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Vent’anni da Avanzo de cantiere

(1 Giugno 2015)

avanzodecantiere

Giorno più, giorno meno, vent’anni fa, nel giugno 1995, usciva l’album Avanzo de cantiere della Banda bassotti a chiudere il primo capitolo di una storia iniziata il decennio prima nei collettivi dei muratori romani. Una vicenda umana, politica ed artistica che vede come retroscena la lunga e battagliera storia di quella che, in assenza di grandi complessi industriali, era stata l’avanguardia operaia della Capitale: gli edili. Una categoria andata vertiginosamente aumentando con le ristrutturazioni urbanistiche seguite all’Unità d’Italia, con un’accentuata coscienza di classe maturata ben presto ed espressasi sin dagli albori del movimento operaio, in seguito saldatasi con altre figure del mondo lavorativo, come i tipografi, i ferrovieri, l’artigianato e poi con il sottoproletariato delle borgate, quei quartieri caratteristici - si è detto - perché “operai senza classe operaia”. Numerosi gli addetti all’ars muraria ad animare l’Antifascismo e la Resistenza, diversi i Caduti partigiani. Dal Secondo dopoguerra agli anni Settanta gli edili romani hanno conservato il ruolo di punta avanzata nelle rivendicazioni sindacali, sociali e politiche che si esprimeranno, dopo il Sessantotto, anche con l’organizzazione collettivistica, infine politicamente in linea con quel miscuglio di sovversivismo e marxismo-leninismo che ha segnato l‘Autonomia operaia a Roma.
Quando dei giovani e giovanissimi muratori si conoscono e si avvicinano, grazie alle toppe dei Clash sulle giacche, siamo nel decennio del riflusso, anche se non tutto è perduto: ci sono ancora sacche di resistenza nelle metropoli, che vanno esprimendosi con l’occupazione di spazi in disuso per fare i centri sociali occupati e autogestiti, e all’estero ci sono il Nicaragua e San Salvador, con scuole ed altri edifici pubblici da costruire. Così nasce la Banda bassotti.
Finiti gli anni Ottanta, ecco gli anni Novanta e accadono alcune cose nell’ambito delle culture giovanili, con la Pantera nelle università e in seguito la diffusione dei centri sociali, in piena tangentopoli e con una, seppur flebile ed effimera, voglia di superamento dell’edonismo e di ritorno ai valori. La colonna sonora viene stabilita proprio a Roma, con l’album Batti il tuo tempo dell’Onda rossa posse (1990) che, in tempi brevissimi, porterà alla nascita in tutto il Paese di, appunto, posse, spesso duetti base e voce, in genere legati al centro sociale del quartiere. È stato l’ultimo fenomeno musicale - culturale che abbiamo avuto: dopo sarà tutto un revival.
Al fianco delle posse si affermano gruppi dall’organigramma classico e tra questi la Banda bassotti, il cui brano Sveglia apre la compilation Balla e difendi, sunto del suono e delle pulsioni di quel periodo, prodotta dall’etichetta autogestita Gridalo forte associata al gruppo, e con brani che hanno segnato un‘epoca. La Banda si fa notare per un sound energico, diretto e coinvolgente, orecchiabile quanto privo di fronzoli, frutto di una sapiente commistione di rock ‘n roll, combat rock, oi! - punk e ska. Il gruppo rivendica, inoltre, senza etichette o catalogazioni forzose, la propria originale attitudine skinhead, in un momento in cui questa è indissolubilmente associata dall’opinione pubblica al neonazismo imperversante in Europa.
Segue a breve la pietra miliare Figli della stessa rabbia (1992), il primo album con cui la band, senza passaggi televisivi o nelle radio commerciali, diviene tra i principali riferimenti presso la gioventù politicizzata che, a migliaia di presenze, gremisce i pochi concerti del gruppo che non vuole affrancarsi dall’edilizia.
Due anni dopo, quando Berlusconi vince le politiche, un minialbum di quattro brani in collaborazione con la storica formazione combat rock dei Gang: Bella ciao, dal titolo della cover incisa. Oggi del pezzo se ne ha quasi la nausea ma è lì che viene riproposto, ancor prima dei Modena city ramblers, e che torna ad essere patrimonio comune. L’anno dopo sarà mandato al concertone del I Maggio, ove la Banda bassotti non si esibirà mai.
Siamo quindi al giungo 1995 e ad Avanzo de cantiere, dedicato ai “47 minatori morti nelle miniere sudafricane e [ai] 1135 operai caduti sul lavoro nel 1994 in Italia”, com’è scritto nel booklet, ricco di originali elaborazioni grafiche ma non proprio preveggente, laddove, riflettendo politicamente sugli avvenimenti politici dall’uscita dell’album precedente, si asserisce: “Berlusconi forse se ne va affanculo lasciandoci Fini che non è più nemico ma avversario, come cercano di farci credere”. Dovrà passare un altro po’ di tempo. Anzi, al contrario di Fini, Berlusconi è ancora sulla breccia!
A fare da copertina un montaggio con la Banda in mise lavorativa e sullo sfondo falce e martello e stella di calce dipinte sul muro: un celebre scatto delle occupazioni delle terre in Sicilia nel Secondo dopoguerra.
Il lavoro viene presentato in un concerto al Villaggio globale di Roma, con la storica oi!-punk band bolognese dei Ghetto 84, che stavano per incidere A denti stretti, come spalla. Undici potenti tracce ove compaiono un po’ tutti i generi masticati dal combo. Nei contenuti, grande attenzione è data a quanto stava accadendo in Chiapas con l’insurrezione zapatista che andava suscitando speranze dappertutto, cui sono dedicati due brani: Viva Zapata! e la cover Carabina 30 - 30, sulla Rivoluzione messicana. Rievocativo è anche un brano folk di inizi anni Settanta sulla Strage di piazza Fontana, riproposto e riadattato cambiando alcuni passaggi ritenuti non più comprensibili o anacronistici, con Valpreda che diviene “tutti i compagni”, mentre Gramsci e Matteotti prendono il posto di Saverio Saltarelli: Luna rossa. Per gli aspetti di cronaca e di attualità del periodo magari dimenticati, c’è, su tutti, un passaggio nella canzone - titolo che fa: “94 a Catania il sangue e la rabbia ti uscirà, e chi ci dirà ancora di stare buoni da quale parte sta?”. Si riferiva a delle agitazioni operaie che si ebbero nella città etnea nell’aprile 1994, all’epoca viste un po’ come segnali embrionali di una sollevazione diffusa contro il montante berlusconismo. Mosca ‘993, ai concerti ancora cantata dal pubblico a squarciagola, parla del cannoneggiamento con cui Eltsin, il corvo bianco, fece porre fine all’occupazione del parlamento russo ad opera di comunisti e nazionalisti, nell’ottobre 1993. Una strage per spianare la strada alla “famiglia” e alle devastazioni economiche della shockterapia liberista che metteranno in ginocchio e umilieranno il popolo russo per almeno un quindicennio. Ne La Conta erano invece elencati tutti i lottarmatisti non dissociati o pentiti allora ancora in carcere. A settembre di quell’anno, quando la Banda tornerà al Villaggio globale per un concerto con i baschi Negu gorriak, all’inizio di questo parlato si alzeranno le migliaia di pugni chiusi dei presenti. All’indipendentismo basco, a proposito, è invece dedicato Un altro giorno d’amore.
Curiosa può risultare, infine, l’analogia col presente del contrasto Comunicato n.° 38, in cui la povertà viene contrapposta alla deprecabile opulenza. In un verso si parla di “chi va al cesso con il cellulare”. Non si poteva immaginare che ciò sarebbe divenuto obbligatorio, perché allora il cellulare era ancora un odiato status symbol, bersaglio di innumerevoli canzoni. Forse la traccia che mantiene, invece, di più la sua forza è attualità è la stupenda Beat-ska-oi!, dal nome dei generi che la compongono. Una descrizione eloquente ed efficace della vita di tanti giovani o meno, tra lo studio, il lavoro e la disoccupazione, che popolano le periferie e, per certi versi, la provincia ma, ad ogni modo, di sabato sera: “Scende fresca la benzina dentro il mio carburatore. Il levare mi porta via la testa: ritmo ska sulla mia pelle, non ho niente sulle spalle”. A chiudere il brano è l’esortazione a non abbandonare il proprio fortino e a combattere dove si vive per mutare l’esistente: “Niente più fughe, resterò!”.
Avanzo de cantiere rappresenta probabilmente l’apice sopra cui non si può andare. Sta di fatto che alla fine del 1995 la Banda bassotti si scioglie senza ufficializzare motivazioni. Un fatto forse non casuale, visto che in quei frangenti stavano rifluendo, tra moderazioni, accomodamenti e sputtanamenti, le strutture dei centri sociali e dell’autorganizzazione nel cui tracciato il gruppo si era mosso, mentre la sinistra politica si apprestava ad andare al governo con l’Ulivo. Dalle ceneri dei Bassotti nascevano gli Orizzonte rosso e i Vento dall’est, di breve durata. L’etichetta della Gridalo forte frattanto si professionalizzava producendo vecchie glorie e nuove realtà. Si cercava la nuova Banda bassotti con esiti, onestamente, infruttuosi.
Nel marzo 2001 con un concerto, sempre al Villaggio globale, la Banda, cedendo alle pressioni delle migliaia di fans, si riunisce. Nel frattempo sono cambiate molte cose. Siamo nell’epoca dei controvertici e del Movimento no global (nei fatti, un prolungamento dei centri sociali), a qualche mese dal G8 di Genova e dall’11 Settembre. La Banda torna presto ad incidere. Vengono inseriti i fiati per un sound più pop. Come se nulla fosse, emergono nuove leve di pubblico giovane, a dimostrazione che non c’è stata quella cesura che, per esempio negli anni Ottanta, aveva spazzato via le culture del decennio prima, anche perché nel panorama musicale non è poi cambiato granché nell‘ultimo ventennio, anzi.
La produzione seguita alla reunion non trasmette magari l’energia della precedente, rimasta indelebile nella memoria collettiva, e forse non potrebbe essere altrimenti. Tuttavia, e veniamo alla stretta attualità, oggi abbiamo una realtà come la Carovana antifascista, sorta proprio su iniziativa della Banda bassotti per contrastare il golpe nazionalista in Ucraina, che sta riscuotendo molta solidarietà e successi, soprattutto tra i giovani. Un esito che, considerando lo stato in cui versa ciò che resta della sinistra in Italia, senza la Banda avrebbe indubbiamente avuto fortune assai più modeste, a dimostrazione che dare continuità a quella storia ha avuto un significato.

Silvio Antonini

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