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IL SOGGETTO POLITICO DELLA SINISTRA

(19 Dicembre 2015)

Marco Revelli

La debolezza della proposta di un nuovo soggetto della sinistra italiana così come questa è stata avanzata nel corso di questi mesi nei conciliaboli (che non hanno ancora sortito effetti pratici, salvo quello riguardante il gruppo parlamentare) intercorsi tra ex- della sinistra PD, SeL, PRC, area Lista Tsipras emerge per intero dalla lettura dell’intervento di Marco Revelli, pubblicato dal “Manifesto” venerdì 18 Dicembre.
Permane, infatti, un’impostazione del tutto politicista che rimane il vero punto di rottura della crisi profonda che da decenni attraversa la sinistra italiana sul piano della riflessione e dell’azione politica.
Revelli, infatti, sottolinea tre punti di discrimine intorno ai quali sarebbe necessario raccogliere le forze per costruire, come recita il titolo dell’intervento, una “casa comune e non una bad company”.
I tre punti, però, sembrano ispirati a una visione angusta, dell’oggi per l’oggi affrontato attraverso una logica da giorno per giorno e stabiliscono francamente delle assolute banalità certificando l’esistenza di fraintendimenti frutto di analisi francamente sbagliate che hanno accompagnato il cammino delle varie formazioni a partire dalle scelte di Rifondazione Comunista almeno dalla “desistenza” del 1996 in avanti.
Il centro-sinistra era finito prima ancora di cominciare e il PD non è certo mutato geneticamente: è nato così con le stimmate della veltroniana “vocazione maggioritaria”.
La questione del Partito, poi, che Revelli pone come esito di un processo deve essere identificata subito quale obiettivo da perseguire quale finalità di partenza: ma deve essere un partito che non raccoglie i cocci di un tragico esistente: in questo senso è possibile avanzare proposte che evitino, da questo punto di vista, l’eterno ritorno del sempre eguale già fallito.
Mancano nelle proposizioni fin qui lette e ascoltate le analisi di fondo e proposte incisive.
Ne scrive, in termini generali, proprio oggi 19 Dicembre, Jean Claude Michéa autore dei “Misteri della Sinistra”:
“La forza della critica socialista nasce proprio dall’aver compreso fin dal XIX secolo che un sistema sociale basato esclusivamente sulla ricerca del profitto privato conduce l’umanità in un vicolo cieco.
Paradossalmente la sinistra europea ha scelto di riconciliarsi con questo sistema sociale, considerando “arcaica” ogni critica radicale nei suoi confronti, proprio nel momento in cui questa comincia ad incrinarsi da tutte le parti sotto il peso delle contraddizioni interne.
Insomma, non poteva scommettere su di un cavallo peggiore!
Per questo oggi è urgente pensare la sinistra contro la sinistra”
Responsabilità evidenti all’interno del drammatico stato di cose dentro cui ci troviamo, toccano anche a soggetti più radicalmente collocati nel contesto politico rispetto a quelli citati, autori anche di tentativi interessanti, ma mai approdati alla concretizzazione di un itinerario di soggettività anche per via di una ragione di carattere “conservativo” di spezzoni identitari, posti sia sul piano teorico sia sul terreno organizzativo, che hanno finito con il frenare un processo possibile di contaminazione e aggregazione cui fornire una traccia di soggettività da organizzare concretamente sul piano politico (pur esistendo beninteso una base sociale di riferimento presente, anche al di là delle condizioni oggettive di inasprimento delle contraddizioni sociali che la crisi della globalizzazione e la ripresa dei pericoli di guerra hanno oggettivamente introdotto nello scenario internazionale).
Si ritorna, a questo punto, sul tema del partito per porre un interrogativo: è possibile che si possa riprendere a riflettere sul partito, al riguardo della concezione e della finalità dell’organizzazione politica in funzione di sconfiggere la tendenza allo svuotamento della loro funzione artatamente accentuata per aprire varchi enormi alle idee di assolutizzazione del personalismo.
Sicuramente nel corso degli anni sono cambiate tante cose, in particolare rispetto al rapporto tra politica ed economia e ancora tra politica e comunicazione di massa (al punto da modificare sensibilmente il rapporto tra struttura e sovrastruttura così come questo eravamo stati abituati a considerarlo nel tempo) e, infine, tra politica e cultura.
Vale la pena, dunque, interrogarsi a fondo su queste osservazioni.
Quali sono allora i compiti di un partito, di un’organizzazione politica?
a) Conferire a gruppi sociali, ceti, classi e individui un’identità politica attraverso un vero e proprio processo di identificazione;
b) Istituire stabilmente canali e luoghi di comunicazione sociale di mobilitazione e di partecipazione politica attraverso un lavoro di socializzazione che deve essere svolto indipendentemente dalla pluralità di agenzie comunicative che caratterizzano la modernità;
c) Collocare e integrare in un contesto politico generale (a dimensione nazionale e sovranazionale) le divisioni politicamente rilevanti che attraversano a vari livelli (sub-culturali, di classe ecc.) una determinata società attraverso la determinazione di un meccanismo di integrazione politica;
d) Trasformare le domande sociali in alternative politiche semplificate nel senso dell’aggregazione politica degli interessi;
e) Predisporre gli obiettivi e i programmi per le politiche pubbliche in funzione del “policy making”.
Sarà soltanto sulla base della declinazione coerente di questi punti su base organizzativa e nelle forme stabilite della democrazia interna che si potrà realizzare la forma possibile della partecipazione istituzionale attraverso le elezioni.
Una domanda finale: perché a sinistra non si discute più di questi elementi partendo dalla necessità di un’autonomia politica posta nei termini della condizione utile a esercitare egemonia culturale e sociale e ci si limita a disamine riguardanti esclusivamente le logiche appartenenti all’asfittico quadro politico esistente?

Franco Astengo

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