“C’è stata una forte esplosione e siamo rimasti completamente al buio.”/ Erlanger racconta che la scena “era sempre più simile a quella di vetri rotti, pareti buttate giù, travi distrutte, vernice bruciata e devastazione emotiva.” Almeno 10 persone sono risultate essere morte durante l’esplosione, 20 scomparse “presumibilmente sepolte nelle macerie.”
Queste citazioni, come ci ricorda l’infaticabile David Petersons, tuttavia non sono del Gennaio 2015. Vengono invece da una storia di Erlanger del 24 aprile 1999, che era solo a pagina 6 del New York Times, senza arrivare alla stessa rilevanza che ha ottenuto l’attacco a Charlie Hebdo. Erlanger stava riportando dell’“attacco missilistico sul quartier generale della televisione di stato serba” da parte della NATO (ovvero degli Stati Uniti) che “ha fatto saltare in aria la televisione
serba”.

C’è stata una giustificazione ufficiale. “La NATO e l’America hanno ufficialmente difeso l’attacco”, racconta Erlanger, “come un tentativo di indebolire il regime del Presidente della Jugoslavia Slobodan Milosevic”. Il portavoce del Pentagono Kenneth Bacon rilasciò una
dichiarazione a Washington dicendo che “la televisione serba faceva parte della macchina omicida di Milosevic così quanto l’esercito”, era quindi un legittimo target per un attacco.”
(9)
Chomsky, oltre ad essere un grande studioso, è americano e di origine ebraica, quindi non sospetto di essere pregiudizialmente contro gli USA e contro gli ebrei. Mette in rilievo che, coloro che adesso si ergono a difensori della libera stampa, non ebbero nessuna remora a giustiziare un intero gruppo di giornalisti. Senza neppure le ipocrisie di cui il servo governo D’Alema si servì per far passare per “ricognizioni” l’effettiva partecipazione italiana ai bombardamenti in Jugoslavia. Potremmo aggiungere che un altro “amico del libero giornalismo”, Netanyahu, soltanto lo scorso anno ha fatto fuori 17 giornalisti (per non parlare degli oltre 2000 palestinesi massacrati). E quanto all’altro “protettore” della stampa, Erdogan, possiamo per ora citare il caso della giornalista americana di origine libanese Serena Shim, che lavorava per l'emittente televisiva iraniana Press TV. L'incidente automobilistico è morta è sospetto. Il direttore di Press Tv, Hamid Reza Emadi, ha chiesto al governo turco di "accertare cosa sia veramente accaduto" e ha definito "sospetto" l'incidente, sottolineando come la donna sia morta in "circostanze molto sospette". Serena Shimm, ha aggiunto, "raccontava i fatti", con un chiaro riferimento al ruolo della Turchia nel conflitto in Siria e alla "collaborazione di Ankara con i terroristi". (10)
“Gli occidentali devono comprendere che questa non è una guerra di religione ma c’è la volontà di far nascere un Nuovo Medio Oriente” così ci spiega il giornalista di guerra Roberto Colella.” (11), con un preciso riferimento alla carta del Nuovo Medio Oriente, circolata su molti giornali, che prevede la completa balcanizzazione dei paesi dell’intera area, compresi quelli “amici” dell’America”.
Non esiste “un giudice a Berlino”, non c’è un tribunale di Norimberga che giudichi i vincitori, oltre che i vinti, l’imperialismo è il regno del crimine senza rimedio, finché il capitale non sarà abbattuto.
I comunisti, i lavoratori non potranno agire come forza indipendente finché non si daranno un’organizzazione di classe. Nel frattempo non bisogna mai dimenticare che la stragrande maggioranza delle informazioni ci perviene dal nemico di classe, ed è volutamente falsa: è congegnata per frastornare i lavoratori e le classi sfruttate in modo che, invece di lottare per i loro interessi immediati e storici, si trasformino in docili esecutori di una politica di sfruttamento e di guerre. Orwellianamente, in nome della pace e del progresso.

Note
1) Si vedano: le lettere di Friedrich Engels: A Paul Ernst, 5 giugno 1890.
a Conrad Schmidt, 27 settembre 1890. : ““Secondo la concezione materialistica della storia il fattore che in ultima istanza è determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Di più non fu mai affermato né da Marx né da me. Se ora qualcuno travisa le cose, affermando che il fattore economico sarebbe l’unico fattore determinante, egli trasforma quella proposizione in una frase vuota, astratta, assurda” Vedi anche la lettera di Engels a Joseph Bloch, 21 settembre 1890.
2) Lenin: “Ancora sui sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotsky e di Bucharin”, 25 gennaio n1921.
3) Michele Fatica, “Origini del fascismo e del comunismo a Napoli.”
4) “E ora « siamo tutti Charlie » per difendere i nostri diritti e le nostre vite di lavoratori contro l’unione nazionale !”, l’Etincelle, 12 gennaio 2015.
5) Giorgia Grifoni, “Isra. Netanyahu torna vittorioso da Parigi?”, Nena News,13 gennaio 2015
6)La clamorosa accusa del presidente Turco: ci sono i francesi dietro il massacro di Charlie Hebdo – ma spunta anche il Mossad. Informare Per Resistere 9 -1 – 2015.
7) La Siria accusa: "la Turchia partner diretto dei terroristi islamisti" Redazione Contropiano, 13 Gennaio 2015
8) Gabriele Adinolfi, una bomba sotto il sedere (la minaccia jihadista: perché la nostra intelligence, pur sapendo, non la potrà neutralizzare) noreporter.org, 18 gennaio 2015.
9) Noam Chomsky, “Siamo tutti...riempi lo spazio vuoto– Noam Chomsky su Charlie Hebdo” Fonte:informationclearinghouse. , Traduzione per comedonchisciotte di Leonora Faccio, 15 gennaio 2015.
10) “Serena Shim, il mistero della reporter di PressTv uccisa in Turchia. Per Iran è un "incidente sospetto"L'Huffington Post, 20/10/2014.
11)Maria Cristina Giovannitti – “Il giornalista di guerra Roberto Colella commenta la strage di Charlie Habdo e spiega anche il possibile video ‘flag’”, 8 gennaio 2015.

Michele Basso

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