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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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Le due (o tre) lezioni ateniesi

(25 Settembre 2015)

scuola di Atene

Raffaello, "La scuola di Atene"

La seconda vittoria elettorale di Syriza, il 20 settembre, rialimenterà illusioni e consentirà a molti ciarlatani della sinistra riformista di esercitarsi nel loro mestiere. Ma i fuochi artificiali saranno stavolta più deboli di quelli sparati per la precedente vittoria elettorale e sono destinati a ricadere rapidamente a terra. Ciò perché il Tsipras II (ancora una coalizione tra Syriza e la destra di Anel) dovrà passare rapidamente dall’ormai consumato tradimento delle promesse elettorali all’applicazione delle misure del terzo memorandum dell’imperialismo europeo. E in questo nuovo feroce attacco contro le masse greche, lo spazio per i giochi pirotecnici è inesistente.
Per qualche mese, comunque, è da prevedere che anche i dirigenti della sinistra italiana esulteranno per questa “vittoria”. Grottesco che lo facciano in coro con le borse che, come Ferrero, Vendola, Civati e Landini, hanno festeggiato in tutto il mondo l’esito del voto greco. Questa “vittoria”, che si ha imbarazzo persino a definire “di Pirro”, consentirà infatti ai promotori della “Syriza italiana” di varare l’ennesimo partito della sinistra governista, mettendo insieme i cocci prodotti dalle cadute precedenti.
In altri articoli di questo speciale sulla Grecia [si tratta dello speciale che verrà pubblicato sul prossimo numero di Progetto Comunista, di cui anticipiamo questo articolo, ndr] analizziamo le elezioni e la situazione che si apre. Qui proviamo a enucleare le due (o tre) lezioni universali che tutta questa vicenda ci lascia.


Prima lezione: gli interessi di classi opposte non sono conciliabili in un governo comune

Una verità che i riformisti odierni negano è che la società è divisa in classi. Questo è un tratto distintivo del solo riformismo moderno, cioè del riformismo nell’epoca della putrefazione sua e del sistema capitalistico che lo alimenta. Il riformismo classico (quello dei Bernstein, dei Kautsky, dei Togliatti) ammetteva l’esistenza delle classi, dei loro interessi. Oggi invece si rimuove il concetto stesso di “classe”, sostituendolo con la metafisica categoria dei “cittadini”. Scomparse le classi (ovviamente solo nella fantasia), scompare d’incanto anche la lotta tra gli interessi inconciliabili delle classi. È qui che fanno la loro comparsa i concetti come “la casta”, “i politici” e come “buona politica”, consistente nella pretesa di eliminare la corruzione dalla società capitalistica, il che equivarrebbe a togliere la crema dal pasticciotto leccese.
Pur nelle differenze, tanto il riformismo classico come la sua moderna versione caricaturale concludono predicando la pace sociale e il compromesso. Compromesso di classe con la cosiddetta “borghesia avanzata” nel caso del riformismo d’antan; compromesso sociale tra i “cittadini onesti” nel caso del riformismo che abbiamo sotto il naso oggi.
Marx ebbe a ricordare che non andava ascritta a suo merito la scoperta delle classi, dei loro diversi interessi e della inevitabile lotta che ne discende: questa era infatti una “scoperta” degli storici borghesi della Grande rivoluzione francese, come Mignet e Augustin Thierry. La “novità” apportata dal marxismo è stata quella di vedere nell’impossibile conciliazione tra le classi l’alimento di una lotta che periodicamente raggiunge il suo acme nelle rivoluzioni; e di teorizzare come unica possibile conclusione vittoriosa di una rivoluzione la conquista del potere da parte della classe oppressa, attraverso la “rottura” dello Stato, il rovesciamento della dittatura della borghesia e la sua sostituzione con una dittatura (o dominio) del proletariato. Scopo dei marxisti non è andare al governo ma conquistare il potere: che è cosa ben diversa.
Teorizzare la conciliazione tra i differenti interessi (di classe) presenti nella società contrasta con tutta l’esperienza storica. Ma ancor più irrealistico (per quanto venga presentato come realistico in contrapposizione alle presunte utopie dei rivoluzionari) è pensare che siano possibili “politiche di redistribuzione della ricchezza” nel bel mezzo della più devastante crisi economica che il capitalismo abbia vissuto: cioè quella in cui siamo immersi dal 2007-2008. E l’assurdo è portato all’ennesima potenza quando simili teorie vengono avanzate per la Grecia, un Paese ridotto a semicolonia dell’imperialismo europeo.
Eppure, queste teorie ci sono state propinate prima della vittoria dello Tsipras I, dopo l’evidenza della sua capitolazione, prima delle nuove elezioni (indette con l’incoraggiamento dei banchieri per vincere sfruttando quanto resta delle passate illusioni); e, prevedibilmente, queste stesse teorie verranno riscaldate nelle prossime settimane, quando lo Tsipras II sferrerà il suo attacco, dimostrando che non di riforme (per quanto timide) si parla ma di controriforme.
Tutti i governi nel capitalismo fanno gli interessi del capitale. Questa banale verità, che dovrebbe essere accessibile anche a chi non sa che Marx definiva i governi nel capitalismo “comitato d’affari della borghesia”, è negata dai dirigenti riformisti greci e nostrani.

Ma oltre a questo riformismo esplicito c’è anche quel semi-riformismo (o centrismo) che si professa marxista, riconosce la lotta di classe, ma poi, con una capriola logica, certifica la possibilità che in una società borghese nascano governi “neutri”, al di sopra delle classi, “in disputa”, orientabili. Questa teoria è stata sostenuta fino a poche settimane fa da Kouvelakis e dagli altri dirigenti di quella Piattaforma di sinistra che, dopo essere stati messi alla porta da Tsipras, si sono visti costretti a presentarsi alle elezioni come Unità Popolare. E pare che nemmeno l’esperienza pratica induca questi marxisti per equivoco a prendere atto che ogni governo nel capitalismo, a prescindere da chi vinca le elezioni, si regge su uno Stato di classe (Engels lo definiva: “bande armate a difesa del capitale”) e concorre, insieme alle altre istituzioni, alle chiese, alle scuole, ai mass-media, a difendere la proprietà privata.
Come tutta una lunga storia insegna (tanto che ne parlava già Engels riferendosi alla Francia del 1848), quando i sedicenti rappresentanti dei lavoratori collaborano in un governo borghese (come borghesi sono tutti i governi nel capitalismo, inclusi quelli definiti “di sinistra”), il primo effetto è la passivizzazione delle masse, la delega al governo che viene visto come “proprio”. È il vantaggio che le classi dominanti riconoscono in questi governi borghesi “sui generis” che, proprio per questo, in determinate situazioni tollerano o favoriscono: perché riescono a imporre politiche antipopolari che nessun governo ordinario riesce a realizzare.


Seconda lezione: i dirigenti riformisti sono il principale ostacolo per un’alternativa di classe

Dalla prima lezione discende una seconda, che richiede meno spazio per essere illustrata ma che non è meno importante.
La vicenda greca conferma qualcosa che ritroviamo in tutta la storia degli ultimi due secoli: ciò che è mancato non sono le lotte o la combattività delle masse. In Grecia, 35 scioperi generali, con assalto al parlamento, non rendono necessario rispondere alla consueta litania riformista sulla “passività delle masse”.
Ma se non sono mancate le lotte delle masse, perché in conclusione si stanno applicando le politiche della Merkel contro le masse?
La risposta è per noi semplice: Syriza. I riformisti normalmente dominano tra le masse perché assecondano e incrementano l’ideologia dominante, mentre i rivoluzionari arrivano in genere fino alla vigilia della rivoluzione come minoranza. È la storia del bolscevismo che, da infima minoranza ancora nel giugno 1917, guadagnò un’influenza di massa solo alla vigilia dell’insurrezione – e solo grazie all’aver costruito, per anni, sulla base di un programma corretto, un partito d’avanguardia, minoritario ma con solidi rapporti con importanti settori della classe operaia. Finché i rivoluzionari non riescono a guadagnare le masse, quando la rivoluzione apre rapidamente delle brecce nell’ideologia dominante, fino ad allora sono i riformisti a dominare, imponendo una politica di subalternità alla borghesia, di compromesso (da dentro o da fuori) con i suoi governi, di rinuncia all’obiettivo della conquista del potere (sostituito con l’obiettivo della “conquista del governo” per via elettorale).
Per questo motivo i dirigenti riformisti (che, come ben spiegava Rosa Luxemburg, non hanno semplicemente “idee diverse” rispetto ai rivoluzionari ma hanno interessi materiali burocratici) sono i veri pilastri di questa società. È grazie al riformismo (tanto di origine socialdemocratica, come stalinista o post-stalinista, incluso quello attuale, che si distingue dai primi due per essere più debole, privo di radicamento) se il capitalismo è riuscito a conservarsi ancora vivo passando attraverso due secoli di rivoluzioni.
Lenin definiva i dirigenti dei partiti riformisti “agenti della borghesia nel movimento operaio”. L’espressione rende bene l’idea del ruolo che svolgono i vari Vendola, Civati, Ferrero, Landini, Tsipras (ma anche Kouvelakis, che vorrebbe tornare con Unità Popolare a una mitica quanto inesistente “Syriza delle origini”). Il loro compito è rimuovere dalla coscienza e dalla pratica delle masse l’idea che è possibile una società senza classi, senza sfruttatori, dominata dalla maggioranza che oggi è sfruttata.
Ecco perché la terza lezione (o appendice della seconda) che ci viene da Atene, e che ci limitiamo qui ad enunciare – ma che il lettore trova alla base di tutto questo giornale – è che senza partito rivoluzionario, costruito su scala internazionale nel vivo delle lotte delle masse ma capace di separarsi dalle illusioni borghesi delle masse; senza un partito che riconosca la necessità di condurre le lotte fino all’instaurazione di governi operai in ogni Paese, per questo rimanendo all’opposizione di qualsiasi governo nella società borghese (comunque camuffato); senza un partito di lotta che miri a organizzare il rovesciamento rivoluzionario dei governi borghesi per avviare l’esproprio della borghesia; senza un tale partito, ogni lotta dei lavoratori e dei giovani, per quanto coraggiosa, sarà destinata alla sconfitta. Come una sconfitta per le masse è certo l’insediamento del governo Tsipras II, non a caso festeggiato da borse e banchieri.
Solo se chi lotta contro questa società, in Grecia come altrove, saprà apprendere dalle lezioni ateniesi, anche questa momentanea sconfitta potrà capovolgersi in nuove vittorie.

Francesco Ricci - PdAC

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