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Lettera aperta ai compagni di Lavoro e Società-Cambiare rotta di Como

(20 Maggio 2005)

La discussione sull’inserimento di un compagno di Lavoro e Società come sesto componente della segreteria della Camera del Lavoro di Como ha rappresentato il punto più basso della nostra vicenda locale come sinistra sindacale interna alla CGIL. L’aspetto più preoccupante non è stato la pur penosa discussione sul nome da indicare in segreteria, quanto il fatto che questa discussione non sia stata inserita in un contesto di valutazione politica sul significato della nostra presenza nella CGIL nell’ambito di una valutazione delle linee di tendenza della CGIL stessa. Per fortuna s’è trovata alla fine una soluzione che dovrebbe evitare d’approfondire le divaricazioni emerse e che potrebbe aiutare a ritessere il filo di un discorso unitario.

Noi che sottoscriviamo questa lettera siamo consapevoli di avere un certo vantaggio nel discutere di queste questioni, in quanto non siamo mai stati in lizza per contendere dei posti di vertice nel sindacato. Una scelta dettata dalla convinzione che la linea del sindacato non si possa modificare conquistandone, magari pezzo a pezzo, la struttura, ma solo costruendo al suo interno dei rapporti di forza basati su di un effettivo protagonismo dei lavoratori. Per questo non ci siamo mai preoccupati di andare oltre una nostra presenza nei direttivi di categoria e di Camera del Lavoro. Anche in quest’ultimo abbiamo nei due ultimi congressi rifiutato uno dei posti offertici, proponendo che fosse assegnato entrambe le volte a un lavoratore immigrato. Cosa che è stata concretizzata con l’inserimento, ad ogni congresso, di uno di essi.

Questa nostra posizione non ci induce a giudicare con malevolenza i compagni che, diversamente da noi, reputano importante la presenza nelle strutture operative. Abbiamo piena comprensione per chi svolge un’azione politica d’opposizione all’interno di tali strutture. Comprensione minore e un certo fastidio lo manifestiamo, invece, apertamente per chi interpreta questo ruolo con modalità talmente compromissorie da lasciar trasparire una ricerca di accomodamento individuale piuttosto che una dislocazione di battaglia politica. Tuttavia, con tutti e fra tutti riteniamo indispensabile tenere viva una discussione politica che alimenti di continuo le ragioni della presenza della sinistra sindacale e s’interroghi costantemente sul proprio ruolo e funzione. Se diamo un giudizio preoccupato della discussione sul “sesto” in segreteria è proprio perché ci pare che essa abbia evidenziato un pericoloso scollamento con la necessaria riflessione su tali ruolo e funzione. Saremmo felicissimi di riconoscere di esserci sbagliati e rivolgiamo a tutti il presente invito a riprendere la discussione politica anche nella speranza che la nostra preoccupazione venga totalmente fugata.

Veniamo subito al nocciolo del problema. Dentro Lavoro e Società si diffonde sempre più l’idea che al prossimo congresso non ci saranno due tesi alternative, ma un'unica tesi congressuale. Chi sostiene questa ipotesi come possibile o addirittura auspicabile aggiunge subito che non comporterà una diminuzione dell’agibilità politica, tanto è vero, si spiega, che le strutture direttive saranno formate sulla base delle percentuali del precedente congresso. Va da sé che chi ragiona in termini di “proprio” posto non ha nulla da temere: esso è garantito anche nel futuro. Ma tutti gli altri, quelli che ritengono fondamentale la “presenza” nelle strutture come premessa della battaglia politica e quelli che attribuiscono ai “posti” un valore marginale o nullo non potranno evitare la domanda che Donato Supino ha lucidamente posto in una delle defatiganti riunioni per il “sesto”: quali prezzi politici comporta la scelta di andare a un congresso senza tesi alternative?

La risposta al quesito non può essere rimessa alla buona volontà di ciascuno di noi. La lunga esperienza politica da cui tutti deriviamo dovrebbe già averci sufficientemente edotti sul fatto che quando si accettano dei patti si è chiamati, prima o poi, a rispettarli. Non basta, perciò, professare la volontà di preservare la propria autonomia politica se si sottoscrivono patti la cui osservanza richiede la rinuncia a quell’autonomia. Qualcuno potrebbe obiettare: perché ritenete che un patto di co-gestione della CGIL sulla base delle percentuali del precedente congresso metterebbe in discussione l’autonomia politica di Lavoro e Società?

Per rispondere al quesito bisogna partire un po’ da lontano, ovvero esercitarsi nella discussione politica che le ultime vicende (la discussione sul “sesto”) hanno sostanzialmente accantonato.

Iniziamo col porci un’altra domanda: dove va la CGIL?

La CGIL, che rimane di gran lunga il sindacato che raccoglie le simpatie dei lavoratori che si collocano su un terreno tendenzialmente di classe (e non come semplici individui), ha conosciuto, di recente, una grande stagione di rivalutazione. Le iniziative di lotta del 2002 attorno alla questione dell’art. 18, e -non lo si dimentichi- quelle della Fiom per ri-affermare un punto di vista dei lavoratori slegato dagli interessi aziendali e padronali, hanno condensato attorno alla CGIL le aspettative dei lavoratori che sentivano il bisogno di ristabilire un argine di difesa collettiva contro la diffusione dell’individualismo nei rapporti di lavoro. Ed hanno anche avuto il meritevole pregio di attirare l’attenzione di una rilevante schiera di giovani che, scaraventati senza rete nel mercato del lavoro flessibile e precario, vedevano in azione una forza in grado di prospettargli la possibilità di uscire dalla situazione di ricatto e impotenza in cui sono precipitati dal diffondersi delle “nuove regole” del mercato del lavoro.

Questa stagione ha “portato a casa” senz’altro l’abbandono da parte del governo dell’intento di cancellare l’art. 18. Non è poco, né era scontato. Sia chiaro. Tuttavia, le altre aspettative che quel movimento aveva suscitato (anche grazie all’espandersi di altri movimenti: no-global, contro la guerra, ecc. con i quali la Fiom e la stessa CGIL hanno cercato di intessere una seria interlocuzione) sono state, sostanzialmente, lasciate nel vuoto. Per meglio dire, il messaggio che il movimento ha recepito è stato che l’obiettivo di difendere l’art. 18 era vivamente sentito dalla CGIL, mentre per tutti gli altri si rimandava a un diverso quadro politico che si sarebbe potuto conseguire solo con un successo elettorale di uno schieramento avverso a Berlusconi.

Giusto o sbagliato che sia stato il “rimando” ci troviamo, oggi, dinanzi a preoccupanti scenari. Il centro-sinistra che si prepara a sostituire Berlusconi a partire dal 2006 (o, per lo meno, che crede -o s’illude?- di essere candidato a sostituirlo) è impegnato a prendere le distanze dalle aspettative che i lavoratori s’erano fatti sotto l’influsso delle iniziative della CGIL e del contagio con gli altri movimenti degli ultimi 3/4 anni con cui queste avevano mostrato di contaminarsi volentieri.

Non c’è solo D’Alema che riecheggia le teorie dei “neo-cons” USA a proposito dell’esportazione della democrazia, se del caso anche con le armi. Non c’è solo Rutelli a escludere l’abrogazione della legge 30, prospettando al più semplici “modifiche”. C’è anche Prodi che non perde occasione per ricordare la necessità di tenere conto dei “numeri”, ossia delle compatibilità dei bilanci pubblici, per ribadire che il problema più cogente è di rilanciare la competitività delle aziende, e che il modo principale per conseguirla è di operare un drastico contenimento del costo del lavoro. Per non parlare, poi, del coro monocorde di tutta l’Unione sulla necessità di riprendere le privatizzazioni, “inopinatamente” tralasciate da Berlusconi, di “ri-fondare” il welfare state, con annesse ulteriori “riforme” di pensioni, scuola, e sanità. C’è ancora chi vuol credere (o far credere, che fa lo stesso) che l’Unione non abbia un programma, che i suoi “stati generali” debbano ancora stilarne uno, c’è ancora chi ha difficoltà a sommare due+due, ma il programma del centro-sinistra è, in realtà, già bello che scritto. Le continue conferme sul peggioramento dei conti pubblici, sulla dinamica decrescente delle esportazioni e sul rallentamento progressivo della produzione industriale stanno inducendo il centro-sinistra ad abbandonare anche le svaporate promesse di miglioramento delle condizioni salariali e sociali dei lavoratori che, pure, fino a qualche mese fa comparivano nei discorsi di alcuni suoi esponenti. La realtà, semplice ma drammatica, è che il centro-sinistra si prepara a gestire una nuova fase di “lacrime e sangue”, probabilmente anche più dura di quella che ha gestito fino al 2001 con i governi Dini, Prodi e D’Alema.

Come si prepara la CGIL ad affrontare questa stagione? Qualcuno crede sinceramente che la CGIL sarà disponibile a lanciare contro un eventuale governo Prodi una fase di lotte paragonabile a quella lanciata contro Berlusconi? Sappiamo che la domanda è retorica, perché chiunque conosca la storia e la natura della CGIL sa perfettamente che questo non è assolutamente compreso nelle ipotesi possibili. Se non si ritenesse sufficiente conoscere storia e natura della CGIL basterebbe riflettere sulle dichiarazioni e sulle iniziative non solo dei famosi 49, ma dello stesso Epifani e del suo entourage, tanto spesso, ormai, velate dietro il perseguimento di una nuova unità con CISL e UIL.

Se anche questo non fosse sufficiente si potrebbe riflettere sul modo in cui si sta comportando anche la dirigenza locale della CGIL. Veniamo qui a uno dei punti che avremmo dovuto discutere con serietà e che è, invece, finito all’ultimo dei posti per cedere il passo alla preminente questione del “sesto”.

La critica, tutta politica, della lettera dei due delegati del tessile era che la CGIL sta affrontando, con CISL e UIL, l’emergere della crisi del settore azienda per azienda. La maggioranza ha cercato di depistare la discussione ponendola sul terreno del rispetto delle regole interne e dell’“attacco alla CGIL”. La minoranza, almeno nella reazione del coordinatore regionale dell’area, è caduta in pieno nel tranello. Ma il tema della discussione non era questo, bensì il fatto di affrontare le crisi aziendali allo stesso modo in cui si mangia un carciofo, foglia a foglia. In questo modo il problema non diventa mai politico, non assume una rilevanza tale da richiamare l’attenzione di tutti i lavoratori, e lascia, quindi, i lavoratori soli di fronte ai progetti padronali.

Perché la CGIL si adegua a questo andazzo? Sgombriamo subito il terreno dalla stupidaggine che lo faccia per una sorta di congenita tendenza a “tradire” gli interessi dei lavoratori. Non abbiamo mai creduto a tali stupidaggini, altrimenti non saremmo rimasti nella CGIL. Crediamo che lo faccia con la sincera intenzione di “aiutare” le aziende a resistere ai momenti più violenti della crisi del settore, nella convinzione di fronteggiare il rischio di scomparsa di aziende nazionali o locali, e nella determinazione di salvaguardare dal declino l’apparato industriale italiano e comasco. Il problema è che questa intenzione si traduce nella realtà di consentire che centinaia di lavoratori siano scaraventati da un posto di lavoro coperto da garanzie salariali e sindacali in posti di lavoro molto meno garantiti sotto ogni punto di vista. In questo modo la crisi del tessile viene sfruttata dal padronato e dal governo come occasione per accrescere un esercito industriale di riserva precario e ricattabile. Ciò indurrà, inevitabilmente, a diffondere la crisi a tutti gli altri settori che, forti dell’aumento di un’offerta di forza-lavoro disposta a tutto per alimentare i magri bilanci familiari, vedranno rinforzata la loro tendenza a deprimere il costo del lavoro assumendo lavoratori precari e falcidiando i diritti sindacali e politici dei propri lavoratori. Ciò rivela come la “crisi del tessile” non sia affatto una crisi che riguarda solo questo settore. Ma rivela anche come sia suicida, nel quadro attuale di prevalenza delle politiche “neo-liberiste”, affrontare la crisi di un certo settore come crisi esclusiva di quel determinato settore, o peggio, come crisi che riguarda questa o quella azienda.

Di passaggio notiamo che tale politica concepita per salvare le aziende, otterrà il risultato opposto, in quanto le aziende potendo ricorrere a una manodopera debole e poco costosa, abbandoneranno ogni spinta ad aumentare la competitività con gli investimenti per l’innovazione del prodotto e dei processi produttivi.

La politica di “salvataggio” delle aziende non è propria solo dei vertici locali CGIL o di qualche loro esponente, ma di tutta la maggioranza CGIL, ed ha una piena corrispondenza con i programmi dell’Unione.

L’invito alle RSU dei due delegati del settore tessile si poneva l’obiettivo di invertire la tendenza del carciofo e di trasformare la lotta contro i licenziamenti in una lotta generale di tutti i lavoratori per costruire i rapporti di forza necessari per impedire che i licenziamenti e le chiusure di aziende si trasformino in occasioni per alimentare la precarizzazione del lavoro. È una lotta che abbisogna di un quadro nazionale (e nelle attuali condizioni di globalizzazione, persino internazionale) di mobilitazione, lo sappiamo. Non di meno, mai un piano nazionale (o internazionale) di mobilitazione potrà prescindere da quello locale. Se non si comincia, insomma, dai singoli territori, un quadro nazionale o internazionale di lotta non si darà mai.

La CGIL, dunque, si prepara a un certo tipo di rapporto con il centro-sinistra, e ribadisce la propensione ad “andare incontro” alle esigenze delle aziende incaricandosi del ruolo di contenimento dell’esplosione di crisi sociali e/o politiche, nel timore che possano indebolire le capacità competitive del capitalismo di casa nostra. Per riuscire appieno in questo obiettivo è necessario anestetizzare il fronte critico al proprio interno. L’operazione della maggioranza della CGIL è, quindi, evidente: realizzato il patto per l’assegnazione dei posti nelle strutture politiche e organizzative, esigerà che nessuno dei “patteggiatori” vada oltre le critiche di mera facciata nel denunciare le conseguenze sui lavoratori della sua politica.

Gli anni che attendono il movimento dei lavoratori sono particolarmente minacciosi. La situazione economica generale del capitalismo volge decisamente al brutto. La guerra all’Iraq non ha realizzato le aspettative di abbassamento del prezzo del petrolio, al contrario si è innestata una tendenza all’innalzamento che non pare di breve durata. Il rilancio della produzione e dei commerci auspicato da Bush e alleati non decolla e, anzi, sembra trasformarsi in una generale tendenza al decremento della crescita. Dai paesi del “Terzo Mondo” -Cina e India in testa- emergono con forza crescente tendenze politiche che dimostrano l’indisponibilità a continuare a farsi spellare per alimentare i flussi di profitto verso l’Occidente europeo e americano. Questo quadro generale tra i tanti risvolti ha anche quello di indurre nella stessa classe dei capitalisti una spinta a tesaurizzare, trasformando i profitti in capitali di speculazione immobiliare e finanziaria e non certo in investimenti produttivi. In Italia, come ha denunciato Berlusconi, il problema è particolarmente acuto. Una ricchezza patrimoniale pari a 8 volte il PIL tende ad auto-conservarsi senza trasformarsi in capitale d’investimento, di “intrapresa” come ama definirla il cavaliere. Ma ciò invece di rallentare la pressione a sfruttare il lavoro, la incrementa in sommo grado.

È facile prevedere che il solco già scavato tra lavoratori “garantiti” e lavoratori precari tenderà ad approfondirsi sempre più fino a quando dei primi non sarà rimasto che il solo ricordo. Alla maggioranza CGIL questa prospettiva non piace. Se dipendesse da lei non la sposerebbe, ne siamo sicuri. Purtroppo, però, il pregiudizio nazionalistico e aziendalista rende ciechi. Di conseguenza non si opera concretamente per bloccare la diffusione della precarietà e fermare il trend di perdita di diritti e potere dei lavoratori dentro e fuori il posto di lavoro. Questi obiettivi si potrebbero raggiungere solo con dei rapporti di forza imposti con la mobilitazione di lotta e di organizzazione dei lavoratori. Naturalmente non sarebbe sufficiente ribaltare i rapporti di forza all’interno di un unico paese, ma si dovrebbe incidere sul piano internazionale, perché è a partire da quel piano che la concorrenza dei mercati realizza la sua mortifera metamorfosi in concorrenza tra lavoratori. Sarebbero i lavoratori disponibili a ingaggiare uno scontro di questo tipo?
A noi pare che le lotte degli ultimi anni hanno dimostrato che quando sul campo scende un soggetto con la forza della CGIL, e quando questo soggetto alla sua forza unisce anche una sufficiente determinazione, allora la risposta di mobilitazione dei lavoratori è più che generosa, e offre la certezza di affrontare e, perché no, vincere, anche battaglie apparentemente “troppo” ambiziose. Ricacciare il mostro della concorrenza nella sua tana appare senz’altro ambizioso, eppure domandiamoci con franchezza se esiste un altro modo, per i lavoratori, per sperare di conservare le loro condizioni di vita, di lavoro, sociali e sindacali. Lasciarsi trascinare nel vortice della concorrenza, tra aziende e nazioni, in ultima istanza tra lavoratori, comporta un peggioramento complessivo e diffuso urbe et orbi.

Sappiamo tutti come per la maggioranza CGIL mercato, concorrenza, azienda e nazione siano altrettanti tabù, tanto più irremovibili se al governo nazionale andasse uno schieramento di centro-sinistra. Eppure, ormai, coniugare difesa di quei tabù e difesa dei lavoratori si evidenzia come un esercizio sempre più problematico. Per incensare l’altare dei primi bisogna immolare un numero crescente di vittime dei secondi.

Un successo elettorale nel 2006 del centro-sinistra esporrebbe, dunque, la CGIL a nuovi momenti di profonda crisi nei confronti dei lavoratori. Ad onor del vero non possiamo neanche escludere un’altra ipotesi, persino peggiore. Di cosa si tratta? Il coro di allarmi che va crescendo sui conti pubblici italiani, sull’appropriazione straniera di pezzi d’industria e di finanza italiana, sul sempre più evidente declino dell’apparato industriale italiano ricorda sempre più da vicino quel che accadde nel ’92. D’altronde è ben visibile chi lavora esplicitamente (Ciampi, Fazio, Montezemolo) per un ipotesi di drammatizzazione della crisi da cui uscire con un nuovo “afflato” nazionale simile a quello che portò Trentin a firmare il famigerato accordo che apriva le porte a tutte le contro-riforme degli anni seguenti. Le contro-riforme ci sono state, e sono state pesanti, pur tuttavia nessuna di esse è giunta alle conclusioni che allora il padronato interno e internazionale auspicava. Potrà una drammatizzazione odierna consentire di smantellare definitivamente pensioni, sanità, scuola pubblica, livelli di contrattazione dei lavoratori, in modo più efficace e definitivo di quanto siano riusciti a fare i governi di questo decennio, compreso quello di Berlusconi? Si troverà un Trentin disposto a firmare per “salvare il paese”, magari dimettendosi un minuto dopo?
A pensar male, si sa, si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Non ci auguriamo di indovinare, ma segnaliamo delle trame non fanta-politiche che si vanno rinforzando negli ultimi tempi (per lo meno da quando s’è capito che Berlusconi non ce l’avrebbe fatta a sancire definitivamente la sconfitta dei lavoratori per dare spazio totale al più pieno dei “neo-liberismi”).

Ad ogni buon conto, si realizzi o meno quest’ultima ipotesi, rimangono tutte le contraddizioni dette, e rimane l’evidente progetto della maggioranza CGIL di prepararsi a un determinato rapporto con il centro-sinistra vincente e con le conseguenti politiche per “rilanciare il paese” salassando ancor più i lavoratori.

A noi pare, dunque, che rimangono tutti i motivi che giustificano l’esistenza di un’area interna alla CGIL che svolga un ruolo critico e si prepari a gestire una fase di grandi difficoltà, all’interno della quale battersi per lo sviluppo di nuove effervescenze di lotta e di aggregazione a partire da un processo di saldatura tra garantiti e precari, italiani e immigrati, movimento operaio italiano e degli altri paesi. Prepararsi a un congresso senza tesi alternative, inseguire unicamente un effimero allargamento a Lavoro e Società degli organigrammi interni, significherebbe, a nostro avviso, rinunciare fin da subito a quella battaglia.

Secondo noi, quindi, va ripresa in modo serio, a livello locale e nazionale, la discussione sull’opportunità di presentare delle tesi alternative al prossimo congresso, per prepararsi adeguatamente ad ingaggiare la battaglia per l’autonomia della CGIL dal quadro politico e da ogni subordinazione alle politiche delle aziende e alle politiche che aspirano al rilancio dell’economia nazionale sulla base degli arretramenti dei lavoratori in termini di salario, diritti e potere contrattuale.

Pensiamo che questa debba essere una battaglia ideale e politica, ma pensiamo che questa battaglia sarebbe ancor più credibile se si traducesse anche in termini pratici. La crisi del settore tessile ci offre un’opportunità straordinaria per dimostrare che Lavoro e Società non è solo un’area di discussioni ed elaborazioni, ma che è in grado anche ad assumere un’iniziativa politica in proprio, supportando i delegati e i lavoratori nel tentativo di sottrarre le trattative sugli “esuberi” al chiuso delle stanze dell’Unione Industriali, per lavorare seriamente a costruire un’alternativa di organizzazione e di lotta contro le espulsioni dalle fabbriche e contro la crescente precarizzazione del mercato del lavoro. Possiamo farlo fin da subito, facendoci carico di organizzare un confronto tra delegati della CGIL per promuovere un’iniziativa di tutte le RSU che a partire dalle aziende in crisi del settore si estenda a tutte le aziende, in crisi o meno.

Como 16.5.2005

Nicola Casale, direttivo FP, Donato Petrosino, direttivo CdL, Luigi Gnata, iscritto SPI, Ivano Bogani, direttivo Filtea, Angelo Sali, direttivo Fiom, Antonio Graziano, delegato Filtea, Younes Rhouma, iscritto Fiom, Pietro Rondinelli, delegato Filtea, Marco Fumia, delegato FP-Cgil, Nicola Gilio, iscritto Fiom, Rossano Cavallarin, iscritto SPI, Antonio Curci, iscritto Spi, Massimo Cafasso, iscritto FP-Cgil.

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