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Ricordando Stefano Chiarini

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(6 Febbraio 2007) Enzo Apicella
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L'ESPERIENZA DELLA COMUNE DI PARIGI, 145 ANNI FA

(21 Marzo 2016)

Dal n. 39 di "Alternativa di Classe"

comune di parigi decreto 3 aprile

Per capire meglio i convulsi, ed ancor oggi significativi, fatti di Parigi, è meglio partire da un loro breve inquadramento storico. Il 2 Settembre 1870 l’imperatore francese, Napoleone III, sconfitto dai Prussiani nella battaglia di Sedan, vi si arrese. Così, due giorni dopo, il 4 di Settembre, i repubblicani (che non accettavano la resa), con una rivoluzione incruenta, proclamarono la nascita della “terza repubblica”. Furono sciolti il Senato e l’Assemblea nazionale, e fu formato un nuovo governo, definito “di Difesa Nazionale”, alla testa del quale fu posto, con l’incarico di comandante militare di Parigi, il generale Trochu (pure se monarchico e clericale).
Il 19 Settembre 1870 le truppe tedesche avevano ormai circondato Parigi, ponendo lo stato di assedio intorno alle possenti mura di cinta ed i forti; cominciò il blocco dei rifornimenti, anche alimentari, che durerà mesi, e porterà “fame nera” a Parigi.
Ma il nuovo governo repubblicano, con spirito nazionalista, volle continuare la guerra, ed inoltre emergevano tra i repubblicani figure favorevoli alla resa e piuttosto inclini a tenere sotto controllo i vari “rossi” presenti all’interno della città, piuttosto che le truppe tedesche intorno. Gli attriti ed il divario di vedute tra gli stessi repubblicani filo-moderati ed i socialisti rivoluzionari, molto presenti e chiamati “Neogiacobini”, era sempre più grande.
All’epoca, i “club”, cioè una specie di circoli, costituivano la struttura politica di base della popolazione parigina. Se ne conteranno trentasei (36) in attività durante la Comune, soprattutto nei quartieri operai; quasi assenti nei quartieri borghesi, spesso avevano sede nei locali pubblici, nei caffè, in teatri, scuole, e persino chiese: per l’affitto di qualche ora, i partecipanti si autotassavano pagando 10 centesimi a testa durante le riunioni. Ciascun “club” aveva un proprio programma politico: alcuni erano repubblicani moderati, altri neogiacobini, altri anarchici,altri ancora erano “proudhoniani”, e cioè si rifacevano alle teorie di Proudhon. Questi ultimi, a loro volta, si dividevano tra quelli “ortodossi” e quelli “di sinistra”, che si riveleranno poi molto attivi durante la “Comune”. Vi erano anche i “Blanquisti”, che si rifacevano alle teorie di Auguste Blanqui: erano comunisti rivoluzionari, favorevoli alla dittatura del proletariato, e sarebbero stati i più determinati nella lotta della “Comune”. Si contava anche una piccola minoranza di marxiani, e persino alcuni “garibaldini”.
La maggior parte dei rivoluzionari veniva dalla classe operaia dipendente; vi erano, però, moltissimi artigiani e commercianti, e tanti intellettuali di estrazione borghese, soprattutto studenti. Altri si aggregarono via via, compresi anche molti militari, che optarono per la rivoluzione.
Col trascorrere dei giorni la situazione si deteriorava sempre più fra il Comitato Centrale, nuovo organismo della rivoluzione, originatosi già dall'11 Settembre dai “Comitati di vigilanza”, sorti nei venti rioni, e che poi sarà fondamentale nella “Comune”, ed il Governo. Alle richieste del Comitato Centrale di profonde riforme sociali, contenute in un manifesto programmatico, uscito fino dal 17 Settembre, il Governo prendeva tempo o tentennava, rinviando, con il pretesto della guerra. Dopo alcuni mesi di attriti crescenti e prese di posizioni da parte del Comitato Centrale altalenanti fra la coesistenza con il Governo e la contrapposizione ad esso, il Governo repubblicano, non sentendosi più sicuro a Parigi, si spostò a Versailles, fuori Parigi, per trattare, seppur segretamente, le condizioni di una resa.
Dopo un plebiscito, svoltosi il 3 Novembre a Parigi, che “rimise in sella” il Governo di Difesa Nazionale, utilizzando la questione della continuazione della guerra, le elezioni municipali di due giorni dopo, vinte dai governativi in dodici rioni su venti, la situazione, sia alimentare che sanitaria, precipitò, e, nonostante il “Manifesto rosso”, firmato il 6 Gennaio 1871 da ben 130 delegati del Comitato Centrale contro la politica del Governo, esso, dopo mesi di trattative, il 23 Gennaio raggiunse a Versailles un primo accordo con la Prussia ed il mondo conservatore e reazionario, compresi i monarchici, che prevedeva l'elezione di una nuova “Assemblea nazionale”, mentre, nonostante i parigini ancora in armi, il giorno 28 fu firmato un armistizio col prussiano Bismarck.
Le elezioni, tenutesi l'8 Febbraio, diedero la maggioranza proprio ai monarchici, e la nuova Assemblea si riunì a Bordoux il 13 Febbraio 1871. In seno ad essa, nella scelta di un nuovo governo, assegnato il giorno 17 all'influente politico A. Thiers, prevalsero le forze reazionarie, che, per prima cosa, non riconobbero il Comitato Centrale di Parigi e gli uomini da esso eletti, e subito dopo approvarono il Trattato di pace stipulato con la Germania. Thiers era un uomo di cultura, giornalista, fedele repubblicano e nazionalista, ma anche uomo di destra e reazionario, abile nelle trattative politiche, ma feroce nella repressione, come infatti poi si dimostrò. Il 21 Febbraio Thiers incontrò di nuovo Bismarck a Versailles, e concluse le trattative di pace, che prevedevano la consegna dell’Alsazia alla Germania, insieme ad un terzo della Lorena ed a 5 miliardi di franchi di indennizzo, una somma enorme per qui tempi!
Conclusa finalmente la pace, ora Thiers poteva meglio dedicarsi alla repressione diretta dei “rossi” a Parigi. Il 18 Marzo 1871, cioè 145 anni fa, alle 3 del mattino, reparti armati del governo reazionario di Thiers tentarono di portare via le batterie dell’artiglieria, posta su Montmartre ed altri punti strategici, ma le guardie rivoluzionarie del Comitato Centrale dettero l’allarme. I civili, in gran parte disarmati, tra cui molte donne, accorsero per impedire ciò; vistisi circondati dalla folla, i soldati si fermarono, ed il generale che comandava il battaglione ordinò di fare fuoco, ma i soldati si rifiutarono. A quel punto i soldati fraternizzarono con il popolo ed arrestarono il loro superiore, tra l’entusiasmo generale: fu l’inizio della rivoluzione che portò alla Comune. Nel primo pomeriggio dello stesso giorno il Comitato Centrale diede ordine di occupare i municipi, le caserme, gli edifici governativi, e si cominciarono a costruire le barricate.
Venuto a sapere degli avvenimenti, Thiers ed i ministri lasciarono precipitosamente Parigi, fuggendo a Versailles. Venne poi occupato l’Hotel de Ville, sede del sindaco di Parigi, anche lui fuggito insieme al governo, e vi prese posto il “Comitato Centrale della guardia nazionale”: per la prima volta venne issata la bandiera rossa, che poi divenne il simbolo della Comune, da essa definita poi come “bandiera della Repubblica mondiale”! Il 24 vennero proclamate altre libere “Comuni” in tutta la Francia, a Lione, a Marsiglia, a Tolosa, a Saint-Etienne, a Limoges ed a Narbona.
Per prima cosa, a Parigi vennero fissate le elezioni, tenutesi poi il 26 Marzo 1871, di un nuovo consiglio municipale, noto con il nome di “Comune di Parigi”, mentre i suoi membri furono chiamati “comunardi”. Nei giorni precedenti, il governo di Versailles aveva tentato in tutti i modi di interferire, infiltrando suoi uomini, per modificare la situazione, sempre più favorevole ai rivoluzionari, ma invano: le elezioni si erano svolte senza incidenti, e su 485.569 elettori iscritti, avevano votato 229.167 parigini; davvero molti, se si considera che una parte di essi era fuggita in provincia per via dell’assedio. Nel nuovo consiglio, la componente Socialista del Comitato Centrale della guardia nazionale ebbe il sopravvento su quella borghese, conservatrice e repubblicana, favorevole ad un intesa con Thiers.
Il 28 Marzo in Place Hotel de Ville, piena di 200mila parigini, furono resi noti i nomi degli eletti al Consiglio della Comune, e quella sera il consiglio si riunì per la prima volta. Il giorno dopo furono emessi tre decreti, il più importante dei quali stabiliva di prorogare di tre mesi le richieste di sfratto, e che gli alloggi abitativi, ma anche gli esercizi commerciali e le botteghe artigiane, fossero esentate dal pagamento della pigione per tre trimestri.
Altri decreti giusti e popolari nella situazione data si susseguirono nelle settimane seguenti; di rilievo fu quello del 3 Aprile, che abrogava il concordato tra stato e chiesa, seguito da quello, conseguente, di Maggio, che definiva la laicità della scuola. Venne poi abolito l'esercito permanente ed i magistrati divennero elettivi. Tuttavia, stretta nella morsa della guerra civile, assediata sempre più da vicino dall’esercito di Thiers, la Comune non poté attuare il suo programma socialista, se non in minima parte, ed, alla fine, in quella che poi venne chiamata la “settimana di sangue”, dal 21 al 28 Maggio 1871, questo straordinario primo esperimento proletario venne poi soffocato.
Ma il provvedimento più importante era stato senza dubbio la socializzazione delle fabbriche, che così, per la prima volta nella Storia, diede il segno di un cambiamento dalla parte del proletariato, anche se, d'altra parte, le proposte della giornata lavorativa di otto ore e dell'istituzione di un “minimo salariale”, fatte dal socialista rivoluzionario Leò Frankel, di origine ungherese, non vennero approvate... Nè fu approvata la “riforma fiscale”, mentre la Banca di Francia, sostanzialmente, fu lasciata operare come tale.
Le condizioni, comunque, erano davvero difficili: dal 2 Aprile, e per sei settimane, Parigi fu bombardata dalle forze governative di Thiers. Nonostante la resistenza ad oltranza dei rivoluzionari, le difese furono piegate all’inizio di Maggio, e, dopo circa un mese di assedio, il 21 Maggio, le truppe del governo reazionario di Versailles entrarono in Parigi, dando inizio alla, già citata, “settimana di sangue”, che culminò con la fucilazione, secondo alcune fonti, di 20mila, mentre altre fonti parlano di 30mila, comunardi; in realtà non c’è certezza sul numero dei morti, ma è univoco l’arresto di altre 38mila persone, che non erano riuscite a trovare rifugio all'estero, e di cui diverse migliaia furono deportate in Nuova Caledonia, allora “colonia penale” francese in Oceania, nell'Oceano Pacifico. Come sempre, la restaurazione borghese portò ad una feroce repressione.
L'esperienza della Comune di Parigi, qui sommariamente riportata, è stata molto discussa nel tempo, soprattutto all'interno del movimento operaio, sia di parte anarchica, che marxista, a partire da Marx stesso, che era passato, da un corretto scetticismo di fondo, ad esaltarne gli importanti caratteri innovativi, precursori, sia in positivo, che in negativo, di quella che poi sarà la Rivoluzione d'Ottobre, come lo stesso Lenin analizzò.
Ancora oggi alcuni aspetti possono essere considerati molto importanti: ad esempio il fatto che, purtroppo, già allora sia stata, in qualche modo, una guerra a fare da “levatrice” di un processo rivoluzionario, come il fatto che, già da allora, il nazionalismo si caratterizzò, in pratica, come nemico della rivoluzione sociale. Interessante anche soffermarsi sul fatto che sia stata determinante la fraternizzazione avvenuta il 18 Marzo 1871 degli oppressi parigini con le truppe inviate dal nemico, cioè, in questo caso, dal Governo di Versailles. Deve poi rappresentare un fondamentale insegnamento il fatto che la borghesia, sentitasi attaccata, si è ben presto coalizzata contro, indipendentemente dalle diverse posizioni ideologiche, e perfino dalle diverse nazionalità, visto l'accordo di Versailles tra prussiani e “governativi”. Altrettanto importante è capire quanto, nel momento cruciale, abbia pesato il fatto che ad essere armata non fosse solo una piccola minoranza, ma tutti gli oppressi parigini insieme.
Trattandosi di una prima esperienza di cambiamento radicale in senso favorevole ai proletari, molti dei limiti sono dovuti all'inesperienza ed al tempo in cui si è svolta, oltre che all'assenza, a monte, di una lucida analisi sul sistema socio-economico esistente, come invece è stata poi quella realizzata da K. Marx sul capitalismo. Il primo limite, infatti, derivava dalla composizione sociale delle forze rivoluzionarie: si trattava di popolo, e non solo di interessi del proletariato, con una grossa fiducia nei cambiamenti politici in senso democratico, assieme ad una considerazione davvero scarsa delle questioni economiche, invece fondamentali.

Alternativa di Classe

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