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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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IL GRANDE EVENTO DELLA RIVOLUZIONE.

Movimento operaio: mio Dio come siamo caduti in basso!

(6 Novembre 2015)

Ogni tanto capita che l'incrocio tra le condizioni oggettive
del ciclo capitalista e l'irruzione della soggettività di classe
produca la rivoluzione sociale, come nel 1917, e poche altre volte.
Non si tatta di commemorare o di tentare inutilmente di riprodurre il non riproducibile, ma di trarne tutti gli insegnamenti invariabili: quelli di una strategia a guida di una organizzazione
forgiata nella prassi del conflitto quotidiano.
E non si tatta nemmeno di prevedere i tempi
della prossima rivoluzione, ma di presentarsi pronti,
attrezzati a quel sicuro appuntamento storico.

Pena la barbarie per l'intera umanità.

IL GRANDE EVENTO DELLA RIVOLUZIONE.

Movimento operaio: mio dio come siamo caduti in basso!

Come ormai succede da molti anni, l'autunno è caldo solo metereologicamente.
Anzi, piu' è assordante il silenzio e paralizzane l'anestesia operaia, piu' si moltiplicano grandi, piccole e misere manovre di scomposizione, ricomposizione e moltiplicazione delle sinistre di stato.
Le tanto agognate “riforme di struttura” per le quali hanno lottato e votato intere generazioni operaie, adesso, le fanno i governi servi dei padroni italiani ed europei.
La sinistra ex socialdemocratica al potere ultima il lavoro sporco contro gli sfruttati completando l'opera di altre compagini politiche succedutesi negli ultimi anni.
L'attacco è a fondo, mira all'attacco finale al lavoro salariato e alla sua rigidità, al welfare e ad i suoi antichi moduli sistemici, e non trova resistenza.
D'altra parte, se i partiti parlamentari sono tutti ed in egual misura partiti dei padroni, non sono da meno le complicità dei sindacati di stato con l'intero piano di ristrutturazione capitalista.
La crisi che sembra lentamente allontanarsi lascia sul campo, esanime, il corpo operaio, incapace ormai anche solo di sentirsi parte di un'unica categoria sociale, attraversato spesso anche da pulsioni di piccola corruttela a salvaguardia della propria sopravvivenza individuale.
I lodevoli, anche se piccoli e diluiti nello spazio e nel tempo, movimenti di resistenza sindacle non riescono ad andare oltre la testimonianza, isolati ed attaccati dallo stato come sono.
Dal canto suo, il sindacalismo autonomo e di base non ha vinto la scommessa sostitutiva con i confederali e non riesce ancora nemmeno ad unire le proprie forze, decretando nei fatti se non la propria fine, di certo la propria inconsistenza ed immaturità in questa situazione disastrata.
Insomma di fronte alla crisi, e dopo anni di ululati su “noi la crisi non la paghiamo”, la crisi la paga il proletariato fino in fondo, non solo non producendo una risposta di classe adeguata, ma nemmeno organizzando una ritirata ordinata che conservi gli elementi basilari per una ripresa del conflitto.


Un momento buio per il movimento operaio, senza teoria, senza strategia, senza organizzazione, senza la capacità di alzare lo sguardo sul mondo, come sarebbe necessario per tentare di capire le veloci trasformazioni in atto, ed attrezzarsi a superarle.
Eppure, anche nelle fasi tragiche come questa, quando nei militanti senza organizzazione è forte la tentazione di rifuire nel privato e nell'abbandono, il tempo e le cose LAVORANO PER NOI!
Non dobbiamo perdere la fiducia nella teoria della rivoluzione, quando ci insegna che il sistema dominante da un lato cerca di risolvere le proprie crisi scaricandocele addosso, dall'altra si scava la fossa da solo, approfondendo le proprie contraddizioni, rendendo il suo mondo sempre piu' complicato e competitivo, creando ed espandendo le condizioni per nuove crisi e guerre, planetizzando l'endemico e crescente contrasto tra la tendenza storica alla socializzazione della produzione e l'accumulazione privata del prodotto.
Non vogliamo rispolverare alcuna “teoria del crollo” ma solo guardare dialetticamente la realtà che se da un lato è deprimente, dall'altro offre spunti e spiragli convenienti e sfruttabili anche in questa fase di difficoltà.
L'antico tessuto di avanguardie operaie protagoniste delle lotte del secolo passato può confrontarsi oggi, scevra da orticelli e campanilismi politici ormai appassiti, con i lavoratori piu' coscienti delle nuove generazioni operaie contaminate dalle migrazioni e segnate dall' attuale lungo ciclo del riflusso?
E' possibile ricominciare a pensare ad un primo coaugulo organizzativo, indipendente separato e distinto da tutti gli altri partiti, composto da questi lavoratori e da queste diverse esperienze?
E' possibile ricominciare a tessere le fila di un'organizzazione delle avanguardie operaie delle lotte e del riflusso?
Non si tratta di evocare a chiacchiere movimenti di massa sostanzialmente assenti, ma di cominciare a costruire lo strumento per orientarli quando questi inevitabilmente si produrranno, pena il loro ridimensionamento o, peggio, l'utilizzo per scopi e fini di altre classi sociali.


Di per se, il movimentismo praticista senza principi
è sempre opportunista, perchè rifiutando la teoria e la strategia rifiuta nei fatti il movimento rivoluzionario.
Quando poi, come accade in questi anni,
il movimentismo tenta di perpetuarsi in assenza di movimenti reali, diventa pantomima, simulazione del conflitto,
spettacolarizzazione di se stesso alla ricerca del passaggio mediatico piu' che della costruzione di favorevoli rapporti di forza tra le classi.

Per una critica del movimentismo senza movimenti.

Quando non acquista direttamente le sembianze delatorie o di sponda paraistituzionale e “democratico-partecipative”, l'opportunismo praticista-contingentista può essere costretto in due principali “categorie di pensiero”.
La prima è quella di chi utopisticamente vuol fermare o frenare il movimento reale della società, come chi vuole “uscire dall'euro” facendo oggettivamente coppia con il piu' becero nazionalismo xenofobo, illudendo ed illudendosi di poter superare la forma che oggi assume la competizione interimperialista tra blocchi continentali.


La seconda è quella di chi propone “esodi e fuoriuscite” dal sistema capitalista cercando di eroderlo dall'interno, fino a produrre “basi rosse” di contropotere .

Ambedue le manifestazioni opportuniste concordano nell'escludere la rottura rivoluzionaria e l'esercizio anche robusto del potere operaio come passaggio essenziale di ogni trasformazione sociale, finendo sostanzialmente chi nel parlamentarismo chi nel compiacimento autoghettizzante.
La miseria politica odierna concorre a peggiorare ancora, se possibile, la situazione arricchendo il ciarpame opportunista di narrazioni tanto avventuriere quanto parolaie.
Nell'ultimo quindicennio, sempre a rimorchio di “grandi eventi” voluti dai padroni e senza riuscire ad impedirli né ad impensierirli, si è passati senza colpo ferire e senza nulla imparare dalla “rottura delle zone rosse” Genovesi agli “altri mondi possibili”, dagli “assedi” per “non pagare la crisi” ai secchi di vernice sulle banche scambiati per “sanzioni”, fino alle ultime chiacchiere contro l'expò e le “campagne prima i poveri” all'”assalto del giubileo” prossimo venturo.

Siamo all'abbandono anche lessicale, prima che sostanziale, di ogni terminologia di classe, come di ogni sia pur minima strategia di conflitto sociale.
E' un bene che tutto divenga piu' chiaro.
L'opera di demistificazione e denuncia dell'opportunismo comunque camuffato è parte fondante la possibilità della ripresa di classe, finalmente libera da fardelli ed ancore che tanto hanno contribuito a mandarla a fondo.

Per l'organizzazione delle avanguardie di classe conoscere e combattere la società borghese fa il paio con la lotta contro tutti coloro che la difendono, a vario titolo e comunque camuffati.

Pino ferroviere

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