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(5 Aprile 2010) Enzo Apicella
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DOPO 115 ANNI LA STORICA RIVOLTA DEI BOXER RESTA UN FATTO IMPORTANTE PER CAPIRE LA REALTA' CINESE

(26 Maggio 2015)

Dal n. 29 di "Alternativa di Classe"

rivoltadeiboxer

Giapponesi decapitano un presunto Boxer
(da wikipedia)

Introduzione
“L'impero del Centro”: così, da sempre, era conosciuto dai cinesi il loro Paese, e, già prima dell'avvento del colonialismo, era il più vasto e organizzato Stato del mondo, uno stato imperiale con circa 400 milioni di abitanti, guidato da lunghe dinastie di imperatori. L'ideologia che per secoli aveva sorretto la comunità nazionale cinese era stata quella di Confucio, una “filosofia di vita”, basata sul mantenimento dell'ordine, sia nella società umana e sia nel rapporto tra uomo e natura. Di tutto questo era garante una complessa rete di vincoli di soggezione (del popolo al sovrano, dagli allievi al maestro, dalla moglie al marito, ecc.), e tale mantenimento non era a senso unico; la classe dirigente, doveva assicurare al popolo la prosperità, impedire le invasioni da parte delle orde dei nomadi, provvedere e prevenire i danni meteorologici, e che il potere fosse esercitato senza arbitrio.
Di conseguenza, per il popolo la classe dirigente cinese, più che una classe di eroi e condottieri (di cui è piena la Storia dell'Occidente), doveva essere una classe dirigente di tecnocrati e di saggi statisti, capaci di organizzare grandi opere, per rendere la terra sempre più produttiva. Questa classe dirigente era senz'altro un gruppo privilegiato: essa aveva sfruttato il lavoro dei contadini, intaccando gradualmente il carattere collettivo del possesso della terra da parte del villaggio, garantendosi il controllo privato di estensioni ingenti di campi, e sottoponendo i contadini, diventati, in gran parte, fittavoli, mezzadri o braccianti, ad un duro sfruttamento.
In questo contesto si è inserito l'imperialismo occidentale, dalla metà del 1700 soprattutto quello inglese, allora espressione della maggior potenza mondiale, bisognoso di nuovi mercati per il suo commercio; entrò in collisione con le dure restrizioni imposte dalla Cina, che vedeva in una eventuale affermazione dei mercanti indigeni collegati al commercio imperialista, un gruppo sociale e dinamico che potesse provocare caos e disordine, mettendo in pericolo la stabilità dell'intero Impero.
La dinastia Ching (o Qing), al potere dal 1600, limitò, infatti, al minimo il commercio con gli occidentali, che poterono operare solo a Canton; essa rifiutò di riconoscere qualsiasi governo estero come di rango pari al proprio e di entrare nel sistema europeo di relazioni diplomatiche. Nonostante questo, la penetrazione imperialistica nei tre secoli, in cui la dinastia fu al potere, continuò ad aumentare, ed attuò l'accumulazione primitiva in forma più selvaggia che altrove, provocando così la inevitabile reazione di lotta dei proletari cinesi, nelle vesti di uno sterminato esercito di contadini pronti a ribellarsi.
Il 1800, infatti, è stato testimone di diversi avvenimenti drammatici, che hanno preceduto ed influenzato la “Rivolta dei Boxers”.
La guerra dell'oppio (1839-'42 e 1856-'60)
L'oppio in Cina era già conosciuto dal secondo millennio a. C. per le sue virtù terapeutiche, quindi, se l'uso era diffuso, non lo era l'abuso. La situazione cambiò quando portoghesi e olandesi importarono in Asia il tabacco insieme alle pipe e, se ai cinesi piaceva anche il tabacco, presto usarono le pipe anche per fumare l'oppio; il fenomeno, che prima riguardava le classi privilegiate, si era allargato anche alle classi meno abbienti, e così gran parte della popolazione era diventata tossicodipendente.
Ciò era dovuto al contrabbando dell'Inghilterra, la quale, tramite la Compagnia delle Indie, il primo grosso strumento, risalente già al 1600, della penetrazione imperialista britannica, aveva il monopolio dell'oppio del Bengala (il migliore), ed inoltre decise di incrementare la produzione in India, per rivenderlo in Cina, in modo da avere dei profitti altissimi, invertendo il flusso d'argento, che, invece, prima, dall'Inghilterra andava alla Cina.
Nel frattempo la Cina, che vedeva decadere sempre di più la sua popolazione, non aveva chiaro come muoversi e si cristallizzarono due posizioni: chi suggeriva di rendere lecito il commercio di oppio, per poterlo tassare, e chi voleva esacerbare i divieti. Alla fine prevalse la seconda linea e l'imperatore nel 1838 si affidò a Lin Zexu, confuciano e funzionario inflessibile, che confiscò tutte le casse di oppio in mano ai mercanti britannici, distruggendole.
La Compagnia delle Indie, che voleva essere risarcita delle perdite, chiese l'intervento del governo britannico, ed il Regno Unito, non potendo ammettere apertamente di essere coinvolto nel traffico dell'oppio, prese come pretesto l'arresto arbitrario di alcuni cittadini inglesi: nel 1840, così, un contingente inglese sbarcò in Cina e scoppiò la guerra, che fu di breve durata, perché troppo era il divario bellico.
Nel 1842 l'imperatore fu obbligato a firmare il Trattato di Nanchino, che risarciva la Gran Bretagna. Il Trattato prevedeva di favorire i prodotti britannici, diminuendo i dazi doganali e, soprattutto, aprendo nuovi porti al commercio occidentale e dovendo cedere la città di Hong Kong. Era il via libera, inseme ai successivi trattati di Tient-sin (1858) e di Pechino (1860), per il definitivo sfruttamento imperialista della Cina.
Mai come allora la popolazione cinese si compattò contro l'occidente e contro quei trattati, che li “consideravano ineguali “. Gli stranieri erano considerati barbari “dai tratti fisici strani e deboli intellettualmente e moralmente”; tale convinzione diverrà sempre più marcata, fino alla Rivolta dei Boxer.
La rivolta contadina dei Taiping (1851-1864)
Negli anni seguenti alla guerra dell'oppio si formarono diverse società segrete. Bastava un capo carismatico, o un fanatico, per accendere focolai di agitazioni; uno di questi fu Hung Hsiu ch'uan, un intellettuale che si autodefinì il nuovo Salvatore e fratello di Gesù: la sua dottrina religiosa era caratterizzata dal sincretismo tra cristianesimo e buddhismo. Voleva costruire uno Stato teocratico e militarizzato, una specie di “nuovo impero”, che, basandosi sull'uguaglianza, la fratellanza ed il lavoro comunitario, ridesse alla Cina prestigio e sovranità. Egli propugnava una riforma agraria con ripartizione della terre per nucleo familiare, sosteneva un sistema di vita comunistico, con i beni in comune, e voleva abolire il commercio privato.
Nel 1850 scoppiò la rivolta nel Kuangsi, per allargarsi successivamente con migliaia di insorti, e così si costituì uno Stato indipendente, il “Taiping tianguo”, cioè il “regno Celeste della Pace universale”. I Taiping riuscirono a coinvolgere milioni di contadini affamati e disperati, gente delle classi popolari, minatori, disoccupati, ecc., ma presto si arenarono, essendo il loro programma troppo “rivoluzionario”, rispetto al grado di sviluppo delle forze produttive: l'obiettivo dell'abolizione della proprietà privata spinse tra le fila dei nemici i piccoli e medi proprietari terrieri, ed il fanatico puritanesimo religioso offese i sentimenti di molti. Comunque, dalla fine del 1850 al 1856, ottennero vari successi, grazie alla debolezza del regime Manciù, anche conquistando Nanchino.
I dirigenti dei Taiping, però, non furono all'altezza della situazione ed, a volte, i Taiping si macchiarono di atrocità e violenze; lo stesso esproprio dei proprietari terrieri avvenne in maniera parziale e discriminante, al punto che si crearono, anche al loro interno, dissidi e scontri veri e propri, che, ovviamente, li indebolirono.
I Taiping,poi, avevano confidato nell'appoggio degli Europei, che, dopo un'iniziale favore in funzione anticinese, pensarono ai propri interessi e divennero ostili, dato anche che i ribelli erano contrari all'oppio ed alla concessione dei diritti di extraterritorialità. Così gli anglo-francesi, anche se in conflitto col governo imperiale (guerra dell'oppio 1856-1860), lo sostennero con armi e soldati mercenari, sconfiggendo i Taiping tra il 1856 ed il 1858, e dimostrando ancora una volta che, quando sono in gioco i rispettivi interessi ed i comuni privilegi, minacciati dalle classi subalterne, i padroni e gli imperialisti, anche se formalmente nemici, trovano sempre l'unità di classe!
La guerra cino-giapponese (1894-1895)
Il Giappone, a differenza della Cina, che cercò di rimanere immutata il più possibile, pur difendendo la propria indipendenza politica, cercò di prendere dagli altri popoli tutto ciò che gli sembrasse utile. Le strutture del Giappone alle fine del secolo XIX° erano simili agli Stati medievali, ma in breve tempo esso passò dal feudalesimo all'industrialismo, che in Europa era durato dei secoli. All'inizio degli anni novanta il Giappone era diventato uno stato moderno ed industrializzato, con un forte esercito, che gli consentì non solo di difendersi dall'imperialismo occidentale, ma di esercitare esso stesso una politica di aggressione. Il governo nipponico, essendo il Paese carente di materie prime, promosse una politica di conquiste territoriali in Asia.
In questo contesto era scoppiata la guerra, che si era presto risolta con una disfatta della Cina, costretta a riconoscere l'indipendenza della Corea, a cedere l'isola di Formosa, le isole Pescadores e la penisola di Liao-tung, e l'apertura di fabbriche nei porti aperti. Tale esito, nefasto per la Cina, dimostrò che essa non poteva opporsi ai propri nemici, finché non avesse modernizzato le proprie strutture sociali, politiche ed economiche.
La rivolta dei “Boxers” (1900-1901)
La “guerra dell'oppio”, la rivolta dei Taiping e l'aggressione giapponese avevano prostrato la Cina, e le potenze occidentali l'avevano costretta a terminare il XIX° secolo suddivisa in “zone d'influenza”; potette sopravvivere solo pagando indennità in denaro e rilasciando concessioni ferroviarie, commerciali e minerarie un po' a tutti gli Stati europei. Tutto ciò, indirettamente, porta a comprendere la “Rivolta dei Boxers” contro le pretese imperialistiche. Essa, infatti, è la fotografia della vera faccia dell'imperialismo, una storia di razzismo, di repressione e di massacri.
All'interno della dinastia cinese si combattevano riformatori e conservatori; così si arrivò al colpo di stato, il 21 settembre 1898, da parte delle forze conservatrici, guidate dall'imperatrice vedova “Cixi”, che fecero confinare l'imperatore Kuang Hsu in un padiglione del palazzo, trattandolo da pazzo.
A peggiorare la situazione concorsero delle enormi catastrofi naturali (siccità e alluvioni con milioni di morti), e l'industrializzazione nel nord della Cina era un pericolo per l'economia artigianale contadina, in particolare la tessitura a domicilio non reggeva alla concorrenza dei telai meccanici ed all'importazione dei tessuti dall'America.
Queste drammatiche condizioni alimentarono sempre di più l'odio dei cinesi, che si indirizzò verso i simboli della ricchezza straniera; essi vedevano nelle ferrovie, nelle linee telegrafiche, nelle navi a vapore, nei tessuti e fabbricati a macchina, il nemico che toglieva i posti di lavoro. Un'altra categoria odiata erano i missionari, protestanti e cattolici, i quali, mentre costruivano chiese si impadronivano delle terre, s'ingerivano nelle amministrazioni locali, raccoglievano vagabondi, convertendoli, e poi se ne servivano per opprimere le masse.
In questo clima nel 1898 si costituì un'associazione segreta, “Yi Ho Tuan”(Pugili della giustizia e della concordia), i cui affiliati in occidente furono detti “Boxers” ( Pugili”). Essi vestivano abiti azzurri con fascia rossa, rifiutavano le armi da fuoco, organizzavano nei villaggi incontri di arti marziali per propagare le loro idee, erano convinti che i loro amuleti e le loro pratiche magiche li rendessero invulnerabili alle armi straniere; erano persone umili, senza istruzione: braccianti, carrettieri, contadini, piccoli impiegati ed ex militari. Alla setta erano ammesse anche le donne, divise in “Lanterne rosse”(12-18anni) ed in “Lanterne Blu e Verdi” (donne mature), guidate da una specie di santona, ”Madre Sacra del Loto Giallo”.
I Boxer, come il resto dei cinesi, odiavano tutto ciò che era straniero, ed inoltre difendevano la tradizione confuciana e consideravano i “cristiano cinesi” dei traditori che si erano alleati con gli odiati nemici. Il movimento si diffuse nel nord della Cina, dove maggiore era la presenza di stranieri e dell'industrializzazione. Per un certo periodo, sia l'impero, sia gli europei, non si allarmarono, ma, verso la fine del 1899, cominciarono nella regione del Zhili, poi a Pechino e a Tien-tsin aggressioni a missionari, ingegneri europei, e soprattutto ai convertiti al cristianesimo.
Il 31 Maggio 1900, proprio 115 anni fa, vennero aggrediti ingegneri francesi e belgi, dando inizio alla Rivolta. Il 1° Giugno vi fu, in risposta, un intervento della “coalizione internazionale” presso Ta Ku, ma erano ormai iniziati sabotaggi a ferrovie e linee telegrafiche, che conquistavano la simpatia e l'appoggio di vasti ceti popolari.
La corte imperiale, rispetto alla rivolta, anche se con difficoltà, temendo che potesse mettere in discussione il governo imperiale, decise di dare il proprio favore alla setta, che poteva diventare lo strumento per spaventare gli Europei e spingerli su posizioni meno aggressive: il governo cinese condannò, sì, le violenze, ma non mosse un dito per fermarle, anzi il 20 giugno 1900, all'inizio dell'assedio alle Legazioni Internazionali, dichiarò guerra alle otto potenze (Regno Unito, USA, Germania, Austria-Ungheria, Italia, Francia e Giappone): l'Imperatrice “Cixi “spinse i ribelli ad assediare a Pechino il quartiere dove c'erano le delegazioni straniere. L'uccisione del plenipotenziario tedesco, von Ketteler, fece sì che i diplomatici non lasciassero il loro quartiere per la paura di essere uccisi, non rispettando l'ordine dell'Imperatrice di lasciare, entro 24 ore, le delegazioni sotto scorta dell'esercito cinese.
Alla dichiarazione di guerra, le otto potenze coalizzate inviarono 20mila uomini, occupando Tientsin e raggiungendo Pechino, per liberare i diplomatici. Esse entrarono in città il 14 Agosto: l'Imperatrice, con i suoi ufficiali, fuggì travestita da contadina e cominciò le trattative per la pace. Gli Occidentali così iniziarono a saccheggiare Pechino e massacrare indistintamente i cinesi. Le violenze del “corpo multinazionale” rinviavano direttamente al clima di odio anticinese montato in Europa dai governi e dalla stampa prima dell'invio delle truppe, quando erano stati calcati i toni delle vere, ma ingigantite, violenze cinesi ai missionari e ai cristiani cinesi. I Boxer erano stati presentati così barbari da non intendere altro che barbarie.
Le violenze furono lo strumento di guerra e un'anticipazione degli scopi che gli imperialisti si imponevano di fronte alla Cina: stroncare qualsiasi possibilità di reazione cinese alle loro ingiunzioni, prefigurando un dominio totale da una parte ed un'abdicazione totale dall'altra. Infatti, il “Protocollo dei Boxers”, firmato dall'imperatrice Cixi nel Settembre 1901, fu estremamente umiliante per la Cina, pagando 450 milioni di tael, pari a 67,5 milioni di sterline più le riparazioni di guerra e garanzia per il ripristino delle dogane; le potenze coloniali non intendevano procedere ad una vera e propria spartizione perché timorose (ammesso di raggiungere un accordo fra gli interessi interimperialistici) di fare piombare nel caos e nell'anarchia quell'immenso impero.
Bisogna dire che, nonostante il fatto che le relazioni politiche con la Cina fossero iniziate a metà del 1800, nel 1899 c'erano in Cina solo 124 italiani, per cui la partecipazione italiana non era giustificata da motivi legati da interessi concreti ed immediati, ma da una logica di politica di potenza (imperialista): era un'occasione per trovare sulle coste del Mar della Cina il prestigio che l'Italia aveva da poco perso sul Mar Rosso. La missione cinese, agli occhi dei responsabili, doveva riconsacrare l'onore italiano perduto ad Adua, con la sconfitta in Etiopia nel 1896, e costruire un altro tassello della politica espansionistica.
Il contingente italiano era composto di circa duemila (2000) uomini ed era arrivato in Cina quando il controllo della situazione stava già tornando in mano alle truppe multinazionali ivi dislocate, o già arrivate, e fu lasciato ai margini: i comandanti della “Coalizione” non si fidavano dopo la figuraccia di San-Mun, dove truppe italiane erano state salvate dalle forze multinazionali; ne limitarono i compiti combattenti, con grande scorno e disappunto dei comandanti italiani.
Nonostante ciò, l'Italia prese parte alla divisione del bottino dei vincitori imperialisti, seppure in quota minoritaria, ottenendo il riconoscimento dell'ambasciata a Pechino, un indennizzo di guerra, e soprattutto, a decorrere dal 7 Giugno 1902, una “concessione territoriale” in Tien-Tsin, un territorio con circa 17mila persone, un villaggio, saline ed una palude. Si trattava di un possesso di poco valore, che poteva essere utile come base per una futura penetrazione commerciale, mai verificatasi, e tale concessione ammainò la bandiera due giorni dopo l'8 Settembre, quando gli italiani furono fatti prigionieri dai Giapponesi.
Le embrionali e primitive istanze di classe dei Boxers si mescolavano al loro nazionalismo, prevalente, com'è sempre avvenuto in Cina, un impero plurisecolare, ed anche, più di recente, con Mao ed il Maoismo, in una fase certamente più sviluppata, è sempre stato il nazionalismo a prevalere; oggi, che in Cina il capitalismo è senza dubbio il “verbo conclamato”, non ci sono più equivoci sulla natura del nazionalismo cinese: esso non si limita più ad aspirazioni continentali, essendo divenuto, proprio quest'anno, la prima potenza economica del mondo!

Alternativa di Classe

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