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Ricordando Stefano Chiarini

Ricordando Stefano Chiarini

(6 Febbraio 2007) Enzo Apicella
E' morto Stefano Chiarini, un giornalista, un compagno,un amico dei popoli in lotta

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    Lohana Berkins: “Se potessi nascere di nuovo, sceglierei di essere trans”

    (16 Febbraio 2016)

    Ci è stato segnalato - e volentieri lo pubblichiamo - questo profilo di una protagonista, recentemente scomparsa, delle battaglie contro il patriarcato e per i diritti delle persone travestite e transessuali in Argentina.

    lohana berkins

    da La Izquierda Diario

    13 Febbraio 2016

    Il 5 febbraio è venuta a mancare la militante transessuale più conosciuta d'Argentina e importantissima referente internazionale del movimento LGBT

    Traditrice del patriarcato

    Lohana Berkins nacque a Salta negli anni Sessanta. Lasciò presto il suo paese di nascita per trasferirsi nel capoluogo di provincia, e per approdare in seguito a Buenos Aires dove, come la maggior parte delle persone transessuali e travestite, cercò di sopravvivere facendo la prostituta.
    A Buenos Aires conobbe le militanti dell'Asociación de Travestis Argentinas (ATA), quando partecipò, in qualità di membro dell'Asociación de Meretrices de Argentina (sindacato di prostitute, n.d.t.), al gay pride del 1994. Grazie all'Associazione e a Carlos Jáuregui, importante dirigente del movimento omosessuale, iniziò a riconoscere l'importanza di organizzarsi in relazione all'identità di genere e a lottare per la visibilità e il riconoscimento delle persone transessuali. Fondò così, insieme ad altre compagne, l'Asociación de Lucha por la Identidad Travesti y Transexual (ALITT) (Associazione di Lotta per l'Identità delle Persone Travestite e Transessuali, n.d.t.)

    «Siamo traditrici del patriarcato, e questo spesso ci costa la vita. (…). Il patriarcato ci punisce perché rinneghiamo i privilegi della dominazione che ci conferiscono i genitali con cui nasciamo. Le donne provano spesso un sentimeno di invasione e di usurpazione dell'identità. Inoltre, subiamo la violenza istituzionale, applicata allo scopo di salvaguardare la morale, il buoncostume, la famiglia e la religione. Questa violenza è la conseguenza di un'altra, quella sociale, e ci viene inflitta perché osiamo sfidare il compito che ci è stato assegnato che ci dice cosa dobbiamo essere e fare. A differenza di gay e lesbiche, le persone transessuali non hanno scelta in quanto a visibilità. Non possiamo scegliere di non dire alle nostre famiglie che cosa siamo o che cosa vogliamo essere, non possiamo scegliere quando uscire allo scoperto», racconta nell'articolo "Un itinerario político del travestismo”, pubblicato da Diana Maffia nella raccolta Sexualidades Migrantes, género y transgénero.
    La sua personalità travolgente, il suo grande senso dell'umorismo, la sua combattività, la sua intelligenza e la sua grande sete di conoscenza l'hanno resa molto presto una figura di riferimento del movimento LGBT in Argentina. Ha segnato una nuova era dell'attivismo in un'epoca in cui le persone transessuali erano visibili solamente agli occhi della polizia che le perseguitava, le incarcerava, le colpiva, le violentava e le uccideva con l'impunità data dalla loro invisibilità, dall'emarginazione sociale e dalla discriminazione istituzionale di cui erano vittime.


    Conquistare le strade per abbandonare la strada

    Anche se divenne subito una figura importante nell'ambiente dell'attivismo, nel 2000 guadagnò una maggiore popolarità quando decise di abbandonare i marciapiedi del quartiere Flores (a Buenos Aires, n.d.t.) dove esercitava la prostituzione, e di inviare una lettera all'allora Ministro della Promozione sociale del governo della Città Autonoma di Buenos Aires, la conduttrice televisiva e rappresentante politica Pinky Satragno, in cui le chiedeva di essere ricevuta. Il presidente Fernando De La Rúa aveva detto che voleva eliminare la prostituzione dalle strade e Lohana, che aveva iniziato a prostituirsi a tredici anni, sfruttò la dichiarazione per chiedere un lavoro e rendere così visibile la discriminazione subita dalle persone transessuali e travestite.
    Questa lettera, che raccolse più di duecento adesioni (tra cui le firme della cofondatrice delle Madri di Plaza de Mayo Nora Cortiñas, lo scrittore David Viñas e l'artista León Ferrari, tra le altre), diceva: “Il motivo per cui le scrivo è che non ho mai potuto avere un lavoro. Forse questa lettera le sembrerà simile a tutte quelle che scarta quotidianamente, ma mi azzerderei a dire che non è così. La mia situazione di disoccupata non è dovuta solamente alla mancanza di lavoro, ma anche alla mia condizione di travestita che mi obbliga ad esercitare la prostituzione di strada...”. In un altro paragrafo faceva riferimento alla sua condizione di classe e di genere: “Per via della mia doppia esclusione, in quanto povera e in quanto travestita, chiedo che il fine ultimo di una democrazia sia di occuparsi ed assistere tutta la sua cittadinanza, senza alcun tipo di discriminazione e rispettando le differenze.”
    «Ero abituata al maltrattamento degli uomini, alla violenza, al freddo, ai tre gradi sotto zero e a cercare protezione sotto un albero rinsecchito; ero abituata alla pioggia, allo squallore dei commissariati e delle carceri. Pensavo che il mondo fosse questo, che per questo ero nata. Avevo iniziato a prostituirmi a tredici anni e sentivo che questa situazione faceva parte del gioco, però non mi rendevo conto che, dentro di me, stavo morendo. Quello che in quella situazione stavo perdendo era tremendo. Per questo, un giorno mi sono detta 'in strada non ci torno più', e questa decisione implica una richiesta di dignità», spiegava in una intervista al giornale Página/12.
    Era convinta che lo Stato fosse parte in causa nella legittimazione della discriminazione, e che perciò bisognasse andare contro di esso per conquistarsi il diritto ad una vita vivibile.
    All'epoca, un politico poteva fare una campagna elettore promettendo “una città senza trans”, mentre i mezzi di comunicazione istigavano gli abitanti ad organizzarsi per fare piazza pulita delle donne e delle persone trans e travestite che esercitavano la prostituzione in certi quartieri di Buenos Aires. «Nessuno fa il minimo sforzo per nascondere la propria transfobia. (…). Se sui manifesti ci fosse stato scritto 'per una città senza ebrei, senza disabili o senza donne', quanti si sarebbero mobilitati contro la barbarie?», si chiedeva Lohana in quell'intervista.
    Nel frattempo concludeva i suoi studi secondari, diventando la prima persona transessuale iscritta a una scuola con il nome che si era scelta, e presentandosi in conformità con la sua identità di genere.
    Ovviamente venne subito eletta rappresentante della sua classe dai suoi compagni.
    Poco dopo, l'allora legislatore del Partito Comunista, Patricio Echegaray, la assunse come segretaria. Lohana divenne così la prima transessuale lavoratrice dello Stato, nel Parlamento della Città di Buenos Aires. Lo stesso luogo dove ieri si è svolta la sua veglia funebre.


    Un amore di trans

    In quel periodo ebbi finalmente modo di conoscerla personalmente. In passato l'avevo solamente incrociata nei gay pride, ma nessuno ci aveva presentato. Nel maggio del 2000, la intervistai per il giornale del Partido de los Trabajadores Socialistas La Verdad Obrera. Se le persone transessuali e travestite erano discriminate dal punto di vista sociale e istituzionale, bisogna dire che dovettero affrontare anche la transfobia di gran parte della sinistra, che allora non partecipava neanche ai gay pride.
    Eravamo un'eccezione, e credo che fu perché lo capì che, in un'occasione, Lohana mi fece da “guardia del corpo” quando un'importante dirigente lesbica – di quello che lei definiva “la burocrazia omosessuale” - mi attaccò, gridando che il PTS era omofobo perché avevamo criticato politicamente la commissione che organizzava il gay pride. Con la sinistra, Lohana costruì legami che si trasformarono in importanti alleanze nelle strade; affrontò la repressione, la persecuzione della polizia e delle istituzioni nella battaglia per le libertà democratiche, lottando per la liberazioni dei prigionieri politici e per altre istanze sociali. Organizzò anche contromanifestazioni partecipate da parte di piccoli gruppi di attivisti LGBT e da settori della sinistra che non accettavano la mercificazione dei gay pride, i quali non denunciavano più il ruolo della Chiesa, del governo e delle forze repressive dello Stato.

    Non conosco nessuna persona – qualunque fosse la sua identità di genere o il suo orientamento sessuale – che appena conosceva Lohana non se ne innamorasse subito. E io sono stata una di queste. Per questo, anche se non abbiamo mai rinunciato alle nostre differenze politiche ed ideologiche, eravamo complici in ogni mobilitazione, in ogni incontro e in ogni attività per creare slogan che sarebbe stati poi intonati da centinaia e migliaia di persone. Mi cercava sempre per questo: “Dai, Pan y rosas (gruppo di donne legato al PTS, fondato anche da D'Atri, n.d.t.)... Inventati qualcosa contro i preti”; “Dai, D'Atri, inventiamoci una canzoncina contro il patriarcato”. Io ridevo, e le correggevo la metrica che non si adattava alla musica o le terribili rime che voleva inserire a tutti i costi.
    Ieri (il 5 febbraio, n.d.t.), quando abbiamo saputo della sua morte, alcuni compagni del mio partito mi hanno ricordato che conobbero Lohana quando erano studenti delle superiori, nell'epoca della lotta contro i Códigos Contravencionales (insieme di leggi repressive che, in nome del decoro, della morale e del buoncostume, consentono l'arresto e la detenzione. Le leggi riguardano una vasta gamma di presunti reati, come ad esempio bere una birra all'aperto; n.d.t.). Affrontando la polizia, pensarono bene di gridare “figli di puttana” ai poliziotti, e lei li avvicinò per spiegar loro, quasi con amore, perché non dovessero usare quel termine in senso peggiorativo.
    Lei che si era innamorata del femminismo dovette sopportare, tra le altre cose, di essere esclusa da alcuni incontri femministi perché non era “biologicamente donna”. Con diverse compagne di varie organizzazioni e tendenze politiche, abbiamo dovuto lottare perché lasciassero partecipare Lohana agli Incontri nazionali delle donne.
    Non posso dimenticare il giorno in cui mi raccontò che la sua famiglia era benestante, una famiglia tradizionale di Salta che abbandonò da adolescente per via della sua condizione di transessuale. Mi disse: “Sai qual è stata la cosa peggiore di battere per strada?”. Io pensai subito alla repressione della polizia o alla violenza dei clienti, ma mi sbagliavo. “La cosa peggiore fu il primo giorno di freddo, in cui le altre travestite si misero insieme sul marciapiede a cucinare una zuppa, che mi diedero in un piattino di plastica. Mangiare in un piattino di plastica io?! Questo mi è costato un casino. Mia madre aveva delle porcellane divine!” Non mi sono mai preoccupata di verificare se le sue storie fossero vere. Che importanza aveva? Lohana ci faceva ridere sempre con le sue battute.

    Hai fatto strada, ragazza

    Lohana fu anche consulente della legislatrice della Città di Buenos Aires Diana Maffía, e fu candidata a deputata nazionale nell'anno 2001. Nel 2008 creò la Cooperativa tessile Nadia Echazú. Nel 2010, insieme ad attiviste di varie organizzazioni, diede vita al Fronte nazionale per la legge sull'identità di genere, che incoraggiò, a livello nazionale, la mobilitazione a favore di una legge, che verrà approvata due anni più tardi. Nel 2011 vinse il premio come Personalità Importante dei Diritti Umani, presso il Parlamento della Città di Buenos Aires. Nel 2013 fu designata a presiedere l'Istituto dell'identità di genere e dell'orientamento sessuale, parte dell'Osservatorio di Genere della Città di Buenos Aires. Tuttavia, anche se raggiunse i luoghi più disparati nel mondo delle sedi istituzionali, non abbandonò mai la lotta nelle strade, dove continuavamo ad incontrarci.
    Perciò, nonostante le divergenze ideologiche e politiche che negli ultimi anni ci dividevano ancora di più, voglio ricordarla come ho fatto ieri alla sua veglia, con le sue parole, quelle con cui concluse l'intervista che le feci nel 2000 per il giornale del PTS: «La mia vita è stata molto dura, ma nonostante ciò, se potessi nascere di nuovo e scegliere, sceglierei di essere trans. Sceglierei di essere trans, nera, boliviana, ebrea, una donna che ha abortito, una donna colpita, assassinata dalla polizia, una donna incarcerata. Sceglierei tutto questo di nuovo. Perché il trionfo più grande alla fine della mia vita sarà essere sicura che mai, mentre ero cosciente, ho sopportato in silenzio una discriminazione, un'esclusione, né nel pubblico né nel privato. Mi ribello a tutto ciò. Contro la discriminazione, l'esclusione, la repressione continuerò a lottare per il resto della mia vita...»

    È morta Lohana Berkins. Ma la sua rabbia trans continuerà a vivere.





    (traduzione e note a cura di Serena Ganzarolli)

    Nota della traduttrice: Lohana Berkins definiva se stessa con lo spagnolo “travesti”, cioè “travestita/o”, ripudiando il significato negativo del termine e rivendicando l'uso di quella parola e di quell'identità. Abbiamo incontrato dei problemi nella traduzione, perché “travestita/o” in italiano indica un insieme di comportamenti, più che un'identità, identità che invece Berkins rivendica. Inoltre a nostro avviso, la parola “transessuale”, essendo neutra dal punto di vista di genere, rende meglio il concetto che Berkins voleva trasmettere con l'uso diverso che faceva di “travesti”. Tradurre significa soprattutto contestualizzare, e per questo motivo abbiamo dovuto optare per l'altro termine, un po' diverso ma più vicino all'essenza di “travesti”.

    Andrea D'Atri

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