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Che Guevara

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(10 Ottobre 2008) Enzo Apicella
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(Memoria e progetto)

“Ancilu era e non aveva ali”. L’omicidio di Salvatore Carnevale nella poesia e nella letteratura. Sessanta anni dopo.

(16 Maggio 2015)

salvatorecarnevale

“La memoria è vita. Ne sono portatori, sempre, gruppi di persone viventi, e quindi essa è in perpetua evoluzione; soggetta alla dialettica del ricordare e del dimenticare, ignara delle successive sue deformazioni, aperta a usi e manipolazioni di ogni sorta. Rimane a volte latente per lunghi periodi, poi ad un tratto rivive. La Storia è ricostruzione, sempre incompleta e problematica, di quello che non è più. La memoria appartiene sempre al nostro tempo e forma un legame vissuto con l’eterno presente; la Storia è rappresentazione del passato”. Pierre Nora, ‘Les lieux de la memoire’, Vol. I, ‘La Republique’, 1984.
“Sciara, per qualcuno che non lo sa, è un piccolo paese in provincia di Palermo, dove ancora oggi regna e comanda la mafia. Quindi,
Turiddu aveva i jurna cuntati / ma ‘ncuntrava la morti e ci ridia / Ca videva li frati cunnannati / sutta li pedi di la tirannia”.
‘Cicciu’ Busacca e Ignazio Buttitta, ‘Lamentu ppi la morti di Turiddu Carnivali’, 1955.

Oggi, 16 maggio di sessanta anni orsono, Sciara è un Comune di circa 2.500 abitanti. Siamo a dieci anni dalla fine del Secondo conflitto mondiale; che in Sicilia si chiuse, in realtà, con largo anticipo, con lo sbarco degli Alleati sulle coste dell’Isola, nel luglio del 1943. Gli anni che vanno dal ’45 al ’48 rappresentano, per l’Isola, un mosaico di lotte per la terra da parte di una popolazione che, da una condizione apparentemente immutabile, si ritrova proiettata al centro della Storia. Anni scanditi da nomi ormai ignoti ai più. Ogni nome, una croce:
Nunzio Passafiume, Trabia, 18 giugno 1945
Giuseppe Scalia, Cattolica, 25 novembre 1945
Giuseppe Punturello, Ventimiglia, 5 dicembre 1945
Gaetano Martino e Maria Spinelli, Favara, 16 maggio 1946
Pino Camilleri, Alia, 22 settembre 1946
Giuseppe Biondo, Santa Ninfa, 22 ottobre 1946
Andrea Raja, Casteldaccia, 23 novembre 1946
Paolo Farina, Comitini, 28 novembre 1946
Nicola Azoti, Baucina, 21 dicembre 1946
Accursio Miraglia, Sciacca, 4 gennaio 1947
Leonardo Salvia, Partinico, 13 febbraio 1947
Pietro Macchiarella, Ficarazzi, 19 febbraio 1947

Vito Allora, Margherita Cresceri, Giorgio Cusenza, Giuseppe di Maggio ( di anni 7), Filippo di Salvo, Giovanni Grifò (di anni 12), Castrenze Innovaia, Vincenzina la Fata (di anni 7), Serafino Lascari (di anni 15), Giovanni Megna, Francesco Vicari, Portella della Ginestra, I Maggio 1947.
Vincenzo lo Jacono, Partinico, 22 giugno 1947.
Giuseppe Casaburrea e Michelangelo Salvia, Partinico, 30 giugno 1947.
Giuseppe Caiola, San Giuseppe Jato, 3 novembre 1947.
Vito Pipitone, Marsala, 8 novembre 1947.
Giuseppe Maniaci, Terrasini, 25 novembre 1947.
Epifanio li Puma, Petralia Sottana, 3 marzo 1948.
Placido Rizzotto, Corleone, 10 marzo 1948.
Questa la fredda contabilità di sindacalisti, militanti politici e partecipanti alle mobilitazioni ed alle manifestazioni nelle piazze di Sicilia, ammazzati dalla mafia e dai “separatisti” del “Re di Montelepre”, Salvatore Giuliano, in quei quattro anni terribili; scanditi dai tentativi reiterati di applicazione del “Decreto Gullo” per l’assegnazione a cooperative di lavoratori delle terre incolte del latifondo, dalla vittoria di “Garibaldi” (socialisti e comunisti) alle elezioni dell’Assemblea regionale siciliana del 20 aprile 1947, dall’ecatombe di Portella della Ginestra, in occasione della Festa dei Lavoratori, in quel celebre I maggio 1947, dalla netta –e altrettanto celebre-vittoria della Democrazia Cristiana alle Politiche del 18 aprile 1948 che rappresentò una indubbia battuta di arresto nella serie di omicidi di mafia nelle campagne.
Salvatore “Turiddu” Carnevale, il nome con cui prosegue tale “Lista dell’orrore”, riporta la data dell’omicidio al maggio del 1955; sette anni dopo le “esecuzioni” del 1948. Successivamente, troviamo solo quattro nomi di morti ammazzati per le lotte per la terra in Sicilia, dal 1955 al 1966: in seguito a profondi mutamenti nella Economia e nella società del II Novecento, tanto le lotte dei lavoratori, quanto la Mafia si “trasferiscono in città”.
Fu, la morte di Salvatore Carnevale, un evento apparentemente “già fuori dalla grande Storia”, frutto di tensioni sociali e conflitti politici destinati, di lì a poco, a rifluire nell’oblio e nella rimozione collettiva.
E desta meraviglia come, nella tragedia di un uomo povero e condannato ad essere precocemente dimenticato, spicchino alcuni dei nomi più celebri della Sicilia e dell’Italia del XX secolo. Quelli di due futuri Presidenti della Repubblica –avvocati rispettivamente di Parte civile e di difesa nei processi a mandanti ed esecutori dell’omicidio- di uno dei maggiori autori della letteratura italiana del ‘900, di uno dei più grandi poeti dialettali nella storia contemporanea d’Italia, di un celebre Cantastorie e cantore delle genti dell’Isola.
Il Poeta e il Cantastorie
“Ancilu era e non aveva ali / non era santu e miracule facia / ncielu acchianava senza corde e scali / e senza appidamenti nni scinnia: / era l’amuri lu so capitali / e sta ricchhizza a tutti la spartia/ Turiddu Carnivali annuminatu / ca comu Cristu nni muriu ammazzatu” .
Con queste parole in dialetto un uomo piccolo, bruno e visibilmente intimidito dalle luci e dal palco, fa il proprio esordio per un pubblico che non siano passanti e curiosi dei paesi di Sicilia. E’ il III Congresso della Cultura Popolare, il luogo è un teatro della città di Livorno, tra il pubblico spiccano i nomi di Carlo Levi, Luchino Visconti e Cesare Zavattini. E’ il “Lamento pi la morti di Turiddu Carnavali”. E’ il trionfo per una delle creazioni più alte della poesia popolare in Italia, a pochi mesi dalla uccisione del Protagonista. Francesco “Cicciu” Busacca era nato a Paternò (Catania) il 15 settembre 1925. Sin dalla più tenera età aveva seguito nelle piazze gli ultimi cantastorie della tradizione siciliana; di uno di questi, Gaetano Grasso, “Cicciu” volle farsi discepolo e seguace, esordendo “in proprio” nel 1951, elaborando un repertorio ispirato a fatti di cronaca nera e delitti “passionali”, temi ricorrenti nella tradizione secolare dei cantastorie. E dei Cantastorie Egli fu il primo a “modernizzarsi”, dotandosi di una automobile e di un microfono. Ignazio Buttitta, poeta già affermato e celebre ben al di fuori dei confini regionali, conobbe Busacca a Bagheria nel 1953; fu un incontro casuale, ma che destò in Buttitta un profondo interesse per le doti espressive del giovane artista di strada. Nel maggio di due anni dopo, la mafia uccideva il sindacalista Salvatore Carnevale.
“Di nicu lu patruzzu non canuscia / appi lu matri svinturata a latu / cumpagna a lu duluri e a lu piniu / ed a lu pani nivaru scuttatu / Cristu di ‘ncelu lu binidiciu / ci dissi: Figghiu, tu mori ammazzatu / a Sciara li patruna, armi addannati / ammazzano a cui voli libirtati”.
Se l’interpretazione del “Lamento” è squisitamente popolare, colta ne è la Lingua; il Siciliano di Buttitta rappresenta, nel panorama della poesia dialettale, uno dei vertici della ricercatezza linguistica, e l’incontro “impossibile” del Poeta con il Cantastorie, tra due mondi così distanti e solo apparentemente conciliati dall’uso del dialetto e dalla comune “isolanità”, fa del “Lamento” un capolavoro assoluto, una saldatura pressoché perfetta tra sensibilità e poetiche.

Cronaca
Salvatore Carnevale nasce a Galati Mamertino (Messina) il 25 settembre del 1923. Figlio unico di una madre, Francesca Serio, abbandonata dal marito e padre di “Turiddu”, solo all’età di cinque anni, nel 1930, viene iscritto all’Anagrafe di Sciara, dove genitrice e figliolo si trasferiscono. Ricordando quegli anni, all’indomani dell’assassinio di quell’unico figlio, di quell’unico legame con il Mondo, Francesca elencherà puntigliosamente tutti i tanti, umili mestieri che dovette praticare per mantenere il piccolo Salvatore, riuscendo anche nell’intento di farlo studiare abbastanza, perché il giovane avesse la possibilità di leggere e comprendere, nelle ore notturne, quei libri, quei testi di Leggi che gli permetteranno di avvicinarsi al movimento sindacale siciliano. Salvatore consegue la Licenza elementare alla vigilia della partenza per il servizio militare, e si iscrive al Partito socialista italiano. Nel 1951 “Turiddu” dirige la prima occupazione delle terre, assieme a un nutrito gruppo di militanti sindacali ed al segretario della Camera del Lavoro di Sciara: obiettivo, le terre della Principessa Notarbartolo, famiglia proprietaria dei numerosi Feudi, che circondano il paese di Sciara da ogni parte; in seguito a tale, vittoriosa mobilitazione (i contadini ottengono il “60 e 40” nella ripartizione del raccolto degli uliveti dei Notarbartolo, e le loro lotte contribuirono alla promulgazione dei Decreti legge del ’52 e ’53, che prevedono lo “scorporo” dei latifondi eccedenti i 200 ettari, in varie parti dell’Isola) Salvatore è arrestato ed imprigionato per otto giorni nel carcere di Termini Imerese. Dal 1953 al 1954 risiede in Toscana, dove trova lavoro nell’edilizia e frequenta i corsi della “Scuola quadri” del Partito Socialista. Torna a Sciara ed è assunto nella cava di pietra di proprietà della onnipresente famiglia Notarbartolo: la Sicilia si sta dotando di infrastrutture, e in cava si lavora per la costruzione della locale ferrovia; Assume la carica di segretario della locale Camera del Lavoro e di delegato della FILLEA CGIL sul posto di lavoro. In tale veste promuove lo sciopero degli operai della cava del 13 maggio 1955, indetto per la riduzione dell’orario di lavoro dalle undici alle otto ore: agitazione cui aderiscono trenta operai su sessantadue, e che, stante il clima politico dell’epoca, viene considerata un successo. Tre giorni dopo, all’alba, viene ucciso con un colpo di lupara al fianco, e finito con una scarica di pallettoni sul volto e una in bocca. E’ il sedici maggio 1955. L’agguato avviene in località “Cozze Secche”, a poca distanza dall’abitato di Sciara. I funerali , molto partecipati dai lavoratori, si tengono in forma solennemente laica, avendo il parroco del paese rifiutato di benedire la salma di un socialista. E’ la madre Francesca, cattolica credente e praticante, ad avvolgere la bara nella bandiera rossa, pronunciando in pubblico le parole: “Per questa bandiera mio figlio è morto, con questa bandiera se ne deve andare”.

Epica.
“Dissi a lu jurnataru: ‘Tu si nudu / e la terra è vestuta a pompa magna/ tu la zappi e ci sudi comu un mulu / e si all’additta comu una lasagna/ veni la cota e u corpu sicuru / lu patroni li beni s’aggranfagna / e tu chi fisti ogni mattinu all’antu / grapi li manu ed ariccogghi piantu” .
Nelle parole attribuite a “Turiddu” dal duo Buttitta-Busacca, spicca per Pathos e repentini passaggi dal linguaggio indiretto al diretto, l’Arringa del sindacalista al popolo dei braccianti (“jurnatari”), ed i riferimenti alla fatica, alla fame ed alla ricchezza della terra, così come al momento della “cota”, il raccolto, che vede i Padroni accaparrarsi ogni bene, mentre chi la terra l’ha lavorata…apre le mani e raccoglie pianto (“grapi li manu ed ariccogghi piantu”); segue poi l’invito alla Speranza ed alla ribellione, con riferimento tanto alla fede politica nel Socialismo, quanto ad una Fede religiosa venata di Millenarismo e dalla forte carica escatologica: …”Curaggiu e non aviri scantu / ca jornu veni e scinni lu Missia / lu Socialismu cù l’ali di mantu / ca porta pani, paci e puisia / veni si tu lo voi, si tu si santu / si sì nnimicu di la tirannia / s’abbrazzi a chista fidi e a chista scola / cu duna amuri e l’omini cunzola”…
A modelli teatrali sembra ispirata la scena che vede Turiddu fronteggiare il maresciallo dei Carabinieri durante l’occupazione delle terre, con i protagonisti del diverbio a giganteggiare sulla scena, e gli opposti schieramenti di contadini e forze dell’ordine a fare le veci un ipotetico coro da tragedia classica:
“Curreru lesti li carrubbinieri / cù li scupetti a manu e li catini / Turiddu ci gridau: ‘Fatevi arreri / ccà latri non ce n’è , mancu assassini / ci sugnu, cani, l’affritti jurnateri / ca manca sangu ci hannu ìntra li vini / si vui circati latruna e briganti / ‘n palazzu li truvati, e cù l’amanti. / Lu marisciallu fici un passu avanti / dissi: ‘Chistu la liggi non lo cunsenti’ / Turiddu ci rispusi senza scanti: ‘Chista è la liggi di li priputenti’…”
L’annuncio della Tragedia incombente è dato, nel parlato, in italiano e in dialetto, con cui “Cicciu” Busacca alterna le strofe cantate, dal ricordo puntuale delle minacce che Turiddu aveva ripetutamente ricevuto dai mafiosi, dalla percezione che di queste aveva la madre del protagonista, dalla consapevolezza di questi di non aver più scampo:
“La madre ha capito che Turiddu l’avevano minacciato ancora una volta / ‘Figghiu, figghiu, cui fu che ti minacciau? / Sugnu tua matri, non m’ammucciari nenti’ / ‘Matri, vinni u jornu’ e suspirau: “A Cristu l’ammazzaro e fu ‘nnucenti’ / ‘Figghiu, lu cori miu assincupau / mi ci azziccasti tri spati pungenti !’ / Genti ca siti ccà faciti vuci: dda matri si lu vitti mortu ‘ncruci”, ove, nelle ultime parole, il Cantastorie invita il Pubblico a partecipare del dolore della sventurata madre…

“Quando mio figlio arrivò a casa era agitato, e mentre mangiava, qui su questa tavola, si dava dei colpi in testa, così con le mani, ma non parlava, diceva solo ‘A me non mi convincono’. Ma era pallido come un morto. Dette solo due cucchiaiate giuste giuste di pasta e smise di mangiare. “A tua madre non vuoi dire che cosa è successo?’ Non voleva. Ma poi me lo raccontò. Ma non mi disse il nome di quello. Mi disse che lo avrebbe fatto in pubblico al comizio, la domenica. Ma la domenica il comizio non si poté tenere perché era proibito, per la festa del Santo Patrono. E il lunedì all’alba l’ammazzarono…” (Carlo Levi, "Le parole sono pietre", 1955).

Dall’Esposto presentato da Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale, in seguito al delitto.
“Francesca Serio si sofferma anche su quanto avvenne alla cava il giorno successivo allo sciopero. Il maresciallo Pietrangeli si recò al cantiere e, avvicinato Carnevale, lo rimproverò duramente: ‘Tu sei il veleno dei lavoratori’. Il figlio rispose: ‘’Se Lei deve arrestarmi mi arresti, perché qua io sono pagato per rompere pietre per otto ore al giorno’. Al diverbio intervenne anche Mangiafridda –dipendente pure lui della principessa Notarbartolo, estraneo all’attività estrattiva della cava- il quale rivolto al sindacalista lo minacciò dicendogli: ‘Picca nn’hai di sta malandrineria’ (“durerai poco a fare lo spavaldo”). Nell’Esposto si fa, infine, riferimento ad un’altra grave minaccia ricevuta dal Carnevale il giorno prima dello sciopero. Mentre rientrava dal lavoro fu avvicinato da un individuo che, dopo averlo preso confidenzialmente sotto braccio, gli aveva detto: ‘Lascia andare tutto, ritirati e avrai di che vivere senza lavorare, non ti illudere che se insisti finirai per riempire una fossa’. Il Carnevale irritato, più che impaurito, rispose: “Io non sono un disonesto, e non voglio regali, se dovete ammazzarmi fatelo pure, chi ammazza me ammazza Gesù Cristo’. Rientrato a casa Carnevale raccontò della minaccia ricevuta senza però fare rivelare l’identità di chi l’aveva minacciato, riservandosi di farne il nome nel corso di un comizio che non si tenne perché era la festa di San Giuseppe patrono del paese e quel giorno le iniziative popolari erano state sospese. Purtroppo Carnevale non poté fare quel nome perché la mattina dopo fu ucciso”. Da “Salvatore Carnevale. La mafia uccise un angelo senza ali”, Umberto Ursetta, 2005.

La Madre.
Nel pubblico che, nella serata Livornese già ricordata, stupì e si commosse all’esecuzione del “Lamento” di Buttitta-Busacca, vi era un grande scrittore e protagonista della vita culturale italiana del Dopoguerra, di nome Carlo Levi. L’autore di “Cristo si è fermato ad Eboli” e de “L’orologio” immortalò la figura tragica e titanica di Francesca Serio nel suo “Le parole sono pietre”, e con il ritratto della madre di Turiddu si chiudono le “Tre giornate in Sicilia” dell’intellettuale torinese. Alla figura di questa donna si ispira lo stesso titolo : il Levi si reca come in pellegrinaggio a Sciara per incontrare Francesca, descrivendo la sua “…bellezza dura, asciutta, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente disumana”; raccogliendone i ricordi, di quando, ad esempio, il figlio Salvatore la aveva invitata a votare per il “Blocco del popolo” socialcomunista alle elezioni del ’47, e a mettere una croce, lei analfabeta, sul simbolo di Garibaldi. Ma di come lei, avesse poi optato per il “segno” che più riconosceva “suo”, in quanto cristiana e cattolica (“…Ma quando andai a votare e vidi quel Dio benedetto di Croce pensai: ’Questo Dio lo conosco. Come posso tradirlo per uno che non conosco?’ E misi il segno sulla Croce”), votando così per lo Scudo crociato della DC; di come avesse seguito con trepidazione la breve e intensa parabola di militante politico e sindacale del figlio, dagli arresti alle prime minacce da parte della mafia, fino al dolore per una morte così tragicamente e ampiamente annunciata, alla scelta di sporgere denuncia ed affrontare i Processi, e a quella ancora più spontanea di farsi Militante Lei stessa, e di avere, Lei, donna illetterata e apparentemente votata ad un atavico destino di silenzio, sottomissione e rassegnazione, la forza e il coraggio di parlare “…Niente altro esiste per lei , se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta sulla sua sedia accanto al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Essa si identifica totalmente con il suo processo e ha le sue qualità: acuta, attenta, diffidente, astuta, abile, imperiosa, implacabile. Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole. E le parole sono pietre…”. Da questa piccola, grande storia la figura di questa Madre varcò, sulle ali della poetica del Levi, i confini della Terra; nel suo viaggio – reportage in URSS (dal titolo significativo di “Il futuro ha un cuore antico”), lo scrittore portò, per sua stessa ammissione, un po’ dei volti dei contadini di Lucania del “Cristo si è fermato ad Eboli”; e, al momento del decollo dell’aereo che lo avrebbe portato dall’altra parte del Globo, contemplando l’Italia dal cielo, se ne accomiatò salutando “…il Paese dove i limoni fioriscono e lampeggiano neri gli occhi di Venere; ma dove invece, noi lo sappiamo, sotto il nero velo si leva nera la voce della madre di Sciara”

Donna Francesca
Tale è il Monumento elevato dal Levi a Francesca Serio; mentre nelle pagine del grande scrittore torinese il Figlio è personaggio “Storico” (segnatamente nel suo passaggio da militante contadino a operaio) e che rivive unicamente nelle parole della Madre , la poesia di Buttitta e l’interpretazione di Busacca rendono omaggio a “Donna” Francesca nei modi più conformi all’”Epos” tradizionale, aggiungendovi chiari riferimenti alla sua scelta di raccogliere la bandiera lasciata cadere dal figlio, in un crescendo di coinvolgimento emotivo, che va dall’orrore dell’annunciato omicidio, alla rappresentazione di un dolore attraversato da rabbia istintiva e feroce, fino alla riconciliazione con l’opera del figlio Defunto, e la conseguente capacità di trasformare l’Odio in Amore:
“E come si può dimenticare mai / quel sedici maggio a Sciara? / Dopo un’ora che Turi era partito da casa / la madre sente bussare alla porta / furiosamente / (la madre era ancora a letto) / Era l’alba / ‘Francesca!’ / ‘Donna Francesca’! / ‘Signora Francesca, aprite’! / Aprite, è successa una disgrazia / Hanno ammazzato a vostro figghiu Turiddu / ci hanno sparato due colpi di lupara in faccia / che l’hanno sfiguratu’ / Dirlo così è facile / ma lo pensate / per quella povera madre / che aveva solo quel figlio al mondo / come si veste in fretta e furia / e incomincia a girare per tutte le strade del paese / gridando / invocando i poveri a seguirla per andare a piangere / sul cadavere di suo figlio / Nessuno poteva passare / nessuno poteva guardare Turiddu per l’ultima volta / Turiddu / era circondato dai Carabinieri / La madre / si inginocchia di fronte ai carabinieri..
‘Carrabbineri, mi sì cristianu…/ non mi tuccari, levati di ddocu / Non vidi ca so torci li me manu /e addumu comu piviri a lu focu ?’ (….) ‘Primu c’agghiorna trovu l’assassinu / e ci scippu lu cori cu sti manu / lu portu strascinannu a lu patrinu / e i dicu: sunati, sacristanu’.
In questi versi, la Madre passa dall’invocazione al Carabiniere (che le impediva di avvicinarsi al corpo del Figlio), in nome della comune fede cristiana, alla rabbia e all’intimazione allo stesso milite di allontanarsi “levati di ddocu..”, alla furia e al desiderio di vendicarsi, dilaniando il corpo dell’Assassino. Le parole che seguono, al contrario, mostrano il pentimento per quell’unico momento di cedimento all’istinto di violenza, e la riconciliazione con la propria fede, politica e religiosa assieme, nel nome e nel segno del Figlio massacrato, invocato, ora, come Maestro e Sacerdote della propria madre:
“Figghiu, chi dicu. La testa mi sguazza/ oh, si nun fossi pi la fidi mia. / lu Sucialismo ca grapi li vrazza / e mi duna la speranza e la valìa / mi lu ‘nzignasti e mi tinevi ‘n brazza / ed io supra li manu ti chiancìa / tu m’asciugavi cu lu muccaturi / iu mi sentiva moriri d’amuri.
“Tu mi parlava comu un cunfissuri / io te parlava comu pinitenti / ora disfatta da tantu duluti / dugnu la vuci a li cumannamenti / vogghiu muriri cò stu stissi amuri / vogghiu muriri cù sti sintimenti “.

Le ultime, straordinarie parole che chiudono il Poema del “Rapsode” Buttitta (e dell’”Aedo” Busacca), sono le più cariche di Pathos dell’intera, lunga composizione, le più politiche, e le più prossime a quelle dell’opera del Levi, cui le accomuna la visione di una Donna che dalla capacità di fare proprie idee e lotte di Salvatore trae la forza di iniziare una nuova vita, pubblica e alla luce del sole, intimamente e paradossalmente rafforzata da un dolore insanabile:

“Figghiu, te l’arrubai la Bannera / matri ti sugno / e compagna sincera / Figghiu, te l’arrubai la Bannera /te sugnu matri / e compagna sincera”

Cronaca e Giustizia
Filippo Tardibuono (“Soprastante” dei Notarbartolo), Giorgio Panzeca (Amministratore del Feudo), Antonio Mangiafridda (magazziniere) e Giovanni di Bella (“campiere” dei Principi) sono i nomi dei quattro uomini processati e condannati all’Ergastolo per l’uccisione di Salvatore Carnevale, sentenza di Primo grado del 21 dicembre 1961; verdetto ribaltato in Appello (14 marzo 1963) con l’assoluzione di tre imputati su quattro –il Tardibuono era deceduto in carcere- per “Insufficienza di prove”. Assoluzioni confermate in Cassazione il 13 febbraio 1965, a dieci anni dall’omicidio di Turiddu, in una Sicilia ed una Italia in cui la memoria di un omicidio avvenuto un decennio prima, e la chiusura definitiva della vicenda giudiziaria, trovarono nelle cronache dell’epoca poco spazio e ancor meno visibilità.

Francesca Serio visse ancora a lungo, sopravvivendo alla uccisione di Salvatore, al Calvario delle vicende giudiziarie che ne seguirono, al loro esito; in un contesto di una società in rapida trasformazione, le visite alla sua casa si diradarono, poi cessarono, e così Le toccò di sopravvivere anche alle tenebre dell’Oblio che avvolsero la vicenda di Salvatore e della sua Gente. Si spense a Sciara il 16 luglio del 1992, all’età di 89 anni.

Salvatore Carnevale; sindacalista, lavoratore. Mamertino (ME), 25 settembre 1923- Sciara (PA) 16 maggio 1955.
Francesca Serio; militante, lavoratrice, madre. Mamertino, 13 agosto 1903-Sciara, 16 luglio 1992.
Ignazio Buttitta; poeta e scrittore. Bagheria (PA), 19 settembre 1899-5 aprile 1997.
Francesca “Cicciu” Busacca; cantastorie. Paternò (CT), 15 settembre 1925-Busto Arsizio (VA), 11 settembre 1989.
Carlo Levi; scrittore, pittore. Torino, 29 novembre 1902-Roma, 4 gennaio 1975.
Sandro Pertini; militante socialista, partigiano, laureato in Giurisprudenza: tale qualifica gli permise di sostenere Francesca Serio nella presentazione dell’Esposto presso il Comando dei Carabinieri di Termini Imerese, in seguito alla uccisione di Salvatore Carnevale, e di seguire le prime fasi della relativa Istruttoria. Settimo Presidente della Repubblica italiana (1978-1985). San Giovanni di Stella (SA), 25 settembre 1896-Roma, 24 febbraio 1990.
Giovanni Leone; esponente di spicco della DC campana, giurista e avvocato penalista; in tale veste difese in Appello e in Cassazione i quattro dipendenti della famiglia Notarbartolo, condannati in prima istanza per l’omicidio Carnevale, con pieno successo: Assoluzione degli imputati per “Insufficienza di prove” in entrambi i gradi di giudizio; Sesto Presidente della Repubblica italiana (1971-1978). Napoli, 3 novembre 1908-Roma, 9 novembre 2001.

Leonardo Donghi

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