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(8 Febbraio 2011) Enzo Apicella
4 bambini Rom muoiono nell'incendio della loro roulotte causato forse da una stufetta

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Il nuovo millennio dei muri

(21 Giugno 2015)

XXI° secolo. Nel 1989 nel mondo erano circa 15, ora il numero è più che triplicato

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I muri che Bul­ga­ria e Tur­chia e ora l’Ungheria, stanno costruendo per osta­co­lare l’immigrazione sono solo gli ultimi esempi di un mondo sem­pre più fra­zio­nato e diviso.

La caduta del Muro di Ber­lino fu festeg­giata dal mondo Occi­den­tale e dall’Est Euro­peo come uno dei passi più impor­tanti per la con­qui­sta della pace nel mondo. Nazioni e popoli retti da sistemi poli­tici ed eco­no­mici anta­go­ni­sti si ritro­va­rono improv­vi­sa­mente acco­mu­nati in un’unica terra, da Lisbona a Mosca. Ci volle però poco per accor­gersi che la divi­sione tra capi­ta­li­smo e socia­li­smo era solo una delle tante sezioni in cui era spez­zet­tato il mondo. Nel corso dei cin­que decenni che tra­scor­sero tra la caduta del Terzo Reich e l’abbattimento del Ber­li­ner Mauer, altre bar­riere furono costruite ed altre ancora ne sono state erette.

Così se nel 1989 esi­ste­vano al mondo una quin­di­cina di sbar­ra­menti fisici, oggi ve ne sono più del tri­plo.
All’ultimo retag­gio della Guerra Fredda, il muro che divide le due Coree, se ne sono aggiunti di più para­dos­sali. Come defi­nire altri­menti i muri esi­stenti all’interno della Comu­nità Euro­pea che impe­di­scono ai suoi cit­ta­dini la libera cir­co­la­zione nei loro stessi stati o addi­rit­tura nelle loro stesse città? Si pensi solo al muro anti-Rom eretto nel 2014 a Kosice in Slo­vac­chia. La Linea Verde di Cipro e il Muro della Pace di Bel­fast sono i più cele­brati dai media, ma ne esi­ste uno anche tra Spa­gna e Gibil­terra. E poi c’è il lascito della guerra Nato del 1999 nei Bal­cani, un muro di cavalli di Fri­sia su un ponte sul fiume Ibar che divide il Kosovo pro­cla­tosi indi­pen­dente dall’enclave serba di Mitro­vica (e dalla Ser­bia). E non è la sola rie­di­zione di «guerra fredda»: l’esplosione della crisi ucraina vede ora il governo di Kiev eri­gere un vallo con annessa bar­riera sulla fron­tiera con la Russia

È inte­res­sante notare che l’erezione di que­ste nuove divi­sioni sta seguendo la tra­sla­zione del ful­cro eco­no­mico mon­diale dall’Europa all’Asia, dove si con­cen­tra la mag­gio­ranza delle bar­riere. Ai muri tra India e Paki­stan, Uzbe­ki­stan, Kir­ghi­zi­stan e Kaza­kh­stan, Ara­bia Sau­dita e Iraq, a breve si aggiun­ge­ranno quelli che divi­de­ranno il Paki­stan dall’Iran e dall’Afghanistan, men­tre la Rus­sia ha in pro­getto la costru­zione di un muro con la Cece­nia per fron­teg­giare l’impeto indi­pen­den­ti­sta e jihadista.

La guerra civile siriana ha visto nascere nume­rose paliz­zate che divi­dono città in pic­cole zone reli­giose. È il caso del muro che separa i quar­tieri di Bab Amr e al-Insha’at ad Homs.

E se alcuni di que­sti muri sono stati oggetto di repor­tage e di cro­na­che da parte dei media o di pro­te­ste dei movi­menti d’opinione che spesso non hanno modi­fi­cato di una vir­gola la realtà della pre­po­tenza sul campo — il Muro di Sha­ron, eretto a «scopo di sicu­rezza» da Israele e in realtà utile a divi­dere in due le terre della Pale­stina occu­pata e a negare la pos­si­bi­lità di uno Stato pale­sti­nese -, altri invece sono pas­sati inos­ser­vati. Come il cosid­detto Muro dei Rohin­gya che il Myan­mar sta costruendo al con­fine con il Ban­gla­desh per impe­dire ai musul­mani Rohin­gya di «inva­dere» il paese e pre­ser­vare lo spi­rito bud­di­sta o, per lo stesso motivo reli­gioso, il pro­getto della costru­zione di un muro che divi­derà la Male­sia musul­mana dalla Tai­lan­dia buddista.

Più tri­ste­mente famosa è la bar­riera di sassi, sab­bia, reti metal­li­che costruita dal Marocco lungo i 2.700 km di fron­tiera tra il Sahara Occi­den­tale e gli stati di Mau­ri­ta­nia e Alge­ria per fron­teg­giare even­tuali attac­chi Saha­wari, la cui nazione (266.000 kmq) dal 1975 è occu­pata dall’esercito di Rabat nono­stante l’Onu insi­sta per­ché ai 500.000 abi­tanti venga con­cesso il diritto di sce­gliersi il loro destino.

Col tempo le recin­zioni hanno cam­biato anche la loro fun­zione. Se, fino alla fine del XX Secolo ave­vano in mag­gio­ranza un carat­tere pret­ta­mente poli­tico e anti­ter­ro­ri­stico, al pas­sag­gio del mil­len­nio si sono mol­ti­pli­cati i muri anti-immigrazione. I primi sbar­ra­menti costruiti a tale scopo sono stati pian­tati nel 1975 dal Sud Africa dell’apartheid al con­fine con il Mozam­bico. Nel 1998 è stata la Spa­gna a eri­gere le note paliz­zate che sepa­rano le enclavi di Ceuta e Melilla dal Marocco, men­tre dal 2002 gli Stati Uniti con­ti­nuano ad allun­gare la serie di sbar­ra­menti al con­fine con il Mes­sico, che oggi hanno rag­giunto l’incredibile lun­ghezza com­ples­siva di 560 chilometri.

Anche la Cina, pre­oc­cu­pata per una sem­pre più mas­sic­cia immi­gra­zione clan­de­stina di nor­d­co­reani, dal 2006 ha in fase di costru­zione una serie di sbar­ra­menti con la Corea del Nord. La mag­giore faci­lità di movi­mento oggi esi­stente all’interno della Repub­blica Demo­cra­tica di Corea ha inten­si­fi­cato l’afflusso di coreani verso le regioni di con­fine creando non pochi pro­blemi alle auto­rità di Pechino.

Il boom eco­no­mico dei pic­coli paesi del Golfo Per­sico ha indotto Emi­rati Arabi ed Oman a sepa­rare i loro con­fini per evi­tare la poro­sità degli stessi e impe­dire l’osmosi di immi­grati asia­tici tra le due nazioni. Così è stato tra Ara­bia Sau­dita e Yemen; Turk­me­ni­stan ed Uzbe­ki­stan; Bru­nei e Male­sia; Botswana e Zim­ba­bwe; Israele ed Egitto, Gre­cia e Turchia.

Ma il record asso­luto spetta all’India, paese che, pur con­ti­nuando a reci­tare il ruolo di patria del paci­fi­smo gan­d­hiano, sta cir­con­dando l’intero Ban­gla­desh di una serie di reti­co­lati di filo spi­nato e cemento che, una volta ulti­mati, rag­giun­ge­ranno la lun­ghezza di 3.200 chi­lo­me­tri ed iso­le­ranno i 155 milioni ban­gla­de­shiani dal resto del continente.

Una terza tipo­lo­gia di pareti divi­so­rie tra stati sono quelle che ven­gono costruite uffi­cial­mente per fron­teg­giare cata­strofi natu­rali. Ne sono un esem­pio i muri costruiti dall’Arabia Sau­dita al con­fine con l’Oman, gli Emi­rati Arabi, il Qatar e la Gior­da­nia, o quello tra Zim­ba­bwe e Zam­bia e Sud Africa e Zim­ba­bwe. Israele sta pro­get­tando di innal­zare una paliz­zata lungo il con­fine meri­dio­nale con la Gior­da­nia che, se rea­liz­zata, iso­le­rebbe com­ple­ta­mente lo stato di Tel Aviv dalle nazioni confinanti.

Carat­te­ri­stica comune di que­sti nuovi stec­cati costruiti «per difese natu­rali» è che sono pro­lun­ga­menti di bar­riere già esi­stenti ren­dendo, di con­se­guenza, dif­fi­cile sepa­rare l’effettiva uti­lità pre­ven­tiva nei con­fronti di cata­cli­smi, da quelle pret­ta­mente poli­ti­che o sociali.

Nell’ottica di chi li costrui­sce i muri dovreb­bero garan­tire un senso di sicu­rezza alla comu­nità tenendo lon­tani i peri­coli (umani o natu­rali che siano) con­tro cui sono stati eretti, ma a lungo andare l’autoisolamento rende la comu­nità più debole e insi­cura per­ché un muro, per qua­lun­que motivo venga costruito, impe­di­sce di vedere al di là del pro­prio orticello.

Piergiorgio Pescali - il manifesto

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