il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Comunisti e organizzazione    (Visualizza la Mappa del sito )

Italiani!

Italiani

(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

Tutte le vignette di Enzo Apicella

PRIMA PAGINA

  • Invito alla lettura di Scintilla n. 102 - ottobre 2019
    (15 Ottobre 2019)
  • costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

    SITI WEB
    (Memoria e progetto)

    C’ERA UNA VOLTA LA NUOVA SINISTRA

    (22 Ottobre 2015)

    jacques bidet

    Jacques Bidet

    “Il Manifesto” del 22 Ottobre anticipa il testo della relazione che Jacques Bidet ha poi tenuto ad Alessandria nel corso del convegno “I ritorni di Marx” organizzato dalla Fondazione Luigi Longo e da “Critica Marxista”.
    Nella parte conclusiva del suo intervento l’autore s’interroga e traccia alcune linee conclusive.
    Si riporta testualmente:
    “In che cosa consiste dunque la novità?
    Sta in un cambiamento dei rapporti di forza all’interno della struttura.
    Il “liberalismo” classico aveva per correlato l’imperialismo, la schiavitù del sistema – mondo e un dominio economico e politico senza freni sul lavoro salariato.
    Tuttavia, ha potuto presentarsi come moderato.
    Se, in effetti, in qualche modo lo era, è perché la sua logica estremista era limitata e contenuta da forze strutturali e contrarie.
    Da un lato, infatti, l’altro polo della classe dominante, quello delle “élite” dei competenti -dirigenti conosceva, in ragione del quadro nazional -statale del suo emergere, un’ascesa parallela, in rapporti di convergenza e di antagonismo variabili a seconda del luogo e del tempo.
    Inoltre il “popolo” era già onnipotente e si manifestava in rivolte e rivoluzioni ricorrenti.
    Il neoliberismo no n sarà nient’altro che la realizzazione del vecchio sogno chiamato “liberalismo”: la dittatura del capitalismo”.
    Fin qui la conclusione del testo di Bidet, al riguardo della quale rimane un interrogativo di fondo: quale seria interlocuzione può essere possibile con questa, pur condivisione, opzione di fondo circa la “dittatura del capitalismo”.
    Un punto non convince nella ricostruzione di Bidet e riguarda il “mutamento dei rapporti di forza all’interno della struttura”.
    Il dibattito, infatti, può essere aperto su due punti : l’evidenziarsi di nuove fratture sociali rispetto a quelle “classiche” fin qui individuate dalla scienza politica, e il modificarsi del rapporto tra “struttura” e “sovrastruttura”: modifica in base alla quale è avvenuto il fenomeno dello spostamento dei rapporti di forza sul piano politico.
    E’ il caso quindi di entrare nel merito, allargando il tiro, per ricordare come – alla fine –la sola risposta possibile sia quella di un progetto di riedificazione della soggettività.
    In questo le note che seguiranno presentano un limite: quello del riferirsi alla specifica esperienza italiana, ma l’economia del discorso non consente, almeno per quest’ occasione, di spaziare ulteriormente.
    La sinistra in Italia, quella riformista e quella rivoluzionaria, è sparita da tempo all’interno del disastro politico – culturale innestato dall’idea della “fine della storia” affermatasi a cavallo degli anni’90 del XX secolo.
    La sinistra italiana che, storicamente, aveva espresso i soggetti più forti dell’occidente, sia sul versante socialista, sia su quello comunista, e il ’68 più “lungo” del pianeta grazie all’intreccio tra operai e studenti, saldatosi nell’autunno caldo del 1969, non esiste più, non ha lasciato traccia sul piano culturale, né epigoni, né eredi.
    Eppure, al di là delle tante analisi sulla liquidazione del PCI forma esauriente ma non totalizzante del comunismo italiano, era esistita, per un lungo periodo, una “nuova sinistra” articolata e complessa nelle sue espressioni di pensiero e nelle sue articolazioni organizzative.
    Una “nuova sinistra” capace di influire culturalmente, sul piano dell’indirizzo di costume, delle capacità d’aggregazione sociale, ben oltre le dimensioni organizzative raggiunte dai gruppi che la esprimevano organizzativamente.
    Allora è proprio nell’esigenza di interloquire produttivamente non tanto e solo con la relazione di Bidet ma con l’intero quadro che pare presentarsi nel convegno di Critica Marxista è il caso di scrivere di quella “nuova sinistra”alla quale si vorrebbe, in questa occasione, dedicare uno spunto di riflessione a posteriori: non certo semplicemente per un utilizzo più o meno corretto della memoria, ma per fissare soprattutto alcuni temi di carattere politico che pure potrebbero essere comparati con ciò che ci ritroviamo intorno, nel difficile frangente che si sta attraversando.
    Egualmente si tenta di corrispondere anche agli intenti di un altro convegno in programma in questi giorni a Roma e organizzato dalla Associazione “Futura Umanità” sul tema: “La lotta di liberazione e la costruzione della democrazia. Centralità dei Partiti e ruolo del PCI”
    Tornando, dunque, al filo del ragionamento :dagli anni’60 la “nuova sinistra” che per induzione è possibile definire come “rivoluzionaria” è stata indicata attraverso l’uso di un’articolata terminologia: gruppettistica, extraparlamentare, appunto “nuova sinistra”, nuove avanguardie, sinistra radicale.
    A questa terminologia si aggiungeva l’utilizzo di tutti gli “ismi” allora in voga: spontaneismo, anarchismo, operaismo.
    Un insieme di definizioni che testimoniano come, in allora e anche adesso, risultasse e risulti davvero difficile ricondurre a unità un fenomeno complesso e contraddittorio.
    Un elemento fondante e comune però c’era: negli anni della modernizzazione italiana l’idea – mito della rivoluzione con la sua forza simbolica risultava costituente per un’intera generazione in via di apprendimento della possibilità di agire militanza politica.
    L’idea – mito della rivoluzione rappresentava la ragione del collocarsi a sinistra e sentirsi parte dei movimenti che volevano cambiare il mondo: basti pensare alla trepidazione con la quale si assisteva al processo di decolonizzazione in Africa e in Asia e al naturale schierarsi rispetto alle vicende dell’Algeria e del Vietnam.
    La rivoluzione intesa come Utopia attorno alla quale è semplicistico affermare si trattasse di una linea di faglia sulla quale si divideva la sinistra italiana.
    Gli stessi fallimenti della rivoluzione socialista, lo stalinismo come le evidenti tirannie prodotte dal cosiddetto “socialismo reale”, erano parte di quel mito e si rispondeva alle tragedie in atto portando avanti l’idea del riscatto intesa come espressione di una ricerca ansiosa di restituire valore a una rivoluzione che poteva subire sconfitte e persino tradimenti ma che restava il fine dell’agire politico.
    Gli sconvolgimenti sovietici al momento del XX congresso del PCUS depotenziarono il rapporto fra prospettiva della rivoluzione socialista e la democrazia progressiva che aveva rappresentato l’asse portante della “doppiezza togliattiana” rappresentando la scommessa storica di quella cultura politica.
    Un equilibrio precario, quello delineato dal togliattismo e dalla linea dei Fronti popolari, che tuttavia era interno a un progetto rivoluzionario e si legittimava in quanto era parte di un orizzonte più ampio.
    Seguì, in quel frangente, una sorta di smarrimento al quale parevano non saper rispondere né le prudenze del “revisionismo” del PCI né il pragmatismo del riformismo socialista.
    Le lotte, per quanto aspre, non oltrepassarono mai dalla dialettica “governo – opposizione” nell’incapacità di tradurre le forme della rivoluzione moderna il difficile rapporto democrazia e socialismo, in una società che scopriva la sua complessità e rivendicava nuove libertà e nuove eguaglianze.
    Su questi punti i nodi furono individuati e denunciati, almeno in due grandi occasioni, quella dell’elaborazione di Raniero Panzieri e dei “Quaderni Rossi” e quella della vicenda del “Manifesto”, ma in entrambi i casi non si verificarono conseguenze politiche adeguate.
    Al combinarsi del mutamento negli scenari internazionali alla trasformazione nella natura del conflitto di classe si modernizzò il capitalismo, mentre la rivoluzione restò in ritardo.
    Il capitalismo e la sua forma politica più compiuta, la democrazia, seppe trasformarsi nell’esclusivo elemento dinamico di un progresso effimero, consumistico, fatto di nuove e più sofisticate tecniche di manipolazione e dominio.
    In quella transizione la sinistra, con i suoi partiti, non superò la sfida di una necessaria rifondazione.
    Fu in quel momento,a cavallo della fine degli anni’60 e l’inizio del decennio successivo, che i tempi della politica e i tempi sociali entrarono in rotta di collisione.
    Da ciò derivava l’esigenza di una rivoluzione senza aggettivi, sinonimo di cambiamento, mutazione, trasformazione, rivolgimento; sinonimo d criticità al mondo industriale, al consumismo, al progresso privo di qualità e valore.
    Anche la violenza faceva parte di questi codici: “la rivoluzione non è un pranzo di gala” recitava una citazione di Mao, e da Cuba, Castro e il Che ricordavano che contro ogni intellettualistica esitazione “il dovere di un rivoluzionario è fare la rivoluzione”.
    Prima della scienza e della razionalità politica, ammesso che questa possa esistere, veniva il desiderio di un mondo diverso.
    Aggrapparsi ai modelli, fossero essi la Russia, la Cina, Cuba, l’America latina derivava dal timore di non essere compresi, era cercare di far intendere che in qualche parte del mondo il sogno non era un sogno una realtà in costruzione e ciò lo rendeva possibile, praticabile, dimostrabile.
    La “sinistra da farsi” combatteva così contro la sua storia, con l’obsolescenza di categorie che si intendeva riformulare, con l’evidente anacronismo delle sue forme organizzative (mentre il sindacato passava dalle commissioni interne ai consigli, i piccoli gruppi marxleninisti restavano ancorati al centralismo democratico, mentre Lotta Continua si arenava sull’assemblearismo / leaderismo).
    In quello scontro “nuova sinistra versus storia della sinistra” la sconfitta era tutto dell’idea di rinnovare finendo così con l’oscillare in maniera perdente tra la battaglia contro un revisionismo inesistente perché impossibile e una rivoluzione evocata ma confusamente dispersa nei meandri di un’Utopia evocata ma non ricercata come soggetto costituente di un’ipotesi politica.
    Appariva incolmabile il divario tra aspettative ed esiti delle rivoluzioni comuniste e cresceva la contraddizione fra domanda di liberazione e peso dello sfruttamento nei sistemi definiti “democratici”.
    Mentre culture pensate come “altre”, basta riferirsi al grande significato del femminismo, suggerivano e reclamavano un’altra idea di rivoluzione sconvolgendo ragioni, categorie, nomenclature la sinistra, riformista e rivoluzionaria, restava prigioniera della sua tradizione condannandosi al ritardo.
    Ribellismo e violenza, ideologismo e politicismo, contrapposizione tra mitica ora X e quotidianità, fra individui e collettività: tutti nodi non sciolti impedienti a inventare una nuova rivoluzione della sinistra.
    Su queste basi il fallimento di fronte al “moderno”, l’acquiescenza al politicismo inteso come governabilità, il rifugiarsi nel movimentismo e nel leaderismo apparentemente imposto dal modificarsi dei termini concreti della comunicazione di massa, l’esaurimento delle prospettive stesse di un’aggregazione politica.
    Da dove ripartire allora?
    Si riprendono a questo punto alcuni elementi già espressi in alcune occasioni e che, collegati proprio all’analisi fin qui sviluppata, mantengono sicuramente una loro stringente attualità nella considerazione anche dell’immobilismo culturale che sembra aver attanagliato l’insieme delle labili proposte politiche ancora in atto su questo versante.
    Con buona pace delle proclamazioni relative al “superamento dei concetti di destra e di sinistra” questi interessi e questa cause, al di là della retorica, sono sempre condivisi, per loro stessa natura, solo da una parte della popolazione complessiva.
    Per questo motivo la classificazione “classica” delle diversità tra i partiti politici si è sempre realizzata usando quella che è stata definita “teoria delle fratture”, via via attualizzata nel tempo con il mutare delle condizioni culturali, sociali, tecnologiche.
    Quella “teoria delle fratture” che si chiede oggi di aggiornare alla luce di quanto avvenuto negli ultimi tempi.
    E’ evidente, in questo, che il riferimento non è soltanto semplicisticamente al sistema politico italiano, ma è a questo che dal nostro punto di vista ci rivolgiamo per inserire la nostra proposta di nuova soggettività politica della sinistra d’alternativa e di opposizione: questo intervento è dunque rivolto a promuovere questa precisa eventualità.
    Il più importante aggiornamento nella “teoria delle fratture” è avvenuto nel 1967 per opera di Lipset e Rokkan, attraverso la divisione tra “fratture post-industriali” e la “frattura di classe” che aveva assunto assoluta rilevanza durante la rivoluzione industriale alla fine del XIX secolo.
    Con la “frattura di classe” gli attori sociali si contrappongono in base a interessi economici divergenti provocando un conflitto di tipo “verticale” tra attori che si guadagnano da vivere con il proprio lavoro e attori che si guadagnano da vivere attraverso lo sfruttamento della proprietà o del capitale.
    La definizione più netta e precisa della “frattura di classe” è sicuramente quella di Karl Marx contenuta nel testo “La povertà della filosofia” del 1847 “gli individui fanno parte di una classe in sé in virtù della relazione obiettiva che intrattengono con i mezzi di produzione”.
    Si può dire che per gran parte del XX secolo la “frattura di classe” abbia rappresentato un punto di riferimento stabile nelle dinamiche dei diversi sistemi politici, anche oltre le differenziazioni teoriche e ideologiche e del formarsi di “ceti politici” di tipo professionale che, alla fine, hanno potuto perseguire obiettivi distinti da quelli della classe che intendevano rappresentare, come ben descritto da Michels nella sua elaborazione circa “la legge ferrea dell’oligarchia” e nelle analisi sulla politica come professione elaborate da Max Weber.
    Era così emersa un’ipotesi di “congelamento” delle fratture esistenti anche per spiegare perché i partiti politici che dominavano le elezioni negli anni’60 del XX secolo erano gli stessi partiti che avevano dominato le elezioni decenni prima, negli anni’20 o ’30 ed egualmente per spiegare l’accumulo di consenso realizzato, comunque, dai partiti al potere nei regimi dell’Est europeo a cosiddetta “rivoluzione avvenuta” o di “socialismo reale”.
    L’ipotesi del “congelamento” viene messa in discussione a partire dalla fine degli anni’80 con l’emergere di nuovi fenomeni sociali quali quelli dell’ambientalismo e dell’immigrazione al punto che Inglehart nel 1997 afferma come si sia di fronte a un mutamento di valori all’interno delle società industriali avanzate, passando da valori “materialisti” a valori “post materialisti”.
    Da allora si è assistito a un declino nella rilevanza delle fratture più tradizionali e all’emergere appunto di una non meglio definita frattura “post-materialista”, in quadro di generale richiesta di espansione della libertà umana.
    A questo punto è facile individuare, sotto questo profilo, le ragioni teoriche di ciò che è accaduto nell’ultimo decennio del secolo scorso rispetto allo sconvolgimento di sistemi politici consolidati, alla caduta dei regimi dell’Est europeo, al mutamento complessivo di paradigma nella natura dei partiti politici con il rovesciarsi del rapporto tra gli interessi dei ceti politici professionalizzati (governabilità, personalizzazione) e quelli dei rappresentati in nome delle “fratture sociali” persistenti.
    Nel frattempo si è realizzato un altro rovesciamento “storico” sul piano della comunicazione di massa e del rapporto tra questo e il consumo individuale: una novità fondamentale che ha dato vita al fenomeno della cosiddetta “globalizzazione”, esplosa in particolare nella prima parte di questo decennio del X XI secolo.
    Su questa base si sono verificati due fenomeni di portata assolutamente epocale: quello del passaggio da un’idea del collettivo sociale all’individualismo di massa (sulla base del quale la democrazia ha assunto le vesti della cosiddetta “democrazia del pubblico”) e dello smarrimento da parte dei partiti politici dell’idea della rappresentanza.
    Due fenomeni che hanno determinato il formarsi di nuove élite e di nuovi intrecci tra economia e politica al fine di determinare livelli diversi da quelli della governabilità democratica novecentesca.
    Si stanno così affermando nuovi modelli di governabilità autoritaria in economia come in politica e su questa base, è stato attuato, il tentativo della sola superpotenza rimasta in campo per un lungo periodo di “esportazione della democrazia” attraverso la guerra.
    All’interno di questo quadro, sommariamente descritto, l’opposizione è stata affidata, in generale e a prescindere dalla diversa qualità e composizione dei sistemi politici, alla protesta movimentista, all’idea che le “moltitudini” potessero provocare con i loro sommovimenti un mutamento di equilibri, spostando, sul piano teorico, la realtà della “frattura di classe” verso una ricerca di richiesta di restituzione di non meglio precisati “beni comuni”, intesi soprattutto come valori ambientali e di disponibilità essenziali per la vita umana.
    Mentre questo quadro sta mutando e la globalizzazione sembra essersi arrestata tornando d’imperio sulla scena del mondo il primato della geopolitica e la contrapposizione a livello planetario non si è riusciti a invertire la tendenza proprio nel definire un aggiornamento teorico relativo proprio alla realtà delle “fratture” esistenti, sulla base del quale riaggregare primordialmente interessi specifici.
    Sembrano quattro le grandi questioni sul tappeto.
    1) Quella del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse e la prospettiva di vivibilità del genere umano
    2) Quella della capacità cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura (e quindi di educazione globale) che le nuove tecnologie hanno prepotentemente messo in campo nel corso degli ultimi anni.
    3) Quella della riproduzione della specie, al riguardo della quale prendo a prestito una definizione, in forma interrogativa, posta da Lidia Menapace secondo la quale” resta senza risposta la domanda posta da Malthus, mentre ottengono risposta quelle poste da Marx”. E ancora: ” Il fatto è che se la riproduzione della specie non è considerata questione teorica politica sociale, generale insomma, non si va oltre l'orizzonte dato. dunque sempre che si risponda a quella domanda, oggi supportata dall'affermazione del Consiglio di sicurezza delle N. U.: cioè che la popolazione del pianeta è stabilmente fatta di una maggioranza di donne, che occupano per lo più ovunque gli strati meno favoriti della società: come si fa anche solo a pensare la rivoluzione anticapitalistica se la sinistra di classe resta tenacemente "monoteista" (la classe come dio) e non è in grado di concepire un disegno alternativo di società nel quale l'economia della riproduzione (biologica domestica e sociale) ha il suo posto e non si accetta "la riduzione della complessità"!, ma si accetta e rinvia la sfida di un disegno di società molteplice, complessa appunto assolutamente laica, senza dei di sorta.
    4) Quella della guerra intesa come strumento di risoluzione del conflitto nel senso della cosiddetta “esportazione della democrazia”: la nota costante cioè della fase contraddistinta dalla presenza di un’unica superpotenza che è stata all’origine del disastro epocale in atto in zone di grandissima sensibilità rispetto al complesso degli equilibri planetari. Un disastro che oggi si sta riversando e allargando a macchia d’olio in tutto il pianeta provocando fenomeni che, sicuramente in modo semplicistico, possono ben essere definiti come ritorno al Medioevo, quella fase cioè intesa dagli storici come quella dei “secoli bui”.
    Sono questi i punti di riflessione sui quali soffermarsi: nel momento in cui appare necessario muoversi sul terreno di una nuova dimensione collettiva dell’agire politico da strutturare organizzativamente qui e ora dove ci troviamo concretamente, come riuscire a far sì che il contesto di interessi che legano la classe che s’intende rappresentare a questo tipo di fenomeni appena descritti assuma una veste politica definita, sia sul piano teorico di riferimento sia rispetto a un progetto di radicale trasformazione sociale e politica.
    A questo punto appare indispensabile lavorare su di un aggiornamento della “teoria delle fratture” del livello di quello che appunto fu elaborato al momento della comparsa dell’insostituibile e comunque fondamentale “frattura di classe”.
    “Frattura di classe” che rimane comunque quella cui riferirsi come elemento attorno alla quale intrecciare, all’interno di un progetto politico, l’insieme delle fratture operanti nella articolata complessità sociale, a tutti i livelli.
    L’idea “no global” che affascinò “il mouvement” alla fine del secolo scorso e quella di una multipolarità di centri di potere a livello mondiale tale da bilanciare l’unica superpotenza attraverso un’assunzione di ruolo da parte dei cosiddetti Paesi emergenti hanno mostrato la corda di un’insufficienza rispetto alla complessità dello stato di cose in atto dando origine anche a clamorosi equivoci sul piano politico.
    Sono stati scambiati, infatti, soggetti di puro “movimentismo governista”, del tutto interni al quadro generale del sistema, con soggetti di reale alternativa: e, nello specifico del “caso italiano” si sta insistendo su questa strada completamente sbagliata.
    Serve, prima di tutto ,un aggiornamento teorico che corrisponda a un’iniziativa politica posta all’altezza delle contraddizioni dell’oggi che verifichiamo drammaticamente operanti nella vita di tutti i giorni.
    La sola risposta alla “dittatura del capitalismo” lucidamente individuata nella relazione di Bidet e che appare il solo sbocco possibile alla crisi della democrazia progressiva non potrà che essere quella di un rinnovamento radicale di una proposta politica che parta da un preciso dato di identità di opposizione e di proposta anticapitalista e quindi dalla domanda originaria di rappresentanza politica, rimasta inevasa anche al tempo della sinistra rivoluzionaria, tale da comprendere davvero tutta la complessità e le sfaccettature insite in questa fase storica di feroce gestione del ciclo economico e sociale.
    Si tratta di porsi, ancora una volta, con coerenza sul terreno del “ribaltamento” storico dei rapporti di forza.

    Franco Astengo

    8798