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Si apre il rubinetto petrolifero nell’Artico

(23 Maggio 2015)

tricheco

di Gerardo Honty (*)

Il Dipartimento dell’Interno degli Stati Uniti ha approvato, lo scorso lunedì 11 maggio, il piano della Shell per lo sfruttamento del petrolio nel mare di Chukchi, di fronte alle coste dell’Alaska. E’ una decisione che sembra andar contro la politica climatica e ambientale che il governo degli Stati Uniti ha affermato di promuovere ed è un duro messaggio al mondo in generale nell’anno in cui si spera di raggiungere un accordo sul clima.
Lo sfruttamento delle riserve dell’Oceano Artico ha la potenzialità di liberare un “di più” di 15,8 mila milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera (equivalenti alle emissioni di tutte le automobili degli Stati Uniti per 13 anni) e di aumentare le concentrazioni globali di CO2 a 7,44 parti per milione (1).

La Segretaria Esecutiva della Convenzione sul Cambio Climatico, Christiana Figueres, ha detto che non avrebbe commentato i dettagli della decisione degli Stati Uniti ma, parlando in generale, ha detto che il consumo di enormi somme per estrarre combustibili fossili da luoghi remoti – quello che lei chiama “investimenti di carbonio ad alto costo” – è una proposta arrischiata. “C’è una quantità crescente di analisi che sottolinea il fatto che dobbiamo mantenere la gran maggioranza di combustibili fossili sotto terra” (2). E ha aggiunto: “Ci si deve interrogare su quanto sia prudente continuare con questi tipi di investimento” (3).

Ma per la Shell tenere il petrolio sotto terra è impossibile. Ben van Beurden, presidente esecutivo della Shell, ha detto al Washington Post che il petrolio e il gas continueranno ad essere necessari, anche se l’energia solare ed eolica si spendessero a livelli spettacolari. “Si potrebbe dire ‘non preoccuparti, tuto verrà fornito da fonti rinnovabili’, ma questa è una fantasia. Se analizziamo lo scenario più ottimista, il 75% della domanda di energia nella metà di questo secolo viene da fonti fossili”.

L’Artico
Si stima che la regione contenga circa un 20% di petrolio e gas naturale non scoperto nel mondo (23,6 mila milioni di barili di petrolio e 104,41 bilioni di piedi cubici di gas) e la compagnia spera di iniziare le perforazioni a metà dell’anno.

Ma il mare di Chukchi è un luogo difficile e pericoloso da perforare. La zona è molto remota, a centinaia di chilometri da qualsiasi città o porto di acque profonde, in mezzo ad un mare a temperature estreme e onde di 20 piedi, il che rende complessa un’azione rapida in caso di incidente. Il disastro della piattaforma Deepwater Horizon della BP, successo nell’aprile 2010 e che è già costato più di 14 mila milioni di dollari per operazioni di pulizia che ancora non sono finite, sembra non esser servito da ammonimento.
E la probabilità che succeda un incidente è abbastanza alta. Secondo lo stesso ufficio federale statunitense incaricato di valutare i rischi del progetto Shell, c’è un 75% di possibilità che succeda una perdita superiore ai 1.000 barili di petrolio (4).

I precedenti della Shell nella zona non sono buoni. Nel 2012 la società si vide obbligata ad evacuare la sua piattaforma Kulluk, dopo che questa si era incagliata vicino all’isola Sitkalidak in Alaska. Lo stesso anno il Noble Discover – una delle navi da perforazione che la Shell progetta di usare ora – dovette rispondere di vari reati e violazioni alla sicurezza e ambientali che portarono a pagare multe per 8 milioni di euro (5).

Perché adesso?
Il prezzo del petrolio sta cadendo da circa un anno (più del 50% dal giugno dell’anno scorso) e lo sfruttamento di aree di difficile accesso - come le sabbie bituminose di Alberta, luoghi di acque profonde del Brasile e il pozzo progettato nell’Artico - è troppo costoso. Tra il marzo 2013 e il marzo 2014, le 127 società petrolifere più importanti a livello mondiale avevano raggiunto vendite per 568 mila milioni di dollari (MM) USA ma avevano speso 677 mila milioni di dollari. La differenza di 110 MM è stata coperta aumentando l’indebitamento (UDS 106 MM) e la vendita di attivi (USD 73 MM), in modo da assicurare i dividendi agli azionisti (6).
Negli ultimi quattro anni le compagnie produttrici di petrolio non convenzionale negli Stati Uniti hanno presentato perdite per USD 21 MM anche nel periodo in cui la media dei prezzi era di 95 USD per barile (7).

E’ un panorama che sembrerebbe abbastanza sconfortante per l’industria, ma la Shell ha già speso 6 mila milioni di dollari nell’Artico, e scommette sull’aumento della domanda e sulla salita dei prezzi. Ann Pickard, vice presidente della società per l’Artico, lo spiega così: “Anche se il prezzo del petrolio è caduto dall’agosto scorso, la Shell non crede che i prezzi rimarranno bassi sul lungo periodo. La produzione dei campi esistenti sta cadendo ad un tasso medio del 5% all’anno, per cui la necessità di una nuova offerta potrebbe essere di fino a 5 milioni di barili al giorno per lo meno fino al 2030. Dobbiamo pianificare con molto anticipo e le risorse dell’Artico sono fondamentali per questa pianificazione” (8).
La Shell, come tutte le società petrolifere, si trova di fronte al problema del “picco” del petrolio convenzionale e alla necessità di aprire nuove frontiere non convenzionali, nonostante il rischio che questo implica. La produzione dei 5 maggiori produttori petroliferi mondiali (BP, Exxon, Chevron, Shell e Total) è caduta di quasi un 30% negli ultimi 10 anni (oggi producono meno di 8 Mb/d) (9).

Impatto sulla negoziazione climatica
L’autorizzazione da parte del governo degli Stati Uniti alla società Shell per sfruttare il petrolio dell’Artico sembra irrazionale. Va contro la politica climatica del governo stesso e sottopone ad alto rischio uno dei suoi ecosistemi più fragili con uno sfruttamento che, a priori, produrrà perdite. L’ipotesi che pare stare dietro questa decisione è che il mondo continuerà con il suo consumo di petrolio, ad un prezzo almeno doppio dell’attuale e al di là delle certezze sui danni climatici.

Questo è un segnale che non verrà sottovalutato dai delegati che si riuniranno tra due settimane a Bonn per dibattere di un accordo climatico globale. Il prossimo dicembre si spera di raggiungere un nuovo protocollo nella cornice della Convenzione sul Cambio Climatico delle Nazioni Unite, e questa riunione interlocutoria - che si terrà dall’1 all’11 giugno nella città tedesca - è fondamentale per identificare gli avanzamenti nei negoziati.

La decisione di Obama toglie credibilità (se ancora gliene rimaneva) alle intenzioni del governo degli Stati Uniti di raggiungere un accordo globale e vincolante che eviti un aumento della temperatura globale del pianeta superiore ai 2° C.
Se le aspettative erano basse, questo nuovo scenario sembra portarle a livello del sottosuolo.

(*) Analista del CLAES (Centro latino Americano di Ecologia Sociale); da:alainet.org; 19.5.2015



[1] http://www.alaskawild.org/wp-content/uploads/2014/10/Climate-Change-and-...
[2] Figures hace referencia a los informes de la Agencia Internacional de la Energía que aseguran que para mantener el aumento de la temperatura por debajo de los 2ºC dos tercios de las reservas de petróleo deben permanecer bajo tierra. (http://www.iea.org/publications/freepublications/publication/Spanish.pdf)
[3] http://www.washingtonpost.com/news/energy-environment/wp/2015/05/13/un-c...
[4]http://www.boem.gov/uploadedFiles/BOEM/About_BOEM/BOEM_Regions/Alaska_Re...
[5] http://democrats.naturalresources.house.gov/sites/democrats.naturalresou...
[6] www.eia.gov/todayinenergy/detail.cfm?id=17311
[7] www.artberman.com/saudi-arabias-oil-price-war-is-with-stupid-money/
[8] http://www.thisismoney.co.uk/money/markets/article-3078520/Shell-braves-...
[9] http://petrole.blog.lemonde.fr/2014/03/17/nouvelle-chute-en-2013-de-la-p...

Traduzione di Daniela Trollio - Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”, Sesto San Giovanni

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