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(14 Settembre 2010) Enzo Apicella
Il governo Berlusconi lancia la "campagna acquisti" per raggiungere la maggioranza alla Camera

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    Referendum e lotta di classe

    Per l’autodeterminazione della donna, per un’alternativa di società e di potere

    (7 Giugno 2005)

    La legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita, oggetto in questi giorni di referendum parzialmente abrogativo, è il risultato di un compromesso tra interessi diversi. Il governo Berlusconi ha saputo garantire un terreno favorevole ad una loro piena armonizzazione grazie alla trasversalità parlamentare realizzatasi tra settori minoritari del centrosinistra e settori maggioritari del centrodestra, entrambi “sensibili” per ragioni elettorali ai dictat del Vaticano.

    Multinazionali e gerarchie vaticane contro l’autodeterminazione della donna

    Le ragioni della legge 40 trovano origini lontane. Già nel 1978, anno di approvazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, nasce, proprio per contrastare tale legge, il Movimento per la vita che tanta parte ha avuto nell’approvazione della legge 40. Da allora innumerevoli sono stati i tentativi da parte del Vaticano e delle gerarchie cattoliche di insidiare la legge sull’aborto, di imporre una propria ideologia morale per il riconoscimento dell’embrione come soggetto di diritto, di colpire l’autodeterminazione della donna in materia di maternità.

    Agli inizi degli anni ’80 nasce il primo bambino italiano in provetta e si sviluppano le tecniche di fecondazione assistita. Intorno a tali tecniche subito si realizza un mercato fiorente che vede protagonisti centri privati, multinazionali farmaceutiche, professionisti e tecnici spesso attivi anche nelle strutture sanitarie pubbliche. Per molti anni nessun governo ha sentito il bisogno di “regolamentare” per legge tali attività, neanche quei politici e parlamentari che oggi si scagliano contro il far west procreativo.

    Le biotecnologie della riproduzione offrono indubbiamente opportunità di risoluzione di svariati problemi, ma non si può accettare che in nome della cosiddetta “libertà della ricerca scientifica”, tali acquisizioni siano occasione di profitto. La ricerca e l’applicazione delle tecniche per la risoluzione di patologie gravi e invalidanti devono essere sottratte alla gestione privata e sottoposte al controllo delle donne e dei lavoratori, insieme con i medici e con i tecnici. La legge 40, pur penalizzando fortemente tali pratiche, per la prima volta le riconosce e le legittima ma, nel conflitto tra interessi clericali ed interessi “scientifici”, vincono i primi e nell’impianto generale della legge prevalgono gli aspetti più retrivi e reazionari.

    Si tratta, infatti, di una legge ideologica che insidia fortemente la legge 194 mirando alla sua abolizione; riconosce come unica famiglia il modello tradizionale basato sul legame di sangue tra genitori e figli vietando l’accesso alle tecniche alle donne singole e alle lesbiche; vuole esercitare il controllo sul corpo delle donne impedendo nei fatti l’utilizzazione delle nuove tecnologie della riproduzione.

    Il referendum non basta

    In tutta la vicenda è mancata la mobilitazione del movimento delle donne, ormai da anni egemonizzato da teorizzazioni idealistiche distaccate dai temi sociali e di classe. Rifondazione Comunista ha privilegiato l’azione parlamentare e i tavoli di esperti, criticando la legge da un versante liberal-borghese e non dal versante della lotta di classe. Le forze politiche del centrosinistra e alcuni esponenti del centrodestra, che avevano scelto senza successo la via emendataria della legge, hanno dovuto ripiegare sulla scelta del referendum.

    Bisogna dire che i quesiti referendari abrogano solo alcune parti della legge (quelle più manifestamente umilianti per la donna e pericolose per la sua salute) ma, in caso di vittoria dei sì, resterebbe ancora in piedi quella parte dell’impianto ideologico della legge che impedisce l’accesso alle tecniche alle donne single o alle donne lesbiche. Resterebbe, inoltre, l’irrisorio finanziamento pubblico all’erogazione del servizio da parte del Sistema Sanitario Nazionale, lasciando ampi spazi all’iniziativa dei privati.

    I quesiti referendari sopravvissuti al giudizio della corte costituzionale (la quale ha respinto il referendum totalmente abrogativo) e sostenuti da uno schieramento largo di forze (Ds con l’appoggio di gruppi parlamentari della Margherita, Nuovo Psi e Pri, Cgil) hanno aperto comunque un dibattito nel paese nel quale come comunisti dobbiamo inserirci evidenziando le contraddizioni che sono presenti e che sussisteranno qualunque sarà l’esito della consultazione.

    Progetto Comunista ha da sempre sostenuto, nel partito e sulle colonne di questo giornale, che la legge 40 andava contrastata dal versante della lotta di classe e di massa, fin dal suo nascere e cioè fin dalla scorsa legislatura di centrosinistra, senza compromessi di sorta con il centro liberale dell’Ulivo-Unione, compromessi che si sono protratti fino alla sua approvazione e che ha visto il Prc subalterno alla prospettiva di una futura alleanza con il centrosinistra.

    Oggi i comunisti e le comuniste sono chiamati/e a contrastare l’egemonia clericale esercitata in primo luogo dalla Cei che, per bocca di Ruini, ha “invitato” l’elettorato cattolico ad astenersi. Va scongiurato l’attacco alla 194, va ribadita l’autodeterminazione delle donne in tema di procreazione anche con un uso consapevole delle nuove acquisizioni scientifiche e tecniche.

    Liberazione della donna e prospettiva anticapitalistica

    Qualunque sia l’esito referendario, la lotta dovrà continuare con l’obiettivo della totale eliminazione della legge 40 (insieme all’abolizione di tutte le leggi del governo Berlusconi e dei precedenti governi di centrosinistra che hanno sferrato un duro attacco ai diritti dei lavoratori, degli studenti, degli immigrati) e con l’obiettivo della ricomposizione di un movimento di massa delle donne, a partire dalle giovani protagoniste delle ultime stagioni di lotte, che dovrà riprendere voce sui temi della riproduzione, del controllo della sessualità e del corpo, dei servizi sociali e sanitari.

    Né la chiesa, né i comitati di bioetica, né i medici né tantomeno le imprese farmaceutiche e biotecnologiche dovranno imporre i loro interessi sulle questioni riproduttive. La scienza, infatti, lungi dall’essere neutrale, nel sistema capitalistico è asservita al capitale e soltanto il rovesciamento del modo di produzione e dell’ordinamento sociale può permettere, come dice Marx, di “convertire la scienza da strumento di dominio di classe in una forza popolare” e dunque “convertire gli uomini di scienza stessi da ruffiani del pregiudizio di classe, da parassiti a caccia di prebende statali e alleati del capitale, in liberi agenti del pensiero”.

    Fin da oggi è necessario costruire comitati di difesa della legge 194 per riprendere in mano il controllo della salute riproduttiva, della contraccezione, dell’aborto, della fecondazione artificiale. È necessario realizzare reti regionali in difesa dei consultori pubblici che sono oggetto di smantellamento e privatizzazione, perché siano riconquistati dalle donne come luoghi di discussione e di gestione della propria salute; rivendicare l’inserimento di tutte le prestazioni sanitarie relative alla salute riproduttiva nelle prestazioni del sistema sanitario nazionale, comprese le tecniche di fecondazione assistita; sfidare le nuove giunte regionali di centrosinistra e i partiti che le sostengono (inclusa Rifondazione Comunista) sul terreno della lotta per l’abolizione di tutte le leggi retrive e reazionarie che finanziano le famiglie “consacrate” escludendo le coppie di fatto o le ragazze madri, che sanciscono la figura dell’embrione come soggetto di diritto e la famiglia “naturale” come unico modello.

    (3 giugno 2005)

    Maria Pia Gigli (articolo per il prossimo numero di Progetto Comunista)

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