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COALIZIONE SOCIALE VERSUS PARTITO COMUNISTA?

(14 Marzo 2015)

landinicoalition

E’ il giorno della “coalizione sociale”: tutta una serie di soggetti di movimento, convocati da Maurizio Landini, convergeranno nella sede della FIOM per discutere della formazione di una – non meglio precisata – “coalizione sociale” che avrebbe il compito di portare le istanze alternative all’attuale regime direttamente dalla piazza alla protesta e alla proposta, bypassando il dibattito politico – istituzionale.
Esclusi dal contesto i partiti della cosiddetta “sinistra radicale” (Rifondazione e SeL) giudicati “impresentabili” (osservazione sicuramente condivisibile): assunti viceversa come modelli, nella loro diversità da non dimenticare, Syriza e Podemos.
Due elementi vanno fatti notare subito come negativi, almeno dal punto di vista del metodo: il primo riguarda il “continuum” sull’onda della personalizzazione della politica, Landini commette lo stesso errore da matita blu commesso da Vendola al momento del “lancio” di Sel proseguendo su di una strada che è congeniale all’avversario di classe, proprio in questo momento storico.
Il secondo è quello di rifarsi a modelli stranieri, in un impeto di esterofilia che ormai attanaglia da tempo la sinistra italiana, senza una valutazione di ciò che in effetti questi soggetti rappresentano dal punto di vista dei legami sociali, dell’organizzazione, della rappresentanza istituzionale.
Da ricordare, inoltre, che Syriza e Podemos stanno conducendo, l’una da posizioni di governo, l’altra ancora sul terreno della pura propaganda, una battaglia per larga parte di tipo nazionalista, al di fuori da richiami – che dovrebbero essere indispensabili – a un nuovo protagonismo internazionalista delle classi subalterne.
Prima di tutto però la non meglio precisata “coalizione sociale” viene progettata senza che risulti ben chiara l’analisi di partenza della situazione internazionale e di quella italiana.
Per restare in Italia: qual è il giudizio vero che viene formulato da questi aspiranti protagonisti della nostra vicenda politica sul governo in carica? E di conseguenza quale valutazione viene formulata rispetto all’emergere di un vero e proprio regime autoritario, del quale il nesso tra riforme costituzionali e nuova legge elettorale rappresenta l’asse portante?
Un’analisi concreta dello stato di cose in atto, partendo anche dai tanti annunci rivolti al pubblico dal Governo in materia di lavoro, fisco, scuola, giustizia, ecc, ecc.. dovrebbero indicare la strada di una denuncia del processo di costante ideologizzazione dell’agire politico e della necessità di un’opposizione di tipo sistemico: non esistono, in questa fase, spazi per la ricostituzione a breve di un progetto di governo, non ci sono spazi per effimeri centrosinistra, il PD è un partito “a vocazione maggioritaria” retto dall’individualismo competitivo e la sua fronda interna è parte di questo progetto e vi si acconcia allo scopo di mantenere spazi di mera – ed anche inutile – visibilità in funzione di candidature e altro.
Come si pronuncia su questo tipo di analisi la “coalizione sociale” e soprattutto può un soggetto del genere risultare adeguato al livello dello scontro, sociale e politico, in atto?
Paradossalmente, in questi giorni, si è discusso molto di partiti. Ne ha scritto Aldo Cazzullo sulle colonne del “Corriere della Sera”, denunciandone la totale impopolarità sociale e il fortissimo potere di nomina ma, soprattutto, ne ha parlato Luciana Castellina alla Camera dei Deputati presentando i volumi contenenti i discorsi parlamentari di Lucio Magri.
Tra le altre Luciana Castellina ha pronunciato questa frase, molto significativa rispetto al dibattito che si sta cercando di alimentare anche con questo intervento: “ .. “..non li ricostruiremo tali quali erano (e anche loro del resto, avevano non pochi difetti.) Ma è importante tornare a riflettere sul senso della politica, che non è ricerca di consenso ma costruzione di senso..”
Il nodo di fondo sta proprio nel rapporto da ricostruire tra ricerca di consenso e costruzione di senso della politica, affidandoci al nesso tra la materialità delle contraddizioni sociali e la capacità di rappresentarle, sul piano della proposta e dell’organizzazione.
Soltanto così si potrà realizzare un’efficacia dell’azione che, in questo momento, può concretizzarsi soltanto sul terreno - appunto – di un’opposizione sistemica, di una vera e propria “alterità” di progetto.
Personalizzazione, “democrazia del pubblico”, squilibrio verso la governabilità sono stati questi i fattori della crisi verticale incontrata dai partiti politici, in Italia e fuori d’Italia.
Si tratta di punti da affrontare misurandoci con alcune domande: l’identità dei partiti era legata principalmente a un’ideologia politica, ma in seguito al suo affievolimento come meccanismo d’identificazione, cosa ha preso il suo posto? Quali elementi e dinamiche entrano in gioco nel definire l’identità organizzativa di un partito politico? Quali fattori interni ed esterni possono intervenire nella sua (non) creazione? In ogni caso, è sufficiente la proclamazione di principi e valori per definire l’identità di un partito?
Si tratta, allora, di stabilire un primo punto: acclarata l’assoluta insufficienza del modello di “coalizione sociale” proprio nel merito della necessità e urgenza di una “opposizione sistemica” a causa della evidente genericità e indeterminatezza che il soggetto “coalizione ”racchiude in sé , la sola strada possibile è quella del rilancio dell’idea di partito.
Un partito che risponda assieme alle domande appena sopra formulate e all’esigenza propria dell’opposizione sistemica, puntando sulla produzione di contenuti ideologici e valoriali sui quali far poggiare un’identità organizzativa e, insieme, una “lente culturale” di proprietà collettiva.
Un partito comunista che esprima nel concreto della capacità di raccordo tra teoria e prassi quell’alterità di sistema che oggi è più che mai indispensabile esprimere nella lotta sociale e quella politica in funzione della realizzazione di adeguati modelli di rappresentanza, anche a livello istituzionale.
Un partito comunista non semplicisticamente adagiato su di un retaggio residuale derivante dal passato (anche se la memoria è fattore indispensabile, da sottolineare con forza, in particolare rispetto all’identità della sinistra comunista nella storia del sistema politico italiano) ma fondato davvero sulla drammatica realtà derivante dalla ferocia dello sfruttamento capitalistico e della sua gestione del ciclo, a tutti i livelli.
Un partito comunista capace di affrontare la complessità dei temi che ci propone la modernità, il tragico allargamento delle diseguaglianze a livello planetario, la perdita complessiva di capitale sociale.
Un partito comunista dell’opposizione e per l’alternativa di sistema.
Un partito comunista che si ponga anche il compito di una ricerca sul piano della forma partito, il dato maggiormente messo in discussione dalle vicende relative all’implosione del sistema politico italiano verificatasi negli ultimi decenni e che, alla fine, ha dato origine alla forma particolare di “partito della nazione – partito personale” assunta dal PD.
Tutto questo riveste, sul piano teorico, un’importanza decisiva nel momento in cui si pensa a una nuova strutturazione del soggetto politico della “classe” dopo il fallimento degli esperimenti successivi alla fase del partito di massa.
Non è possibile tornare all’indietro dal partito di massa all’organizzazione di quadri: in questo senso l’accezione gramsciana, quella del passaggio dalla classe al popolo, deve essere analizzata a fondo.
Il punto risiede, invece, nell’individuazione di vasti settori sociali nei quali far penetrare il necessario livello di coscienza al fine di consentire, attraverso di essi, al soggetto di esercitare egemonia sugli orientamenti di fondo della classe.

Un partito, in sostanza, a direzione “diffusa” con un concetto di relazione tra verticalità e orizzontalità nella direzione politica posto in grado di esprimere tre elementi critici rispetto al modello passato: 1) la solidarietà nella massa, senza il vincolo stretto della dimensione puramente ideologica; 2) L’espressione di questa solidarietà come egemonia verso l’intera classe; 3) Una direzione “larga” composta da quadri diffusi sul territorio e nella società capaci di introdurre anche elementi di “parzialità” nel rapporto con il partito e di forte, ragionato, ricambio nella formazione dei gruppi.
Una visione originale dunque della “via consiliare” sulla quale forse, pensando a una strutturazione politica della classe adeguata alla complessità dell’oggi, vale la pena di sviluppare qualche riflessione sul piano teorico.

Elementi questi che dovrebbero esseri presi in considerazione anche dalle compagne e dai compagni che si sono proposti di ricostituire il partito comunista italiano e che non possono pretendere di partire da un soggetto già esistente aggregandovi attorno realtà diverse attorno ad una semplice ipotesi di massa, a una sorta di enunciazione di principio.

Il metodo dell’autoconvocazione che costituisce l’altro pilastro della nostra iniziativa politica appare essere, invece, quello più adatto per riformare e costruire una soggettività politica compiuta procedendo per i necessari diversi livelli di aggregazione organizzativa: l’intenzione dovrebbe essere quella, infatti, di passare dall’autoconvocazione a una fase di transizione rappresentata dalla costituzione di un “movimento per un soggetto politico organizzato” sulla cui base poi lanciare il processo di costruzione di un partito politico.

Un itinerario che va rilanciato pur nelle difficoltà del momento: personalismo e movimentismo vanno accuratamente evitati e, invece, sembrano proprio rappresentare la moda del momento.

Una moda che deriva dalla “paura della politica” e dalla “sindrome della sconfitta” che hanno rappresentato i fattori determinanti per la sconfitta di quella che si era autodefinita, in Italia, “sinistra radicale” e oggi pare aggrapparsi malamente a modelli d’imitazione.

Nella proposta di concreto progetto di partito che anche in quest’ occasione si è puntato a rilanciare l’obiettivo è, invece, quello di non arrendersi al minoritarismo e rilanciare in pieno l’azione politica di massa di opposizione per l’alternativa.
Un’azione politica condotta da un partito comunista.

Franco Astengo

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