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(24 Novembre 2010) Enzo Apicella
Crisi irlandese. La finanza specula sul debito pubblico. La politica chiede sacrifici.

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    La natura della crisi attuale

    Recessione, economia di guerra o rivoluzione

    (23 Maggio 2005)

    Siamo in piena recessione produttiva. Anche il Pil batte il passo. La bilancia commerciale è in deficit. L’Italia è ufficialmente in crisi, dopo 4 circa anni di affanno e debolezza cronica. Qual è la natura di questa crisi?

    Premettiamo, innanzitutto, che se il sistema produttivo è nel suo complesso in crisi, non tutti i settori e tutte le imprese lo sono allo stesso modo, e alcune per niente. Fanno eccezione, infatti, i monopoli, soprattutto quelli statali (come Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri) e privati (Telecom, Autostrade, ecc.) tranne Fiat; nonché le maggiori banche (Unicredit, Intesa, SanPaolo-Imi, Mps, Capitalia, Antonveneta, Bnl, ecc.).In genere non sono “in crisi” tutte le imprese, monopoliste o meno, legate direttamente o indirettamente all’economia di guerra (per es. l’Ifi, mentre soffre per il settore automobilistico civile, gioisce per quello dei veicoli e degli strumenti militari).

    Pertanto, la natura della crisi attuale non è del tipo “declino industriale”, sul quale tutti piangono, dal padronato ai sindacati, a meno che non si completi la frase nel senso di un declino dell’industria manifatturiera civile. Ma tale declino altro non è che l’inevitabile conseguenza di una riconversione forzata, silenziosa, graduale e inesorabile, dell’industria civile in una vera e propria industria militare (in tempo di relativa pace, o di guerra “a bassa intensità”), avviatasi fin dagli anni ’70 e in via di completamento. In questa colossale riconversione trentennale sono stati e vengono sacrificati i settori non strettamente legati o funzionali all’economia di guerra: i manifatturieri in genere (tessile, abbigliamento, ecc.); l’automobilistico di massa; l’alimentare (dobbiamo ricordare Cirio e Parmalat?); le imprese “stanziali”, cioè radicate nel territorio nazionale e legate mani e piedi al mercato interno, ma non inserite nel circuito delle commesse militari e para-militari (“difesa e spazio”, “protezione civile”, “lavori pubblici”).

    Si salvano solo le imprese proiettate all’esterno (Italcementi, Luxottica; ecc.) e quelle esportatrici di mezzi di produzione “leggeri”, cioè macchine utensili e robot industriali (quelli “pesanti” sono monopolio dei tedeschi nell’euro area, dei giapponesi per l’area del pacifico, degli Usa per le americhe e i paesi di “esportazione della democrazia”).

    Se si tien fermo questo presupposto, l’attuale crisi è solo una tappa di completamento della colossale riorganizzazione monopolistica che affonda le sue radici negli anni ’70 (risposta italiana alle guerre del dollaro del 1971 e del petrolio del 1973-1979). Il capitalismo italiano si è riorganizzato come capitalismo parassitario, rafforzando cioè il capitale finanziario e quello monopolistico di Stato (in versione “soft”, mediante le privatizzazioni sotto l’egida statale). Il plusvalore complessivo nazionale è stato convogliato verso la rendita (finanziaria e immobiliare) e il profitto commerciale (soprattutto bancario più che mercantile vero e proprio), a scapito del profitto industriale (e dello stesso interesse monetario).

    Invece, di norma si sottolineano i fattori “esogeni” della crisi attuale: la concorrenza delle merci cinesi soprattutto contro quelle “made in Italy” (a parte il paradosso delle merci italiane fabbricate in Cina…). Da questo punto di vista, ci troveremmo di fronte ad una mera crisi commerciale, di cui quella industriale sarebbe un’appendice. Ma non è così. La crisi commerciale colpisce solo alcuni settori, quelli manifatturieri stanziali, non l’economia italiana nel suo complesso. Mentre la crisi attuale è generale, anche se non colpisce tutti i settori allo stesso modo. D’altronde, lo stesso calo dei consumi interni lo dimostra: se fosse solo un problema di concorrenza commerciale, non sarebbero i consumi interni a calare, bensì solo i prezzi dei manufatti acquistati.

    Il problema è di natura “endogena”. In generale stiamo pagando le conseguenze del contrasto tra eccesso di capacità produttiva e limitata capacità di consumo (pagante, solvibile) delle masse. Quindi, tra sviluppo delle forze produttive sociali e rapporti capitalistici di produzione. In particolare, la sovrapproduzione è in realtà una sovraccumulazione di rendite e profitti a favore dell’oligarchia finanziaria, di contro al restringimento dei redditi delle masse (salari, stipendi, compensi in genere). E’ una conseguenza inevitabile dell’economia di guerra, della riconversione bellica dell’industria e della centralizzazione finanziaria dell’economia (c.d. “finanziarizzazione”). Il restringimento del mercato interno, causato dallo sprofondamento sociale delle masse, rende sempre più aggressivo l’italo-imperialismo, che deve esportare, a tutti i costi, capitali e merci italiane, venendo così inevitabilmente in attrito e contrasto con gli altri imperialismi, che subiscono le stesse contraddizioni e spinte al loro interno.

    L’intero processo di riorganizzazione monopolistica e di riposizionamento dei monopoli su basi parassitarie, statali e militari, è stata ed è – a sua volta – una reazione all’abbassamento del saggio di profitto che ha operato come tendenza calante negli ultimi decenni sia come conseguenza della sovraccumulazione interna (aumento della composizione organica dei capitali a crescente concentrazione monopolistica: in parole povere, aumento assoluto e relativo dell’investimento in macchinari rispetto all’investimento in lavoratori) sia della concorrenza inter-imperialistica e delle multinazionali estere. I grandi monopoli hanno reagito e reagiscono solitamente alla diminuzione del saggio di profitto con l’aumento della massa dei profitti, ma questa reazione alla lunga si scontra con il restringimento del mercato interno.

    Il nostro capitalismo (nostro, si fa per dire) si dibatte in una contraddizione insolubile: da una parte deve contenere e ridurre salari e stipendi per rianimare i profitti industriali, mantenere e rimpolpare le rendite e i profitti bancari; dall’altra soffre per la ristrettezza dei consumi interni e le difficoltà sul mercato mondiale.

    Sia chiaro: non siamo tutti nella stessa barca! Visto che di fronte ad un pugno di avvoltoi della finanza che veleggiano su piroscafi, panfili e yatches, la stragrande maggioranza degli italiani remano a fatica su barchette, gommoni e materassini che per giunta fanno acqua da tutte le parti. Anzi, dare ascolto alle sirene che invitano a rimboccarsi le maniche per aiutare (ancora? abbiamo già dato) il sistema a tirare avanti e dare addosso ai cinesi per salvare l’industria nazionale, ci porta dritti dallo sprofondamento all’affossamento sociale. L’unica via di uscita dalla crisi è combattere per i propri interessi di classe (salario, salute, qualità della vita, dignità personale), accelerando la crisi del capitalismo italiano, facendo saltare l’anello nazionale della catena imperialistica mondiale.

    La prospettiva rivoluzionaria ci spaventa? Preferiamo forse una nuova carneficina mondiale, tipo guerre 1914-18 e 1939-45? Questione di gusti. Conviene rifletterci un attimo, tra uno spot e l’altro.

    s.b.

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