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SULL'ECCIDIO DI CELANO, 65 ANNI DOPO

(24 Aprile 2015)

Dal n. 28 di "Alternativa di Classe"

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Celano, 3 maggio 1950: la folla radunata in piazza il giorno dei funerali

Dopo la lunga e sanguinosa Guerra Mondiale, l'Italia nel 1945 era una nazione devastata, un terzo della sua ricchezza era stata distrutta, la produzione industriale era scesa ad un terzo di quella del 1938 ed era prevalentemente una nazione contadina (oltre il 40% della popolazione), dove la iniqua distribuzione delle terre aveva creato una situazione di arretratezza e miseria tra i contadini; il divario tra essi e gli agrari si era ulteriormente allargato. I braccianti agricoli e gli affittuari chiedevano che fossero loro assegnate le terre, che gli agrari non coltivavano o coltivavano male.
Per cercare di porre freno al malcontento e alle possibili mobilitazioni, già nel 1944, prima della fine della Guerra, era stato emanato un D.L. del Senatore Gullo, detto appunto “Decreto Gullo”, che prevedeva la possibilità per i contadini di ottenere in concessione terreni sia pubblici che privati, od insufficientemente coltivati. Ciò era, però, subordinato alla creazione di organizzazioni cooperative. L'applicazione del suddetto Decreto aveva trovato resistenze sia da parte dei possidenti terrieri che delle stesse Pubbliche autorità.
In seguito, nel 1946, il nuovo Ministro Antonio Segni, democristiano, modificò la legislazione di Gullo con i decreti del 9/1946 e 12/1947, dove l'art. 7 del primo decreto dava ai proprietari il diritto di reclamare le terre, se i contadini avessero violato le condizioni alle quali erano state concesse. Non appena il P.C.I ed il P.S.I furono allontanati dal primo governo post-Liberazione, gli agrari usarono questa clausola per intraprendere azioni legali contro le cooperative contadine, recuperando diversi ettari di terra.
Nel frattempo si era arrivati anche alla rottura del Sindacato, ogni spezzone rispettivamente collegato al partito di riferimento, ed in questa situazione la C.G.I.L. nel Congresso di Genova del 4-9 Ottobre 1949 registrò la proposta di un Piano del lavoro, con l'ambizione di realizzare l'unità tra occupati e disoccupati. Tale piano, però, non si poneva lo scopo di una pianificazione nazionale, che avrebbe presupposto, invece, una società socialista, ma si collocava nel sistema sociale ed economico dato, e tentava di ridurre l'arbitrio dell'iniziativa privata e delle pressioni internazionali; rimaneva, cioè, in una logica keynesiana e di accettazione del piano Marshall.
In questo contesto continuarono le lotte dei contadini, sopratutto nel meridione, e nella zona del Fucino, in Abruzzo, si costituì il Comitato centrale per la Rinascita della Marsica, che creò un'organizzazione capillare; essa, partendo dalle più immediate rivendicazioni dei braccianti senza terra e dei fittavoli, inglobava anche gli interessi di altri stati sociali.
Il Fucino è un altopiano, il cui lago era stato prosciugato nell'800 da Alessandro Torlonia, che ne diventò poi principe. Torlonia, agrario, industriale, banchiere, era proprietario di 16000 ettari di terra che comprendevano dieci paesi per un complesso di 100 mila abitanti, 14 mila affittuari con in media meno di un ettaro ognuno, poi mezzadri, salariati, braccianti, insomma uomini e donne, che lavorano, si immiseriscono e muoiono. Gli affittuari del Fucino erano costretti a pagare un canone elevatissimo, commisurato ad una produzione presunta, ed i contadini potevano transitare solo su alcune strade consentite dal Torlonia.
Il dramma degli allagamenti dei terreni e delle lunghe siccità, degli indebitamenti e della razzie dei raccolti, delle minacce di sfratto, delle pesanti multe, dei divieti di transito, si accumulava nell'animo dei contadini prima di una coscienza dei loro diritti umani e sociali, crescevano rancore ed odio vero e proprio contro il principe, causa di tutte le loro pene. E' proprio in questo scenario, che tra il Dicembre del 1949 e il Gennaio del 1950 si organizzò capillarmente la lotta e si costruì l'alleanza tra braccianti senza terra e piccoli affittuari, che costituì il nucleo centrale di una più grande alleanza popolare.
Il 4 Febbraio le amministrazioni respinsero una prima serie di richieste avanzate dal Comitato, per un immediato inizio dei lavori per la sistemazione delle strade e dei fossi e della liberazione dei ponti, che il principe Torlonia aveva completamente ignorato. I contadini chiedevano le quote per l'impiego di manodopera in base alla legge sull'imponibile, gli assegni famigliari ed assistenza medica e farmaceutica. Questa prima vertenza ebbe esito negativo ed essi, così, passarono all'azione diretta: iniziava lo “sciopero al rovescio”.
I lavoratori scesero dai centri abitati alla piana e lavorarono alle opere di manutenzione delle strade e dei canali di irrigazione. Alla lotta parteciparono sia gli affittuari, sia i bambini, sia le donne, che assolsero in maniera ineccepibile il lavoro di solidarietà, girando i paesi per raccogliere denaro, indumenti, alimenti, per sostenere i lavoratori in lotta. Nel momento in cui la lotta diventava sempre più serrata e dove si infittivano sempre di più i comizi, le assemblee, i cortei, il Governo De Gasperi inviò reparti della celere armati fino ai denti ed in perfetto stato di guerra. Furono bloccate strade, treni, chiusero le scuole e molti poliziotti, che erano andati nei campi, furono buttati o nei pozzi o nei canali.
Il giorno dopo Torlonia firmò una tregua davanti al prefetto, ma il giorno successivo disconobbe l'accordo. Il 22 Febbraio fu organizzato lo sciopero e il 23 Febbraio venne applicato nella piana del Fucino il Decreto legge n.429/'47 sull'imponibile di manodopera. Dopo alcuni giorni di permanente mobilitazione, Torlonia dovette pagare per i lavori eseguiti (altro che il lavoro gratuito di oggi!...) con lo “sciopero al rovescio”: 14 milioni sui 28 chiesti dai lavoratori, gli affittuari furono esonerati dal pagamento dei contributi unificati per i poderi al di sotto dei 3 ettari, e furono occupati per 50 giornate 2 mila braccianti.
Battuti, gli agrari passarono all'azione terroristica; la Domenica del 30 Aprile 1950 si riunì nel palazzo comunale di Celano (AQ) la Commissione di collocamento, che stabiliva il turno di lavoro per i braccianti e fu tolta, poi, alle 18, non trovando l' accordo fra le forze politiche e sindacali. Alle ore 20 molti contadini si erano fermati a discutere in Piazza 4 Novembre, in attesa che uscissero gli elenchi dei primi chiamati. I carabinieri, senza preavviso, aprirono il fuoco e dal lato opposto della piazza, mentre i contadini si buttavano a terra, altri colpi di fuoco venivano esplosi dai fascisti. Esattamente 65 anni fa restarono a terra, uccisi, due braccianti, Agostino Paris di 45 anni e Antonio Berardicurdi di 35 anni, oltre a dodici persone ferite.
Il 3 Maggio '50 si celebrarono i funerali dei due braccianti, la città fu invasa da migliaia di lavoratori provenienti da tutta Italia e fu proclamato sciopero in tutto il paese. Nell'Agosto del '51, poi, il Consiglio dei ministri approvò il Decreto di esproprio delle terre del Fucino: la lotta contadina aveva pagato.
L'eccidio di Celano è uno dei tanti eccidi commessi dal capitale, che, usando i suoi servi, governi, forze “dell'ordine”, fascisti, ha sempre represso nel sangue contadini e lavoratori che richiedevano miglioramenti delle loro condizioni economiche e dei loro diritti. L'arretramento che, come movimento operaio, stiamo subendo, riporterà senz'altro in auge, come già in parte sta avvenendo, metodi e comportamenti che non sono stati certo gettati nel dimenticatoio dal capitale. La stretta disciplinare in corso sui posti di lavoro non potrà continuare a lungo senza una risposta operaia; ebbene, appena questa, e giustamente, si manifesterà, aspettiamoci provocazioni, attacchi e repressione dispiegata!...

Alternativa di Classe

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