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Addio compagne

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(23 Febbraio 2010) Enzo Apicella
Il logo della campagna di tesseramento del prc 2010 è una scarpa col tacco a spillo

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(Memoria e progetto)

Cacciare Berlusconi, recuperare autonomia dall'Unione

Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista del 9-10 aprile

(12 Aprile 2005)

Il testo della dichiarazione di voto nel Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista del 9-10 aprile votato dai compagni e dalle compagne che hanno sostenuto il documento congresuale dell'area sinistra critica del Prc.

La fine di Berlusconi

La prima svolta, la più visibile e la più densa di soddisfazione, attiene alla sconfitta delle destre e di Berlusconi in particolare. La nostra soddisfazione è profonda: il senso della nostra battaglia nel congresso non deve ingannare circa la nostra determinazione a condurre una lotta spietata alle destre e alle loro politiche. Per questo ci siamo impegnati a fondo nella campagna elettorale.
La sconfitta di Berlusconi è senza appello perché riguarda il giudizio sull’operato delle giunte in cui le destre hanno governato e sulla maggioranza parlamentare in quanto tale. Il blocco sociale di riferimento del centrodestra è stato eroso dalle stesse politiche del governo, da un liberismo che non riesce a mantenere le proprie promesse. La sconfitta del centrodestra è innanzitutto il segnale della perdita di consenso del liberismo che anima tutta la politica mondiale, compresa quella di tanti governi di centrosinistra. I ceti popolari, ma anche quelli medi e imprenditoriali che sono vittime della crisi globale del liberismo – crisi che non a caso è affrontata dagli Stati Uniti con una guerra permanente – si rivoltano e si sottraggono alle sirene del berlusconismo. Ma le destre conservano ancora un insediamento importante come dimostra il risultato della Lega Nord e la loro vittoria in Lombardia e Veneto.

Bisogna cacciare Berlusconi

Se l’epoca di Berlusconi è in parte chiusa il governo può ancora fare danni. Per questo proporsi la sua caduta anticipata è un obiettivo importante per il movimento di massa, le sinistre e il nostro partito. Questa ci sembra l’urgenza non rinviabile e che deve contemplare anche la richiesta di elezioni anticipate come strumento di salvaguardia democratica e sociale. Ma al di là della richiesta formale, il problema è che le elezioni anticipate vanno indotte dalle lotte. Si tratta di rilanciare un fronte unitario di mobilitazioni che si misuri su questa parola d’ordine a partire dai rinnovi contrattuali, dalla lotta alla precarietà, da quella contro la riforma scolastica, dalla lotta per la pace e il ritiro delle truppe dall’Iraq, dalla lotta per il ripristino di uno stato sociale decente, contro privatizzazioni e speculazioni.

Il ritorno di Prodi…

La vittoria dell’Unione è una vittoria che rimotiva elettori e guadagna consensi nuovi. In questo senso si tratta di una vera vittoria di Prodi che riesce ad affermare il proprio progetto di ricomposizione politica, ma non ancora sociale, valorizzando le differenti sfumature dell’alleanza riformista: da quella moderata di Fassino e Rutelli a quella più radicale ben rappresentata dalla vittoria di Vendola in Puglia. Ma questo risultato è il prodotto ancora di un voto “contro” e non di un voto per un’alternativa di società e avviene in presenza di una stasi e di una difficoltà dei movimenti, a cominciare da quello dei lavoratori impegnato in rinnovi contrattuali rilevanti come quello dei metalmeccanici e del pubblico impiego. Questa contraddizione è confermata dalla vittoria, piena e schiacciante, all’interno dell’Unione, del nucleo duro dell’alleanza rappresentato dall’asse Ds-Margherita. La piena internità di Rifondazione all’alleanza motiva i progetti di quei due partiti, ben evidenziati dalle recenti dichiarazioni di Fassino e Rutelli, per puntare a un assorbimento del nostro partito e chiudere l’anomalia italiana rappresentata dalla presenza di una forza anticapitalista e comunista distinta sia dal centrodestra che dal centrosinistra. Il non svolgimento delle primarie rappresenta il primo tassello di questo progetto.

…e della concertazione

L’Unione si presenta così come l’alleanza in grado di governare il paese senza strappi, senza conflitti e senza traumi. Può quindi, proporsi di mettere in piedi un progetto di ricomposizione sociale fondato su un nuovo patto sociale che preveda il pieno coinvolgimento di Rifondazione e della Cgil. Un patto sociale per consolidare il proprio profilo di “forza tranquilla”, garante di una nuova concertazione che metta d’accordo imprenditori e sindacati e far uscire quindi l’Italia dal “declino” in cui si trova. La sua affermazione significa il consolidamento dello schema dell’alternanza in cui rimane prigioniera anche Rifondazione comunista.
Se vuole evitare questo rischio il nostro partito deve scartare dallo schiacciamento eccessivo sull’Ulivo e rilanciare il proprio profilo di forza anticapitalista e impegnata nei movimenti. Si tratta di recuperare l’autonomia della propria proposta con una concezione più di movimento dell’unità che non può esaurirsi al confronto programmatico ma deve radicarsi nel vivo del conflitto sociale a partire dalla urgenze più immediate:
1) la caduta del governo Berlusconi anche in virtù del rilancio del movimento di massa, a partire dai rinnovi contrattuali;
2) il successo al referendum contro la legge sulla Procreazione medicalmente assistita che, oltre a rappresentare una battaglia di civiltà, rappresenta un passaggio eccezionale per infliggere un’altra sconfitta al governo
3) una campagna nazionale, a partire da tutte le regioni in cui Rifondazione è al governo, per boicottare la legge 30, l’istituzione dei Cpt, la realizzazione su scala regionale di riforme scolastiche improntate al progetto Moratti
4) la battaglia contro la guerra per proporsi, ora più che mai, il ritiro delle truppe dall’Iraq.

Rifondazione sotto le aspettative

Con l’internità piena del Prc all’Unione e con la sua ambizione a guadagnarne una qualche direzione, Rifondazione, in linea con le scelte congressuali, muta il suo progetto strategico: non più la costituzione di una forza alternativa sia al centrodestra che al centrosinistra – per quanto obbligata a un’unità d’azione ed elettorale con quest’ultimo – ma la collocazione a pieno titolo dentro l’alleanza per spostarne gli equilibri e il profilo complessivo.
Un progetto che, al di là della nostra evidente opposizione, sconta però dei limiti strutturali. Il Prc è l’unico partito dell’Unione che non guadagna voti, anzi ne perde rispetto alle europee. Addirittura, ritorna alle percentuali del 2000 cioè a prima della grande stagione dei movimenti, a prima di Genova. Segno evidente di uno schiacciamento eccessivo sull’alleanza e sul suo leader: il “Prodinotti” fa vincere solo Prodi.
Certo, c’è la vittoria di Vendola in Puglia, una vittoria importante e da sostenere. Ma che è comunque una vittoria di tutta l’Unione, interna al progetto di guadagnarne la direzione – e infatti Nichi non trascina il Prc – e che deve cimentarsi ora con la prova del governo. A partire dalla Puglia, Rifondazione deve dimostrare che è possibile sconfiggere la “legge del pendolo” imprimendo alla sua azione di governo una svolta evidente e capace di modificare significativamente le condizioni di vita di larghe masse: su questo va sostenuto da tutti noi, soprattutto nella costruzione di movimenti e conflitti.
Ma la mancata crescita di Rifondazione è spia di un problema più importante e che non può essere ridotto alla relazione con il resto dell’Unione o alle polemiche congressuali. Interpella infatti il ruolo e la collocazione sociale del partito, il suo radicamento di massa, la sua capacità di innovazione – molto auspicata ma mai realmente praticata – la sua selezione dei gruppi dirigenti, il grado di unitarietà e di vita democratica al suo interno. E’ la grande questione della “rifondazione comunista” rimossa al congresso per lasciare il posto a un dibattito neoidentitario e rivolto all’approvazione della svolta governativa. Ma è la grande questione su cui è nata Rifondazione e su cui deve cimentarsi una moderna forza comunista. Il mancato voto al Prc, specie in elezioni “locali” in cui la presenza sul territorio diventa essenziale, parla della reale capacità del partito di essere presente nei movimenti e di esistere in quanto partito. Dice, ad esempio, di quanto sia stata stucchevole l’enfasi posta sulla “grande partecipazione democratica” al congresso che non si è poi tradotta in un salto di qualità dal punto di vista elettorale. Dice, in sostanza, che la questione della forma-partito deve diventare un tema centrale di discussione provando a compiere sperimentazioni che coinvolgano tutto il corpo del partito in relazione alla sua iniziativa esterna, verso i movimenti e il conflitto sociale. Anche per questo il ripristino di un reale coinvolgimento delle minoranze e la loro piena partecipazione alla gestione del partito diventa oggi un valore per l’insieme dei e delle militanti di Rifondazione comunista. La proposta di nuova organizzazione non va invece in questa direzione: lo svuotamento della direzione, la nuova centralità conferita a esecutivi a totale appannaggio della maggioranza, il rifiuto di una gestione unitaria, restituiscono una concezione del partito maggioritaria ed escludente e, in ultima istanza, poco efficace.

Salvatore Cannavò, Flavia D'Angeli, Gigi Malabarba, Franco Turigliatto

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