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Che Guevara

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14 luglio 1948: il sacrificio di Giovanni Quinto ed Angelo Fischetti

(14 Luglio 2015)

14luglio1948

Il 14 luglio del ‘48, non appena si diffuse la notizia dell’attentato a Togliatti, le piazze di tutta Italia si riempirono di una enorme folla di manifestanti: operai, impiegati, studenti, gente del popolo, intellettuali. Nelle grandi città vi fu una mobilitazione straordinaria.

"La protesta fu caratterizzata da un moto dal basso non privo di alcune punte insurrezionali o preinsurrezionali nel Nord partigiano ed operaio, Genova in particolare." (Enzo Santarelli “Storia critica della Repubblica”)

A Napoli gli operai, abbandonate le fabbriche della zona industriale, si diressero presso la sede della Camera del lavoro, allora in via Costantinopoli, dove il segretario della CGIL, il deputato comunista Clemente Maglietta (ex combattente della guerra civile spagnola) e Matteo Gramanzini, socialista e membro della segreteria, tennero un affollato comizio. Intanto, altri gruppi di militanti avevano raggiunto la federazione provinciale del PCI, in via Medina, per presidiarla ed apprendere notizie sulle condizioni di salute di Togliatti.

L’attentato suscitò enorme emozione e grande dolore non soltanto tra i comunisti e gli elettori della sinistra, ma anche in tanta parte del popolo italiano. In pochi anni, dalla svolta di Salerno in poi, la figura austera del segretario del PCI era divenuta sempre più conosciuta ed apprezzata tra le masse, ed era oggetto di rispetto e autentica venerazione da parte dei lavoratori e dei ceti più poveri. Il dirigente comunista, tornato in Italia dopo il lungo periodo di lontananza al quale lo aveva costretto il fascismo, aveva dato prova, sin dai primi giorni del suo rientro, di possedere non comuni doti politiche ed una notevole statura intellettuale. Gli avversari lo temevano, ma erano nel contempo anche affascinati dalla sua personalità. Tanti importanti esponenti del mondo prefascista (Croce, De Nicola, Bonomi, Nitti, Orlando, Einaudi) lo osservavano con curiosità ed interesse, consapevoli di trovarsi di fronte ad un uomo politico che avrebbe avuto un ruolo di primissimo piano nella storia della Repubblica ed in quella del comunismo internazionale.

Antonio Pallante, l’autore dell’attentato, era uno studente universitario quasi venticinquenne, originario di Bagnoli Irpino, un piccolo comune della provincia di Avellino, ed era figlio di un appuntato delle guardie forestali, Carmine. Nel’26, i Pallante si erano trasferiti, per le esigenze lavorative del capofamiglia, dal piccolo centro dell’avellinese a Corigliano Calabro, e, dopo qualche anno, avevano nuovamente cambiato residenza ed erano andati a vivere a Randazzo, un paese dell’entroterra catanese.

Il giovane, iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, aveva avuto in età adolescenziale una vocazione mistica ed era entrato in seminario a Cassano Ionico, dove era rimasto per circa quattro anni. Imbevuto di retorica nazionalista e patriottarda, si era schierato, nella tumultuosa Sicilia degli anni Quaranta, dalla parte della più ottusa conservazione sociale. Dopo un periodo di militanza nel PLI, al quale si era iscritto nel’44, aveva poi abbandonato i vecchi notabili liberali, che reputava inadeguati ai tempi, e si era avvicinato all’Uomo Qualunque. Nella formazione politica di Guglielmo Giannini si era fatto notare per il suo frenetico attivismo anticomunista e per il suo odio viscerale per Togliatti, da lui ritenuto “mandante di stragi di fascisti”. Tutto questo furore “ideologico” gli aveva consentito di ricoprire piccoli incarichi di responsabilità nell’effimero partito creato dal commediografo puteolano. Nel 2003 dichiarò a Michela Giuffrida: "Tenevo comizi in giro per la Sicilia, i miei erano ideali di patriottismo e di italianità che si scontravano con la politica di Togliatti, propugnatore della causa anti-italiana al servizio di Stalin. " (intervista apparsa su Repubblica il 12 febbraio 2003).

La Sicilia, nell’immediato dopoguerra, era attraversata da importanti fermenti democratici e di profondo rinnovamento economico e civile (lotte per l’emancipazione delle masse contadine; costruzione di un vasto fronte popolare di progresso) violentemente contrastati dalla reazione della proprietà agraria e del suo blocco sociale. I latifondisti non intendevano rinunciare al loro potere ed ai loro privilegi, garantiti da arcaici rapporti semifeudali nelle campagne e dallo stato di secolare sudditanza in cui erano state tenute le classi popolari. In tale contesto, segnato da forti conflitti tra i signori del latifondo ed il movimento contadino- guidato da comunisti e socialisti- fu concepita e realizzata la strage di Portella della Ginestra (1 maggio ’47).

Quando Antonio Pallante iniziò la sua militanza politica nella destra, verso la seconda metà degli anni Quaranta, si erano notevolmente intensificati i legami tra la mafia ed i ceti possidenti, mentre il movimento separatista, sia per i contrasti insorti al proprio interno tra le sue diverse e confuse anime, sia per l’azione repressiva dello stato, aveva imboccato una fase di progressivo declino. In quel contesto, la violenza terroristica delle bande criminali di Giuliano, Ferreri e Rizzo colpiva le sezioni dei partiti della sinistra, mietendo vittime tra i militanti comunisti e socialisti.

Cinquantacinque anni dopo l’attentato, ormai vecchio e pensionato (aveva ottenuto, al termine di un non lungo periodo di carcerazione, un lavoro nella guardia forestale) Pallante ricostruì, nella citata intervista a Michela Giuffrida, la sua versione dei fatti: "Partii da Catania come un automa, dovevo compiere una missione, non avevo nulla contro l’uomo, ciò che volevo colpire e cancellare era ciò che lui rappresentava. Arrivai a Roma il 12 luglio, deciso ad incontrare Togliatti. Mi finsi un comunista di Randazzo e chiesi di poter vedere il segretario. Ma mi fu risposto che avrei dovuto compilare una richiesta per iscritto, specificando i motivi della mia visita. E io non potevo certo farlo... Allora andai a Montecitorio e riuscii ad assistere ad una seduta dei lavori per l’adesione italiana al Patto Atlantico. Ascoltai il discorso di Togliatti e le sue parole furono un ulteriore sprone. Così, saputo che poco dopo sarebbe uscito da una porta secondaria, attesi il suo arrivo seduto sui gradini dell’atrio di via Della Missione. E quando lui uscì, accompagnato da Nilde Jotti, sparai quei quattro colpi. Tre andarono a segno, uno si conficcò su un cartellone."

Quei quattro colpi, nelle intenzioni del giovane siciliano, dovevano, dunque, costituire la scintilla che avrebbe provocato un vasto incendio. Le classi popolari, secondo questo disegno, avrebbero reagito con forza alla provocazione e quel moto spontaneo di rabbia proletaria sarebbe stato ben presto schiacciato in un bagno di sangue. Il clima di violenza avrebbe favorito un deciso intervento repressivo delle forze dell’ordine, e tutto ciò avrebbe costituto la naturale premessa dell’instaurazione di un regime autoritario, con caratteristiche più o meno simili a quelle delle dittature esistenti nella Spagna di Franco e nel Portogallo di Salazar. Questo era l’obiettivo dei reazionari italiani e questo sarebbe stato lo scenario più probabile se la protesta popolare non fosse stata tenuta in pugno dal Partito comunista con la parola d’ordine:"il massimo di ampiezza, ma entro il limite della legalità repubblicana”. (Giorgio Amendola “Il PCI all’opposizione. La lotta contro lo scelbismo”)

Ancora negli anni Settanta, Amendola, in una lezione sulla storia del PCI, era dell’avviso che, come tutti gli attentati, anche quello contro Togliatti avesse il suo mistero e che quel mistero, a distanza di quasi un quarto di secolo, non era stato ancora sciolto. E si poneva una serie di inquietanti domande: "Perché quel siciliano, un tipo strano era venuto a compiere l’attentato? Da chi era stato armato, come era venuto, chi lo aveva guidato? Tutta una serie di incognite" (Giorgio Amendola “Il PCI all’opposizione. La lotta contro lo scelbismo”).

Le stesse domande, per la verità, le aveva poste Alberto Jacoviello, sulle pagine dell’Unità, in una serie di articoli pubblicati tra luglio ed agosto del ‘48, ed aveva cercato di darvi delle risposte. Il giornalista comunista fu, infatti, uno dei pochi cronisti italiani, se non l’unico, a ricostruire con meticolosità e precisione le frequentazioni siciliane di Pallante e le tappe del viaggio che lo aveva condotto dal piccolo centro di Randazzo a Roma.

Giunto nella Capitale, il giovane studente-che a Catania aveva acquistato una pistola per 3.500 lire- prese alloggio in una pensione di via del Macao ed iniziò a mettere in pratica le prime mosse del suo piano. La prima fu quella di ottenere da un deputato democristiano, al quale si era presentato come un giovane iscritto alla sezione di Randazzo, tre permessi per poter assistere alle sedute della Camera ed osservare da vicino abitudini e movimenti del leader comunista. La seconda fu quella di scegliere il luogo dove tendergli l’agguato. La terza fu quella di stringere i tempi dell’azione, forse per evitare che qualcuno potesse scoprire le sue intenzioni. Nella mattinata del 14, dunque, si recò armato a Montecitorio e si appostò in modo da poter agevolmente controllare sia l’ingresso principale della Camera, molto più usato da deputati e giornalisti per entrare nel palazzo o per uscirne, sia quello secondario, più nascosto e meno frequentato, di via della Missione. Quando Togliatti, intorno alle 11.40, uscì, accompagnato dalla sola Nilde Jotti, dalla porticina di via della Missione, Pallante gli si avvicinò e gli esplose contro, in rapida successione, quattro colpi di pistola calibro 38,8. Dei quattro proiettili il primo ferì il leader comunista alla base del cranio, un secondo al polmone sinistro, il terzo andò a vuoto, ed il quarto lo colpì di striscio alla milza. Il segretario del PCI, dopo i primi soccorsi prestati dai medici dell’infermeria di Montecitorio, fu ricoverato al Policlinico e sottoposto ad un delicato intervento chirurgico eseguito dal professor Valdoni (anche il professor Cesare Frugoni fu chiamato a formare l’equipe medica). Dopo l’intervento, il professor Valdoni trascorse quattro giorni di seguito nell’ Istituto, senza allontanarsi, in attesa di poter finalmente dichiarare fuori pericolo il segretario del PCI.

La notizia dell’attentato si diffuse rapidamente in ogni parte d’Italia. A Roma, sulle prime, si sparse la voce che l’attentatore fosse uno straniero, probabilmente giunto dalla Jugoslavia. Come raccontò il giornalista Vittorio Gorresio, in una sua cronaca di quella drammatica giornata, l’equivoco sulla nazionalità del giovane arrestato- probabilmente ingenerato da qualche testimone tratto in inganno dal colore olivastro della pelle di Pallante- durò quel tanto necessario a far circolare l’ipotesi, ovviamente più rassicurante, di una pista non italiana. Ogni dubbio fu presto sciolto in questura dopo il primo interrogatorio al quale fu sottoposto l’attentatore, interrogatorio, sempre secondo la ricostruzione di Gorresio, al quale fu chiamato ad assistere, su invito del questore Polito, Vincenzo La Rocca, deputato comunista di Napoli ed avvocato.

I lavoratori entrarono in sciopero spontaneamente, nei grandi centri urbani, soprattutto quelli industriali del Nord, i negozi chiusero, i mezzi pubblici rientrarono nei depositi, vi furono blocchi stradali, occupazioni di fabbriche (la FIAT a Torino, la Breda a Milano), a Genova furono interrotti i traffici portuali. Gli operai del triangolo industriale ebbero un ruolo centrale nella protesta, ma manifestazioni, comizi e cortei- in alcuni casi duramente repressi dalla Celere e sfociati in episodi sanguinosi- avvennero quasi ovunque. Ad Abbadia San Salvatore la mobilitazione coinvolse tutta la popolazione, vi furono violentissimi scontri con la polizia, due agenti furono uccisi e la repressione del governo fu brutale.

La stampa borghese, dopo il 14 luglio, non si pose molte domande sulla figura dell’attentatore, sulle sue frequentazioni siciliane e romane, sui suoi reali propositi, né sul clima di odio anticomunista diffuso dalle classi dominanti. I principali quotidiani preferirono soffermarsi sul fantomatico” Piano K “(un presunto progetto insurrezionale comunista per la conquista violenta del potere).

Scelba, ministro dell’Interno, in un’intervista data il 26 luglio del ’48 alla United Press, dopo aver ribadito che l’attentato era stato " il gesto individuale di un esaltato" e aver definito " il PCI la sezione italiana del Partito comunista bolscevico" affermò "che le sezioni bolsceviche operanti nei vari paesi hanno a portata di mano dei piani insurrezionali che vengono aggiornati secondo il mutare della situazione internazionale la quale condiziona l’azione degli aderenti al Cominform".

Qualche decennio dopo lo stesso Scelba avrebbe dichiarato al giornalista Federico Orlando:"Si diceva che i comunisti avessero un piano insurrezionale, il famoso piano K, che sarebbe scattato nell’autunno del 1947 dopo la partenza degli americani. E io, che a quel piano non ho mai creduto, mi comportai come se effettivamente ci fosse. Perciò adottai le mie contromisure, sulle quali ritengo di dover mantenere ancora il riserbo. Posso solo dire che non avremmo ceduto il potere, ricordai a Togliatti che il coltello dalla parte del manico l’avevamo noi………" (Intervista rilasciata a Federico Orlando apparsa su Prospettive nel mondo 1988 nn.139-140, ora in “Hanno sparato a Togliatti “ di Giovanni Gozzini)

La grande stampa credeva, o fingeva di credere per opportunismo, all’esistenza del Piano K, ai progetti insurrezionali del PCI, e, nel contempo, accreditava l’immagine di un Pallante visionario ed esaltato. Era un ritratto fuorviante, che, se da un lato mirava ad occultare verità scomode, dall ‘altro, invece, dava risalto ad alcune caratteristiche della personalità del giovane attentatore. Lo studente siciliano non era un mitomane, né un provinciale vittima di chissà quali frustrazioni, ma una persona determinata e consapevole di quel che faceva, che aveva lungamente maturato la decisione di attentare alla vita di Togliatti, decisione sulla quale aveva indubbiamente pesato l’influenza “ideologica” degli ambienti anticomunisti operanti in Sicilia e nel Paese.

Del resto, l ’anticomunismo era un forte argomento di propaganda politica non soltanto di tutta la destra italiana (monarchici, neofascisti nostalgici del ventennio mussoliniano e neofascisti reduci di Salò, qualunquisti) ma anche delle correnti conservatrici democristiane e di ampi settori del partito socialdemocratico.

Sandro Pertini, intervenendo al Senato (nella prima legislatura repubblicana era senatore di diritto) nella seduta del 14 luglio denunciò con parole di sdegno il clima di odio esistente nel Paese:

"Abbiamo sentito alcuni uomini di quel settore (indica la destra) nei comizi elettorali per il 18 aprile, affermare che il partito comunista deve essere messo fuori legge. Tutte le gazzette indipendenti, tutte le gazzette che sostengono il governo democristiano, hanno sempre detto che il partito comunista deve essere posto fuori legge, perché è un partito antinazionale……Appare chiaro così, onorevole presidente, quale è il clima che si è creato intorno a noi. Un clima di odio e di rancore. Abbiamo letto su giornali neofascisti articoli contro di noi, contro gli uomini della Resistenza, che sono stati sempre definiti da costoro dei delinquenti, dei criminali".

Persino il vecchio Francesco Saverio Nitti, nell’intervento pronunciato a Palazzo Madama il 15 luglio, aveva condannato il clima di odiosa discriminazione anticomunista che ammorbava il Paese. L’uomo politico lucano disse:

"Io non faccio alcuna accusa al governo, né posso far colpa a De Gasperi di tante cose che egli forse anche ignorava; gli faccio colpa che nella potenza in cui è in questo momento, con un partito così numeroso, avendo dietro a sé uomini disposti a seguirlo non ha avuto l’idea semplice di smentire stupidità e assurdità come quelle che i comunisti possano essere messi fuori legge………… Io aspetto dall'onorevole De Gasperi la dichiarazione, e non solo una dichiarazione, che il cosiddetto movimento per mettere i comunisti fuori legge, per il quale hanno avuto il torto di esprimere simpatie anche le parti politiche più avanzate, come ci hanno rilevato senza mistero anche le discussioni di oggi, non esiste ma è costituito da adesione improvvisate."

Le elezioni del 18 aprile avevano consegnato alla Democrazia cristiana il 48 per cento dei voti validamente espressi e la maggioranza assoluta dei seggi a Montecitorio; repubblicani, socialdemocratici e liberali collaboravano, pur con qualche distinguo, con De Gasperi; un ministro degli Interni dal pugno di ferro come Scelba “garantiva”, attraverso la Celere, la gestione dell’ordine pubblico, ma tutto questo, per i settori più oltranzisti delle classi dominanti, non era assolutamente sufficiente, occorreva mettere in atto un’azione più decisa, occorreva tagliare, anche con la violenza, le radici del partito comunista nel nostro Paese. Scrisse Pietro Ingrao sull’Unità il 14 luglio 1951:

" La vecchia classe dirigente italiana, il 18 aprile del ’48 aveva conquistato la vittoria ed il 14 luglio tentò lo sfruttamento del successo. Ricorse al sicario: essa sapeva della fragilità della sua vittoria, pur così imponente nelle cifre, e aveva ben chiaro che restando sul terreno democratico quella vittoria non si sarebbe potuta mantenere."


L’obiettivo di alcuni settori della borghesia italiana era, dunque, quello di far precipitare il Paese in una devastante guerra civile che si sarebbe conclusa con la cancellazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e con la messa al bando dei dirigenti e militanti comunisti.

Ma torniamo al pomeriggio del 14 luglio a Napoli. Via Medina, dove si trovava allora la federazione comunista, si era riempita di operai, di lavoratori e militanti in attesa di avere notizie sulle condizioni di salute di Togliatti e di conoscere le decisioni degli organismi dirigenti in merito alle iniziative di lotta da intraprendere. Per uno strano scherzo della storia, si trovavano a via Medina, a distanza di pochi metri l’una dall’altra, la sede della federazione comunista (il palazzo fu poi abbattuto durante il periodo laurino ed al suo posto fu costruito un grattacielo), la questura e la caserma della Celere. Il questore aveva fatto schierare di fronte ai locali della federazione i “celerini” in pieno assetto antisommossa, con autoblindo e grosse jeep. Manifestanti e agenti erano gli uni di fronte agli altri, si scrutavano con reciproca diffidenza, e sarebbero bastati un gesto di insofferenza, un fischio o un insulto per scatenare uno scontro fisico dalle tragiche conseguenze. Salvatore Cacciapuoti, segretario della federazione napoletana, lasciò il suo ufficio e scese tra i numerosi manifestanti per informarli sulle condizioni di salute di Togliatti e per evitare che scoppiassero tafferugli. Anche Mario Alicata (sino a qualche mese prima direttore del quotidiano partenopeo “La Voce”, consigliere comunale di Napoli e deputato eletto il 18 aprile) accorse in via Medina, temendo un’improvvisa carica della polizia. I due dirigenti comunisti chiesero al comandante della Celere di far indietreggiare i suoi uomini, ma l’ufficiale, un tipo autoritario e dai modi spicci, si rifiutò bruscamente. Allora Alicata e Cacciapuoti si precipitarono nel vicino palazzo della questura per protestare con i responsabili dell’ordine pubblico ed ottenere un intervento che smorzasse la tensione e consentisse ai manifestanti di dirigersi verso la Camera del Lavoro. I due piombarono come autentiche furie, senza farsi annunciare dal piantone, nella stanza dove il questore ed il capo della squadra politica, circondati da alcuni funzionari, seguivano gli sviluppi della situazione nei vari centri del napoletano (Castellammare di Stabia, Pozzuoli, Torre Annunziata, Sant’Antimo erano tenuti particolarmente sotto osservazione).

Alicata, molto teso, dopo aver protestato per l’atteggiamento provocatorio assunto dal comandante del reparto della Celere, chiese, con tono veemente, che fosse data disposizione agli agenti schierati in via Medina di indietreggiare. Il questore, un po’ sorpreso e un po’ irritato da quella invasione, cominciò a tergiversare, ripetendo più volte che era suo dovere applicare le severe disposizioni impartite dal governo. Poi, mentre dalla strada saliva sempre più forte il grido "assassini, assassini", lanciò un preoccupato sguardo fuori dalla finestra che dava su via Medina e si rese conto di quanto fosse concreto il pericolo di uno scontro sanguinoso: manifestanti e uomini della Celere erano pericolosamente vicini, troppo vicini, quasi” muso a muso”. Guardò i suoi collaboratori, fissò negli occhi il capo della squadra politica, poi, con un filo di voce, disse "D’accordo", telefonò ai suoi sottoposti e diede ordine di tenersi a maggiore distanza dai manifestanti.

Alicata e Cacciapuoti, ritornati in strada tra i compagni, ebbero un nuovo acceso diverbio con il comandante della Celere, che continuava a tenere il solito atteggiamento arrogante, mentre gli agenti davano evidenti segnali di nervosismo e sembravano pronti ad entrare in azione. Nella concitazione del momento, alcuni militanti ebbero la sensazione che il segretario della federazione stesse per essere arrestato, e si agitarono ancora di più. A quel punto, Alicata e lo stesso Cacciapuoti, temendo una rabbiosa reazione da parte dei compagni ormai esasperati, gridarono ” nessuno si muova”. Quella parola d’ordine bloccò sul nascere qualsiasi tentativo di rispondere per le rime alle provocazioni di quell’ufficiale e servì ad evitare il peggio. Poi, approfittando anche del fatto che la Celere cominciava lentamente a rientrare nella caserma di fronte alla Questura, gridarono a tutti i militanti di dirigersi verso piazza Dante, dove, nel frattempo, stavano confluendo due grandi cortei, uno proveniente dal lato di Port' Alba e l’altro da quello di via Pessina.

I lavoratori reclamavano a gran voce lo sciopero generale, anche se in realtà lo sciopero era già in atto. Nella grande piazza vi erano le sedi del Partito socialista e quella della FIOM, quasi confinanti. Carlo Rossi, il segretario dei metalmeccanici, iniziò a parlare alla folla da un balcone della sede sindacale, mentre Cacciapuoti, da un balcone dei locali della federazione socialista, osservava con crescente nervosismo quel che accadeva intorno, temendo un’improvvisa incursione della Celere dalle strade e dai vicoli adiacenti e sperando che l’oratore terminasse presto il suo intervento, in modo che la folla potesse lasciare la piazza.

La tensione aumentava di minuto in minuto, ed il segretario comunista, un dirigente operaio di vasta esperienza (al quale dobbiamo una cronaca bella ed avvincente di quel 14 luglio napoletano) era giustamente preoccupato di quel che sarebbe potuto accadere se la situazione, per una qualsiasi ragione, fosse sfuggita completamente di mano ai dirigenti dei partiti della sinistra e del sindacato. Ed infatti, tutto precipitò velocemente intorno alle 15. Il sindacalista Rossi era ormai quasi giunto alle battute conclusive del suo discorso, e il segretario comunista, tirato un sospiro di sollievo perché il discorso del rappresentante della FIOM era durato troppo, si apprestava a leggere l’appello preparato dalla direzione nazionale del suo partito. In piazza alcuni giovani avevano raccolto delle pietre dal selciato con l’intenzione di utilizzarle nel corso di eventuali scontri. Un capitano dei carabinieri, che aveva assistito alla scena da una camionetta, li invitò a non perdere la calma e ad abbandonare ogni proposito di ricorso alla violenza. Il gruppo di ragazzi, probabilmente convinto dai toni dialoganti e concilianti usati dall’ufficiale, stava per deporre le pietre quando, all’improvviso, si udì l’urlo delle sirene, e, nel giro di pochi secondi, sopraggiunsero da via Toledo le jeep della Celere, provenienti dalla caserma di via Medina, comandate da quello stesso ufficiale dal fare arrogante e minaccioso che era stato protagonista del vivace litigio con Alicata e Cacciapuoti. Scoppiarono violenti tafferugli. Il comandante del reparto ordinò la carica senza preavviso. Piazza Dante- che nei decenni successivi sarebbe stata teatro di nuovi scontri tra polizia e manifestanti- diventò un vero e proprio campo di battaglia, la folla fuggiva in tutte le direzioni. Alcune jeep che avevano iniziato i soliti “caroselli” erano rimaste “intrappolate” e non riuscivano ad andare né avanti, né indietro. Gli agenti fecero ricorso alle armi e spararono, colpendo dei manifestanti.

Il bilancio, alla fine, risultò tragico: due giovani, Angelo Fischetti e Giovanni Quinto, colpito da un proiettile all’addome, erano rimasti a terra, l’uno accanto all’altro, e molti altri compagni erano feriti e sanguinanti. Un ragazzo diciannovenne, Francesco Di Giovanni, era stato colpito da un proiettile, e giaceva sul selciato gravemente ferito. Anche tra i passanti ed i militi della Celere vi erano stati dei contusi. Nel corso dei tafferugli era stato malmenato e colpito da alcune manganellate Francesco De Martino, deputato socialista e futuro segretario nazionale del partito. Cacciapuoti, avvertito da qualche compagno, corse verso il lato della piazza dove sembrava che vi fossero i feriti più gravi. Si avvicinò con ansia e trepidazione a Quinto e Fischetti, si chinò sui loro corpi inerti e pieni di sangue, e immediatamente comprese che entrambi versavano in gravissime condizioni. Chiamò a gran voce i soccorsi e con un gesto istintivo guardò l’orologio per rendersi conto di quanto tempo fosse effettivamente durato quell’inferno: erano le 15.30 di mercoledì 14 luglio. Venti interminabili minuti di scontri ed un assurdo ordine di fare fuoco, avevano spezzato due giovani esistenze. Intanto, la polizia identificava ed arrestava quei manifestanti che non erano riusciti ad allontanarsi dalla piazza.

Fischetti e Quinto, entrambi militanti del Partito Comunista Italiano, partecipavano da tempo all’ attività politica cittadina e frequentavano rispettivamente le sezioni di Capodichino e di Porto. Angelo Fischetti era napoletano, aveva ventisei anni, faceva l’operaio in una fabbrica (secondo i ricordi di alcuni compagni era invece un artigiano). Piccolo di statura e con baffetti sottili, era un compagno di poche parole, interveniva di rado nelle riunioni e soltanto se vi era la necessità di precisare qualcosa. Angelo abitava con la famiglia nel popolare quartiere di Capodichino, in via Bernardino Telesio, verso la periferia confinante con la provincia napoletana.

Giovanni Quinto, uno studente universitario lucano, era anche egli ventiseienne. Alto e robusto, proveniva da Pisticci in provincia di Matera, ed era cresciuto in una famiglia di sentimenti antifascisti e democratici. Conseguito il diploma di scuola media superiore, si era trasferito a Napoli per poter frequentare la facoltà d' Ingegneria navale. Nonostante l’impegno politico assorbisse gran parte del suo tempo, e sebbene avesse, come è sempre accaduto a tutti gli studenti fuori sede appartenenti a famiglie non particolarmente agiate, qualche difficoltà economica, era in regola con gli esami e si apprestava ad ultimare la tesi di laurea.

Aldo De Jaco, giornalista, scrittore e sceneggiatore cinematografico, originario di Maglie in provincia di Lecce, ma vissuto a lungo a Napoli, coetaneo delle due vittime della polizia di Scelba, all’epoca dei fatti era uno dei quadri intellettuali più giovani della federazione comunista napoletana. Ricordando gli anni del suo febbrile lavoro politico nelle sezioni napoletane, scrisse:

"Quinto e Fischetti le ultime ore della loro vita le avevano passate da noi, in federazione, perché loro facevano parte del gruppo degli agit prop di sezione che una volta la settimana venivano da me a discutere come si doveva fare la propaganda se volevamo essere efficaci davvero, cioè essere capiti, essere riconosciuti dalla gente, accettati."


I corpi dei due giovani furono trasportati dall’ospedale, dove erano giunti ormai privi di vita, alla sede della Cgil in via Costantinopoli, dove era stata allestita la camera ardente. Operai, lavoratori, studenti, intellettuali, provenienti dai diversi quartieri della città, si diressero mestamente verso la Camera del Lavoro, quasi come se si recassero in processione in un luogo meta di pellegrinaggio religioso. Il socialista Pietro Lezzi (che molti anni dopo sarebbe stato eletto deputato e nell’ 87 sindaco di Napoli), coetaneo delle vittime, portò il cordoglio del suo partito. Intanto lo sciopero proclamato dalla CGIL proseguiva, anche se si cercò di garantire alcuni servizi essenziali.

Nella tarda serata del 14, Mario Alicata e Francesco Cerabona (un avvocato socialista lucano, deputato nel prefascismo e poi ministro nei governi Badoglio e Bonomi, parlamentare nelle prime tre legislature repubblicane) chiesero al prefetto che fosse condotta una rigorosa inchiesta sui fatti di piazza Dante e che fossero arrestati gli agenti che si erano resi responsabili della morte di Quinto e Fischetti. I due dirigenti politici, per rafforzare la richiesta di fare piena luce su quanto accaduto, lessero il documento approvato in serata dall’assemblea del Fronte Popolare, in cui si chiedevano le dimissioni del governo De Gasperi e la scarcerazione immediata di tutti i manifestanti arrestati nel pomeriggio.

Nella notte di giovedì 15 vi fu un nuovo incontro in prefettura tra il prefetto e una delegazione composta da Alicata, Cerabona, Palermo e Maglietta. Gli esponenti della sinistra ribadirono, nel corso di una conversazione durata due ore, la richiesta di scarcerazione dei militanti arrestati il 14 luglio in piazza Dante. Il rappresentante del governo obiettò che qualsiasi decisione riguardante il rilascio del gruppo di manifestanti fermati era di competenza degli organi di polizia giudiziaria, anche perché era emersa la gravità dei reati commessi durante gli incidenti. L’ intera responsabilità dei tragici eventi veniva, infatti, attribuita, nei rapporti di polizia, alle intemperanze dei dimostranti, accusati di aver aggredito, con mazze ferrate, prima i carabinieri e poi gli agenti che avevano reagito tentando di difendersi con gli sfollagente. Soltanto quando avevano temuto di essere sopraffatti, gli uomini della Celere avevano fatto ricorso alle armi, sparando in aria dei colpi. Questa ricostruzione dell’accaduto- di comodo e palesemente manichea- fu fornita alla stampa dalla questura, e fatta propria da Scelba, dal capo della polizia Luigi Ferrari (un magistrato che, dopo i fatti di luglio, avrebbe lasciato l’alto incarico) e, ovviamente, dallo stesso ufficiale che aveva impartito l’ordine di fare fuoco sui manifestanti.

Ai funerali dei due giovani compagni, il 16 luglio, partecipò una folla di più di tremila persone. Le sezioni di partito e gli operai delle fabbriche inviarono corone di fiori. Salvatore Cacciapuoti e Clemente Maglietta tennero brevi orazioni funebri. Dopo gli interventi dei due dirigenti, dietro le bare si formò un lungo corteo pieno di bandiere rosse, alla cui testa erano i familiari delle vittime insieme con Palermo ed Alicata. I compagni, partiti dalla Camera del Lavoro, percorsero tutta via Foria, raggiunsero Piazzo Carlo III e proseguirono poi per Capodichino, dove vi era l’abitazione di Fischetti. La salma di Quinto fece, poi, ritorno nella natia Pisticci, accompagnata nel viaggio dai familiari e da alcuni giovani universitari, che avevano condiviso con Giovanni studi e passione politica.

Giorgio Amendola ricordò che a Napoli:

"utilizzando una vecchia tradizione locale furono collocati agli angoli delle strade dei tavolini con la foto di Togliatti, dei fiori e dei libri per la raccolta delle firme. Questi altarini, così furono chiamati dal popolo, furono circondati da folle di cittadini i quali, mentre il primo giorno, spaventati, non si erano fatti vedere al comizio, espressero i loro sentimenti, firmando e raccogliendo decine e decine di migliaia di firme: un vero plebiscito." (Giorgio Amendola “Il PCI all’opposizione. La lotta contro lo scelbismo” in Problemi di storia del Partito comunista italiano)

Il 15, il giorno che precedette i funerali di Quinto e Fischetti, fu tenuto un comizio indetto dalla federazione comunista e dalla Camera del Lavoro. Nel corso della manifestazione parlarono Clemente Maglietta per la CGIL, Francesco Renda per il PSI, Salvatore Cacciapuoti e Giorgio Amendola per il PCI. Nel discorso di chiusura, Amendola ribadì le gravi responsabilità del governo sia nella instaurazione di un pesante clima di odio nel Paese, sia nella brutale repressione delle proteste e chiese nuovamente le dimissioni dell’esecutivo De Gasperi. Poi rivolse un accorato appello a Giovanni Porzio, l’illustre penalista napoletano (uno dei cosiddetti “principi del foro”), vicepresidente del consiglio (di formazione liberale, era stato sottosegretario con Nitti e con Giolitti, e nel dopoguerra membro della Consulta e dell’Assemblea costituente) esortandolo a prendere le distanze da democristiani e socialdemocratici (la stessa richiesta gli era stata rivolta al Senato il 14 luglio da Sandro Pertini). Le forti parole di condanna pronunciate da Amendola nei confronti del governo preoccuparono non poco il prefetto di Napoli, che inviò, subito dopo la conclusione della manifestazione, un allarmato rapporto al ministero dell’interno, in cui sottolineava “l’oratoria violenta” dell’autorevole dirigente comunista, soprattutto quando, nell’auspicare il ritorno immediato di Togliatti all’attività politica, aveva accusato il governo di essere asservito allo straniero.( Il testo del rapporto è riportato nel libro di Walter Tobagi "La rivoluzione impossibile")

Venerdì 16 luglio, nella seduta pomeridiana della Camera, il ministro Scelba rispose alle interrogazioni e interpellanze presentate da tutti i gruppi politici sulla giornata del 14 luglio e sulle manifestazioni di protesta scoppiate spontaneamente in ogni parte d’ Italia. Sui fatti accaduti a Napoli furono presentate interrogazioni dai deputati comunisti (Vincenzo La Rocca, Pietro Grifone e Pietro Amendola), da quelli socialisti (Francesco De Martino e Luigi Renato Sansone) e dai democristiani (Stefano Riccio, Raffaele Numeroso e Nello Caserta). Nel dibattito parlamentare, Sansone e La Rocca contestarono la ricostruzione fornita da Mario Scelba. Sansone, nel dichiararsi totalmente insoddisfatto per la risposta alla sua interrogazione, attaccò il titolare dell’Interno per la versione dei fatti illustrata alla Camera:

"Il ministro Scelba, dopo aver elencato una serie di piccoli episodi e dopo aver fatto conoscere il numero degli agenti contusi, ha detto, sottovoce, in modo che credo non tutti lo abbiano sentito: 'Due cittadini sono morti all’ospedale'."


La Rocca, che durante il suo intervento fu ripetutamente richiamato all’ordine dal presidente Gronchi, concluse con queste parole:

" In nome di Napoli democratica, ho il diritto ed il dovere di elevare una sdegnosa protesta per i cittadini inermi colpiti alla spalle e stesi a terra dalla polizia. La responsabilità di quanto accaduto in questi giorni ricade su voi. Non vi sono acque che possano lavare sulle vostre mani queste macchie di sangue, e tutti i profumi dei famosi giardini d’Arabia non valgono a vincere questo odore di sangue che vi sta addosso."

Il deputato democristiano Stefano Riccio (che era stato già membro della Costituente ed avrebbe conservato il suo seggio a Montecitorio per altre cinque legislature) fece propria la versione dei fatti fornita dalle autorità di polizia ed esordì dicendo:

"Condivido in pieno l’ansia del ministro Scelba di ridare la pace al Paese e la volontà di stroncare ogni velleità rivoluzionaria."

Fatta questa premessa di totale sostegno al titolare del ministero dell’Interno, Riccio polemizzò con Sansone e La Rocca, sostenendo che era stato il fare minaccioso di alcuni dimostranti a provocare la dura reazione degli agenti della Celere che avevano sparato, ma non colpito alle spalle “i due cittadini rimasti vittime”.

Qualche giorno dopo, il capo della Polizia Luigi Ferrari, in un lungo rapporto riservato inviato al ministro Scelba, prendendo spunto dai fatti accaduti a Napoli, invocò" per la forza pubblica il privilegio di non dover rispondere in sede penale del proprio operato quando è costretta dalla gravità dei fatti a ricorrere a misure estreme per ristabilire l’ordine turbato" L’alto dirigente richiamò l’attenzione del ministro sul comportamento dell’ autorità giudiziaria che, al fine di accertare le responsabilità relative alla morte di Quinto e Fischetti aveva chiesto "evidentemente pressata dalle correnti di sinistra, insistentemente i nomi degli agenti che avevano fatto uso delle armi: si è giunto persino a contare le cartucce rimaste nel caricatore degli agenti". (Annibale Paloscia “I segreti del Viminale”).

Mario Palermo, che dei fatti di piazza Dante aveva continuato ad interessarsi anche come avvocato, all’ inizio degli anni Cinquanta, in un dibattito al Senato, denunciò vigorosamente le difficoltà incontrate dal giudice Valentini nel far luce su quel 14 luglio a Napoli.

La sezione Porto fu intitolata alla memoria di Giovanni Quinto, e fu stampato, a cura dei compagni, un manifesto rievocativo della sua militanza e della sua tragica morte. Il poeta lucano Rocco Scotellaro dedicò alla memoria del giovane comunista alcuni toccanti versi, in ricordo del suo nobile sacrificio per la causa della democrazia e dell’emancipazione sociale del proletariato.

A Napoli, nei primi anni Settanta, fu aperta una piccola sezione in Corso Vittorio Emanuele, intitolata a Giovanni Quinto ed Angelo Fischetti, il cui sacrificio era rimasto sempre vivo nella memoria dei compagni, soprattutto di quelli che militavano nel centro storico della città. Giovanni Bisogni, nel luglio del ’48 ventiduenne studente di Giurisprudenza e segretario del Fronte della Gioventù, ritornava spesso, in occasione di dibattiti sulla storia della sinistra a Napoli nei primi anni del dopoguerra, a quei terribili giorni dell’attentato a Togliatti ed ai sanguinosi fatti di piazza Dante. Con voce commossa, a stento trattenendo le lacrime, ricordava di aver accompagnato, la bara di Quinto sino al cimitero di Pisticci.

Quando, con la svolta della Bolognina, si arrivò allo scioglimento del PCI, la “Quinto e Fischetti” era purtroppo già chiusa da qualche tempo. Per questa ragione, probabilmente, Aldo De Jaco in uno scritto dei primi anni Novanta in cui rievocava la tragica storia dei due giovani comunisti uccisi in quel lontano luglio, concluse amaramente con queste parole: "Temo che non ci sia più nessuno al mondo che si ricorda dei miei compagni Quinto e Fischetti". Se Aldo fosse ancora tra noi, gli avremmo detto che il suo pessimismo era esagerato perché, ancora oggi, a Napoli cerchiamo di fare in modo che la memoria di Quinto e Fischetti non vada smarrita.

Fonti bibliografiche:

Giovanni De Luna, Hanno sparato a Togliatti, Gruppo editoriale Fabbri, Milano 1984
Autori Vari Problemi di Storia del Partito comunista italiano, Editori Riuniti, Roma 1971
Giovanni Gozzini e Renzo Martinelli, Storia del Partito comunista italiano- Dall’attentato a Togliatti all’VIII congresso, Einaudi, Torino, 1998
Walter Tobagi ,La rivoluzione impossibile, il Saggiatore, Milano, 1978
Giovanni Gozzini Hanno sparato a Togliatti – l’Italia del 1948, il Saggiatore, Milano, 1998
Mario Spallone Vent’anni con Togliatti, Teti editore, Milano, 1978
AnnibaIe Paloscia, I segreti del Viminale, Newton Compton Editori, Roma 1994
Salvatore Cacciapuoti, Da Napoli a Pechino, via Mosca, Teti editore, Milano, 1977
Enzo Santarelli, Storia critica della Repubblica- L’Italia dal 1945 al 1994, Feltrinelli, Milano 1996
Cristiano Armati, Cuori Rossi, Newton Compton Editori, Roma, 2008
Inchiesta sull’anticomunismo – numero speciale di Rinascita Agosto-settembre 1954
Aldo De Jaco, Napoli Settembre 1943 Dal fascismo alla Repubblica, Vittorio Pironti Editore, Napoli, 1998

Antonio Frattasi, Segretario Federazione di Napoli del Partito Comunista d’Italia

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