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(25 Aprile 2010) Enzo Apicella

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Se Salvini fa Almirante e Silvio l’antifascista

(9 Novembre 2015)

bologna resiste

La giornata bolognese dell’otto novembre, caratterizzata da giuste proteste contro questa nuova saldatura della destra italiane attorno alla figura di Matteo Salvini, serve anche per qualche considerazione sul messaggio che, da questo tipo di destre, arriva alla grande audience generalista.

Parliamo di audience non a caso visto che la sovrapposizione tra agire politico e influenza sull’opinione pubblica è stata naturalizzata da tempo. Con in risultato di avere, in politica, nuove leve convinte che basti taggare e linkare su Facebook sia già qualcosa di concreto e vecchie leve che, parlando ad un elettorato da salotto tv già espulso dai processi lavorativi da tempo, riportano le lancette della politica indietro di venti o trenta anni (il periodo in cui il target al quale comunicare si è formato le ultime convinzioni).

Scherzi dell’audience, nonostante le prosteste e gli incidenti, grazie al solito atteggiamento muscolare di un renzismo senza contenuti, Valentino Rossi ha surclassato, anche sui siti dei giornali non sportivo il livello di attenzione ottenuto da Salvini. Il quale, intelligentemente, avendo capito il problema ha incitato, alla fine della manifestazione di Bologna, i propri militanti a seguire la gara di “Valentino”. Anzi, lo stesso discorso di Salvini è stato ridotto nei tempi sia a causa del protarsi del discorso di Berlusconi, sia per far seguire a quanti più leghisti possibile la gara di Valentino Rossi. Cercando quel corto circuito continuo tra sport e politica che, a suo tempo, ha fatto la fortuna elettorale di Silvio Berlusconi. Il quale, sul palco, ha mostrato di essere il vero decano della comunicazione politica italiana. Un pò fischiato dai leghisti in piazza, che non hanno percepito il lavoro di collegamento tra segmenti di audience che Berlusconi sta provando a fare, il fondatore di Forza Italia ha mostrato qualche pezzo di repertorio: libertà individuale, no tasse, no Europa. Nonostante i quasi ottanta anni, Berlusconi ha fatto vedere dal vivo come si vendono prodotti in comunicazione politica. Una lezione che le varie sinistre, specie quelle perse in una autoreferenzialità degna altre cause, rischiano di non imparare mai. C’è da chiedersi come mai una cultura tipica dell’oratoria nei grandi spazi, come la sinistra da comizio, non sappia riprodursi nei grandi numeri, e nelle tecnologie, da audience generalista. Berlusconi, anche in versione statua di sé stesso, riesce benissimo in entrambi i piani. Altro che uomo di plastica.

Salvini, una volta arrivato al microfono, ha dimostrato di non essere all’altezza di chi ha rifondato la comunicazione della destra dopo Mussolini. Non sa gestire le tonalità della rabbia durante il discorso, per poter parlare ai grandi numeri, cosa che a Berlusconi in pubblico è sempre riuscito benissimo. Ma la forza di Salvini, usata consapevolmente, è tutta social. Se il discorso lascia a desiderare, twitter, Whatsapp e Facebook producono miriadi di dettagli del discorso leghista. Frammenti di parole come icone complete, come foto curiose o personali che rendono Salvini, come da canoni di scuola social media della seconda metà anni duemila, molto più vicino a chi lo fruisce. Pazienza se non è un oratore, il fatto poi che sia su tutti i media lo rende importante e tale qualità passa attraverso la fruizione individuale del prodotto “noi con Salvini”. I contenuti sono abbastanza scontati: costruzione del capro espiatorio, dall’immigrazione ad Alfano e del senso di liberazione una volta, come dire, espiato il capro.

In piazza Salvini rielabora il modello Almirante: la propria presenza come provocazione per creare l’evento. Questo si in stile fascista e di qui la naturale, e comprensibile, risposta della piazza tutte le volte che si presenta Salvini. In questo modo però ogni visita non è mai abitudinaria è almeno l’evento della stagione. Poi, se succede qualcosa Salvini va sul velluto. Le altre forze politiche condanneranno la violenza dei manifestanti, insultati come “zecche”. Sul piano dell’audience una rendita politica quasi a costo zero. A parte qualche fuga da qualche città un pò più avventurosa del solito, s’intende.

Berlusconi, ben consapevole del modello comunicativo di destra interpretato da Salvini, a Bologna ha temperato il discorso leghista. Parlando di rischio dittatura fascista di Renzi (la coerenza tra la narrazione del giorno e, ad esempio, la visita al Nazareno non è specialità della casa) e di Grillo come autore di discorsi alla Hitler. Un campione del antifascismo in piazza, insomma, con accanto la Meloni, personaggio che ostenta fascismo da tutti i pori, e Salvini che ha avuto alleanze con Casa Pound (non scesa in piazza a Bologna).

Al di là degli aspetti surreali, di questo modo di comunicare, vanno colti soprattutto quelli reali. Berlusconi, e chi lavora per lui, sa benissimo che in una società neotribale e differenziata come la nostra si ottengono grandi numeri, di audience ed elettorali, sovrapponendo stili comunicativi differenti. Del resto oggi in questo paese si contendono il campo della politica istituzionale tre populismi differenti: quello liberista di Renzi, il cui uso a reti unificate della tv dovrebbe far preoccupare; quello dei grillini, talmente preso oggi nel microfisico da parlare della legge di stabilità come se fosse una questione legata alla legge sulle slot machine; quello di Salvini che, come si vede, in un modo o in altro cerca di uscire dal tradizionale alveo dell’elettorato leghista pur mantendendo tratti ineludibili della (ehm) tradizione.

Sull’incapacità della sinistra di rompere questi modelli, sul piano comunicativo, si tratterebbe di essere spietati. Ma c’è troppo minimimalismo in giro, troppa vista corta, per far emergere un discorso clinico su questi temi. Va aspettata l’alta marea, piuttosto. E vanno ringraziate, di cuore, tutte le persone che si sono messe generosamente in gioco a Bologna.

redazione, 8 novembre 2015

Redazione Senza Soste

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