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Detenuto in attesa di giudizio

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(8 Novembre 2009) Enzo Apicella
Secondo i dati di Ristretti Orizzonti sono 82 le persone morte nelle carceri italiane nel 2009. Nella maggior parte dei casi, suicidi; qualcuno morto per cause naturali.

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(Omicidi di stato)

9 marzo 1985 – 9 marzo 2015: ricordare Pedro vuol dire lottare ancora

(21 Febbraio 2015)

pedromanifesto

Il 9 marzo del 1985, in Via Giulia, qui a Trieste, il militante comunista Pietro “Pedro” Greco, venne ucciso in un agguato tesogli da un commando formato dall’agente dei servizi segreti Maurizio Nunzio Romano e da tre agenti della Digos di Trieste, Giuseppe Guidi, Maurizio Bensa e Mario Passanisi che gli spararono più di dodici colpi d'arma da fuoco, prima nell'atrio del palazzo e poi fuori, alle spalle, quando già stava agonizzando sul marciapiede.
Una vera e propria condanna a morte, che lo Stato eseguì contro un compagno che aveva dedicato tutta la sua vita alla lotta di classe: immigrato calabrese a Padova, dove dapprima studiò all'università e poi insegnò matematica, fu in prima fila nelle lotte per la casa, nelle mobilitazioni dei lavoratori della scuola, nelle rivendicazioni dei servizi sociali, nelle occupazioni a scopo politico e d'aggregazione proletaria, nell'antifascismo militante...Pedro visse fino in fondo la stagione di lotte degli anni settanta e d'inizio anni ottanta, in essa si formò e crebbe politicamente, praticando la prospettiva dell’abbattimento del sistema capitalista. Il suo omicidio si colloca proprio nel tentativo da parte dello Stato e della classe dominante di chiudere quel ciclo di lotte, neutralizzandone la potenzialità rivoluzionaria e disperdendone il patrimonio, attraverso l'aggravarsi della repressione. In particolare, a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta, sono migliaia i compagni e le compagne incarcerate e inquisite, in tutta Italia, per reati associativi (“associazione sovversiva”, “associazione sovversiva a scopo terroristico”, “banda armata”...), a partire soprattutto dagli arresti scattati nel blitz del 7 aprile 1979. Pedro venne colpito da mandato di cattura e costretto alla latitanza, dalla quale non fece più ritorno, nei primi mesi del 1982.
A trent'anni dalla sua esecuzione, il contenuto delle iniziative che vogliamo realizzare non intende essere quello della commemorazione retorica e neanche quello della denuncia di un crimine che rimane iscritto, assieme a molti altri e nonostante passino i decenni, a carico della classe dominante e del suo Stato. Vogliamo sforzarci, invece, di collocare la memoria di Pedro nel presente, recuperando, dibattendo e riflettendo sul valore del patrimonio delle lotte di allora per il nostro presente, riavvolgendo e riannodando il filo che l'intossicazione ideologica e i silenzi assordanti della versione data dagli apparati culturali egemonici vorrebbe spezzare.
Lo vogliamo fare oggi, in una fase nella quale, le contraddizioni del sistema capitalista ne aggravano le contraddizioni su tutti i piani, portando i governi e il padronato ad attaccare le conquiste della classe lavoratrice che vennero strappate proprio con le lotte di allora. È necessario farlo perché ci ritroviamo ancora di fronte una repressione che vuole piegare ogni spinta all'antagonismo politico e sociale, che aggrava ed affina i propri strumenti, tra cui continuano a spiccare i reati associativi, già approntati e messi in campo dallo Stato contro il movimento di allora.
Del resto, nel momento in cui si deteriorano le condizioni di vita a livello di massa, la repressione assurge a strumento per gestire le contraddizioni sociali. Pensiamo a come viene trattata la questione dell’immigrazione o all’utilizzo del carcere o della segregazione penale (domiciliari) utilizzati come fattore contenitivo della sempre più grossa fetta di popolazione che, inevitabilmente nell'attuale scenario di crisi, ricorre all'illecito per vivere. La marginalità sociale e la diversità culturale vengono criminalizzate, assieme a tutto ciò che non è funzionale ai meccanismi del profitto e dello sfruttamento.
Sul piano internazionale, le guerre imperialiste, condotte per la ripartizione dei mercati, divengono fonti di continui e nuovi genocidi, mentre, sul piano interno alle società che pretenderebbero di esportare “civiltà e democrazia”, si tramutano in ulteriore spinta all'autoritarismo, al controllo poliziesco e alla paranoia razzista.
La cappa reazionaria che lo Stato e i padroni calano sulla società, oltre che essere rivelatrice della loro costante paura di perderne il controllo, si rivela già adesso assolutamente non “perfetta”, a partire dal fatto che la tendenza alla lotta di classe, alla ribellione e alla resistenza degli sfruttati, dovunque essa si manifesti ed emerga – nei luoghi di lavoro, nei territori, nei quartieri, nelle università, nelle scuole, persino nelle galere – rompe di per sé una pacificazione forzata. Questa stessa pacificazione, che trent'anni fa i boia di regime vollero imporre crivellando di colpi Pedro e tanti altri compagni e compagne, la possiamo smentire riprendendoci la memoria di questo compagno ucciso e riaffermando la continuità con le lotte cui allora egli prese parte, assieme a moltissimi/e altri/e.
Poiché il cammino verso la liberazione non s'interrompe mai quando qualcuno cade, se qualcun'altro decide di calcarne le orme e di proseguirlo.

Sabato 28 febbraio dalle 16.30 alle 20.00:
-proiezione del documentario "Pedro vive nelle lotte";
-assemblea dibattito con militanti/e del movimento di allora e di oggi e l'intervento dell'avvocato Eugenio Losco che difende le/i attiviste/i No Tav

Sabato 7 marzo dalle 16.00 in poi:
-presidio sul luogo dell'assassinio (in Via Giulia 39 e in Piazza Volontari Giuliani)

Le compagne e i compagni del movimento

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