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A NOVANTACINQUE ANNI DALLA FONDAZIONE DEL PCI: LEGGE ELETTORALE, RUOLO DEL PARLAMENTO

(21 Gennaio 2016)

romano bilenchi

Romano Bilenchi

Ricorre il novantacinquesimo anniversario dalla fondazione del PCI e la data si ricorda in un frangente molto difficile per la democrazia italiana: siamo al punto in cui il combinato disposto fra nuova legge elettorale maggioritaria (il cosiddetto Italikum) e le deformazioni costituzionali in discussione al Parlamento stanno conducendo il Paese in una sorta di regime personalistico – autoritario nel quadro di una limitazione forte della dialettica democratica e il superamento dell’idea di rappresentanza politica e di ruolo delle Assemblee Elettive così come questa era stata disegnata nella Costituzione Repubblicana.
L’occasione può quindi essere utile per illustrare al meglio quale fu la posizione dei comunisti rispetto alla modifica della legge elettorale proporzionale voluta dal governo De Gasperi nel 1953: modifica poi affossata dalle elettrici e dagli elettori il 7 Giugno 1953 celebrandosi le elezioni politiche generali.
Vale la pena di ricordare che, in allora, si trattava di un vero premio di maggioranza. Le forze coalizzate, i cosiddetti “apparentati” DC-PSDI-PRI-PLI, avrebbero dovuto raggiungere il 50% più uno dei voti validi per usufruire del premio di maggioranza. Diversamente di quanto accade adesso: per cui si può parlare (come già per il Porcellum) di premio “di minoranza”.
Per tornare alle posizioni di quel tempo si pubblicano di seguito alcuni stralci della lettera che Palmiro Togliatti scrisse al direttore del “Nuovo Corriere” Romano Bilenchi che pubblicò il testo il 23 ottobre 1952: nello stesso giorno la lettera apparve anche sull’Unità con il titolo “Lettera di Togliatti sulla legge elettorale”
Una dimostrazione evidente dell’idea di “democrazia progressiva” che già nell’elaborazione della Costituzione, all’interno del dibattito nell’Assemblea Costituente, aveva rappresentato uno dei punti principali di riferimento nella costruzione della Repubblica.
Per tutti : una memoria da non smarrire.

“Sulla legge elettorale maggioritaria”
Caro Bilenchi,
ti ringrazio dell’invito che mi hai fatto a intervenire nel dibattito che si è svolto sul Nuovo Corriere a proposito della legge elettorale che i clericali e i loro satelliti vogliono imporre all’Italia.
Mi pare che in questo vostro dibattito sono stati posti in luce tutti i principali aspetti della questione, meno alcuni forse, che vorrei io stesso toccare, se tu mi concedi una parte del tuo spazio.
La legge elettorale dei clericali è diretta in prima linea, tutti lo vedono, contro la Costituzione e contro la democrazia.
Essa viola la lettera della Costituzione, che assicura l’eguaglianza del voto e quindi l’eguaglianza politica dei cittadini.
Per quanto si riferisce alla democrazia e al liberalismo anche, nel senso più ampio della parola, questa legge annulla qualsiasi possibilità che liberalismo e democrazia possano essere i principi regolatori della vita pubblica.
Governare secondo principi democratici e liberali vuole, infatti, dire prima di tutto, in qualsiasi situazione ma soprattutto quando le forze popolari della sinistra sono giunte a toccare medie elettorali nazionali che superano il 30%, e medie elettorali cittadine e regionali che superano, in molti posti il 50 e persino il 60%, orientarsi verso la ricerca di un contatto e di un possibile accordo con queste forze popolari.
La storiella del “margine di sicurezza” è la più grande assurdità antidemocratica e antiliberale che abbia puto essere inventata..
.. La questione che voglio porre è la seguente: un regime politico nel quale venga creata artificialmente nel Parlamento, con una legge elettorale, da imbroglioni una situazione di stagnazione completa, può ancora chiamarsi un regime parlamentare?
E’ chiaro che non parlo del caso in cui una maggioranza assoluta nel Parlamento esca da una consultazione sincera: allora il quadro sarebbe un altro.
Parlo della situazione concreta italiana di oggi, cioè di un Paese profondamente differenziato e vivacemente spostato sulla sinistra e al quale, con un trucco predisposto per legge, viene dato un Parlamento con la maggioranza assoluta di destra.
Questo non è più, dico, un regime parlamentare.
Impronta e chiave del regime parlamentare è la rispondenza dell’Assemblea alla composizione politica del Paese.
Allora l’Assemblea parlamentare è cosa viva e vitale, allora ha un enorme valore per tutto il Paese ciò che in essa si dice e si fa: e se anche può accadere che in certi momenti sia difficile che in essa si formi e resista a lungo una maggioranza, si tratta in ogni caso di un fenomeno salutare, perché si tratta di una difficoltà che costringe l’uomo di governo a vedere sempre come stanno le cose nel Paese e rendersene conto.
Quando questo più non accade, si fa un passo indietro, dal regime parlamentare verso i regimi semiassolutistici, dove il “sovrano” accettava di avere al disotto del governo un consesso di notabili con funzioni consultive..
.. La nostra opinione, come comunisti, è invece che il regime parlamentare è degno di essere difeso non solo perché dà ai partiti una tribuna, ma precisamente perché, quando la composizione dell’Assemblea corrisponde in modo esatto alle posizioni che esistono nel Paese, dal parlamento stesso può venire uno stimolo al progresso, soprattutto poi quando le forze democratiche popolari sono arrivate a quel punto di conquista dell’opinione pubblica che noi tocchiamo oggi in Italia..

Franco Astengo

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