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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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CAMBIARE REGISTRO

I tempi del caos impongono un adeguamento teorico, politico ed organizzativo alla strategia rivoluzionaria.

(7 Ottobre 2015)

“ Non è tanto pericolosa la sconfitta,
quanto la paura di riconoscere la propria sconfitta,
e di trarne tutte le conclusioni”
19 ottobre 1921 - conferenza di partito - Lenin

I tempi del caos impongono un'adeguamento teorico, politico ed organizzativo alla strategia rivoluzionaria.
CAMBIARE REGISTRO
Il Marxismo non è un dogma, né può essere trasformato in una icona inoffensiva buona per ogni “spiegazione senza rivoluzione”.
Esso è un metodo per analizzare ed intervenire
nella contraddizione e scioglierla in senso rivoluzionario.
E' uno metodo invariante,
al contrario dei suoi strumenti politici ed organizzativi,
suscettibili di variazioni ed adeguamenti al moto reale della società.

La teoria marxista ha testato le sue conferme e le sue smentite nel tempo storico del movimento reale, nelle diverse formazioni economico-sociali, nell'avvicendarsi dei cicli delle lotte di classe, nelle forme, nei simboli e nelle tradizioni in cui queste si sono compiute.
Ogni epoca storica ha verificato l'efficacia della sua battaglia di classe in base ai risultati ottenuti nelle rivoluzioni vittoriose o nelle disfatte, nella conta e nell'accumulo dei militanti selezionati, forgiati e cresciuti in queste.
La storia delle lotte di classe è storia di tentativi che, al di la del loro risultato pratico, contribuiscono comunque ad arricchire il bagaglio di esperienza in ogni singolo assalto, nella prospettiva della battaglia decisiva.
In questo senso, sia dalle molte sconfitte che dalle poche vittorie c'è da imparare, traendo sempre e fino in fondo tutte le lezioni che la nostra lotta ci fornisce, dal punto di vista della strategia adottata e delle forme di combattimento in questa adottate.

Dall'attentato dinamitardo all'omicidio politico, dallo sciopero insurrezionale a quello generale, dall'occupazione delle terre a quella delle fabbriche, dai cortei armati contro padroni e crumiri al boicottaggio-sabotaggio di merci e ciclo produttivo, dal salto della scocca al “gatto selvaggio” alla “lotta armata per il comunismo”: ciascuna e tutte queste forme di lotta sono il diversificato patrimonio di classe utilizzato nelle condizioni date dai rapporti di forza, dalle contraddizioni del capitale, dalla presenza di una piu' o meno informale organizzazione degli sfruttati.
Ad ognuna di queste forme di combattimento di classe segue l'adeguamento padronale, che si attrezza certo per reprimerle ma soprattutto per prevenirle nel futuro, per renderle sempre meno offensive, talvolta addirittura per utilizzarle a suo uso e consumo.
La borghesia, ed il suo stato affrontano le lotte di classe imponendo rapporti di forza ad essa piu' favorevoli, ristrutturando il proprio apparato produttivo, snellendo il proprio apparato statuale, affinando le proprie capacità di repressione e controllo preventivo, riducendo persino gli spazi ambigui ed angusti dello stesso diritto borghese e delle sue libertà individuali, al fine di provocare una ritirata disordinata di classe, incapace di contenere in se i germi per la ripresa del conflitto dispiegato.
E' esattamente ciò che sta accadendo negli ultimi decenni di passività profonda di classe dopo gli anni '70, quando dalla grande ristrutturazione delocalizzatrice e post-fordista degli '80 si è passati, con l'accelerazione dell'attuale crisi strutturale, all'attacco finale al lavoro salariato, alla sua precarizzazione totale, alla fine del contratto nazionale, alla riduzione forte della possibilità di esercizio del diritto di sciopero, di assemblea e manifestazione.
Contemporaneamente, snellimenti e funzionalizzazioni statuali stanno facendo il resto, consegnandoci una realtà “moderna” di tipo concentrazionario dove anche solo l'idea del conflitto sociale è bandita, surrogata spesso dall'annuncio e dal collegamento virtuale e telematico.
La scarnificazione dei rapporti sociali fa il paio con l'impedimento giuridico alla lotta o al suo svuotamento sostanziale, decretando l'avvento di una democrazia compiuta di tipo imperialista perfetto “migliore involucro” alla competizione pluripolare.
La borghesia, i padroni, il loro stato, tutta la loro architettura giuridica e legale stanno attrezzandosi ad adeguare la loro società al superamento di una crisi fatta pagare per intero agli sfruttati, alle loro condizioni di vita e di lavoro, alle loro libertà ed ai diritti conquistati dalle generazioni precedenti.


A fronte di questo gigantesco e profondo processo di pogrom antioperaio, annotiamo la non automaticità, e comunque la non adeguatezza, di una qualsiasi risposta di classe, nonostante l'importante iniezione di gioventu' sfruttata migrante ormai circolante in tutt'Europa.
Gli episodi di battaglie di difesa contrattuale sono altalenanti, frammentati e scoordinati, quando non espressi in forme spettacolari ed autolesioniste.
La stessa tecnicità della forma di queste lotte risente di una ripetitività che le rende inoffensive e facilmente reprimibili dai padroni, quando non strumentalizzabili parlamentaristicamente o nella dialettica tra le frazioni borghesi.
Di fronte alle velocizzazioni imposte dal mercato mondiale e recepite dalle singole statualità in chiave antioperaia, da parte nostra c'è (quando c'è!) un' insistenza nell'uso di una strumentazione di lotta del secolo passato, spesso desueta, inutilizzabile, preda di nostalgismi e dogmatismi dannosi alla causa.
Probabilmente non essendo in grado di alzare lo sguardo al mondo comprendendo l'attuale movimento reale, non ne traiamo le dovute conseguenze, anche facendo tesoro delle lezioni delle passate sconfitte.
Tra la botta borghese e la risposta proletaria c'è un evidente squilibrio nelle strategie di fase da adottare, nel tipo di organizzazione antagonista da costruire, nelle forme di lotta da adottare.


Se è vero, come è vero, che le mediazioni tipiche del compromesso socialdemocratico e del welfare state del secolo passato sono finite, non sembra esserci nei fatti una vera assimilazione di questa nuova realtà, rimanendo prigionieri di vecchi stilemi e simbolismi ingialliti, quando non di ripetitività rituali e scadenziste.

La stagione storico-politica del diritto e dei diritti volge al desio,
in favore della stagione della forza e delle forze.
E' evidente che continuare ad elemosinare diritto e diritti
è inutile prima che avvilente.
Al loro posto dovremmo curare di piu'
l'accumulo di forze e militanti di classe,
regolandoci sul terreno dell'esercizi organizzato della forza.

Insomma, senza forza, nessun diritto!

Continuare a rispettare l'intero castello giuridico antisciopero fatto di leggi, regolamenti, codici, franchigie e commissioni di garanzia vuol dire non fare piu' scioperi, ma soprattutto non farli piu' sul serio, limitandoci a quelli, prevedibili e programmati, che non colpiscono le merci o i servizi dei padroni ma solo il nostro stipendio.
Continuare a protestare contro gli accordi comune-questura-sindacati che impediscono cortei e manifestazioni vuol dire chiedere a loro il “permesso” di protestare oggi, di oltrepassare “zone rosse” domani, di praticare “assedi” la prossima settimana.
Come se fosse possibile prima che realista chiedere a qualsiasi potere l'esercizio di una rivoluzione sociale, o lamentarsi della repressione o della truffaldinità degli istituti referendari e del suffragio universale.

C'è necessità urgente di rivedere la convenienza e la possibilità d'uso di certi strumenti storici del movimento operaio, di verificare la pericolosità nel persistere di certe mobilitazioni troppo pubbliche e troppo esposte, piene di annunci verbali ma incapaci di produrre danni al nemico di classe.
Ne consegue che per rimodulare il nostro agire politico quotidiano nel senso dell'adeguatezza all'attacco subito, con l'obiettivo di “far male al padrone” col minor numero di perdite possibili, dobbiamo dotarci di nuovi srumenti di lotta di difesa, e di attacco, e di nuove strutture organizzate che ci consentano il loro uso.

E' ora di “dismettere la camicia vecchia ed indossare quella nuova”, preferendo la chiarezza alle “unità” virtuali, traendo tutte le conclusioni dai nostri tentativi falliti, accettando il livello dell'odierna sfida di classe, organizzandoci per darle la nostra risposta adeguata.

Pino ferroviere

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