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CONTRO QUESTA, ENNESIMA,
UBRIACATURA REFERENDARIA!

(22 Aprile 2016)

Editoriale del n. 40 di "Alternativa di Classe"

referendum sociali

Mentre il Governo Renzi prosegue il suo percorso per cambiare la realtà di contesto sociale, politico ed economico, sempre più a favore del capitale, per rendere l'Italia sempre più “appetibile” allo sfruttamento “del XXI° secolo”, sta scoppiando per molti compagni la frenesia della nuova “stagione referendaria”. Per uscire dall'equivoco, che si ripropone ad ogni piè sospinto, diciamo subito che non ci interessa dare la fatidica “indicazione di voto” (o di non-voto, laddove è il “quorum” a condizionare le diverse posizioni politiche), ma fare riflettere il maggior numero possibile di coloro, i quali contestano lo sfruttamento e l'oppressione del capitale. Il resto ci interessa davvero poco!
A parte il lato “simbolico”, cui molti politici, di carriera o improvvisati, fanno riferimento, per ricavarci credito e visibilità, chiarendo, invece, poco o niente i loro concreti effetti politici e sociali, troppo spesso sopravvalutati dagli ingenui, ha “inaugurato” tale “stagione” proprio un referendum poco meno che inutile, anche a detta di alcuni dei promotori: quello di Domenica 17 “sulle trivelle”. Riguardava, in concreto, l'abrogazione di quella parte del Testo Unico Ambientale (D. Lgs. n.152/'06, modificato dalla Legge di Stabilità 2016), che prevede una durata illimitata per le concessioni di sfruttamento di giacimenti marini di gas e petrolio posti nelle prime dodici miglia di mare dalla battigia: le concessioni avrebbero, così, nuovamente una durata “limitata” (pare che sarebbero tornate ad essere almeno trentennali...). E' certamente vero che è meno peggio un controllo ogni trenta anni (come sarebbe diventato con “quorum” e vittoria dei SI), che nessuno. Ma sarebbe stata veramente poca cosa, e, soprattutto, siamo lontani “mille miglia” dalla “discussione sulle scelte energetiche”, che si fanno passare come “in discussione”!
Le “scelte energetiche”, in realtà, sono in mano agli stessi governi solo formalmente, mentre a decidere questa, come le altre principali questioni (compresi quali siano i “fabbisogni energetici”), in ultima analisi, è solo il capitale finanziario, nel tipo di società in cui viviamo... E lo è talmente tanto, che lo stesso Renzi, seguito poi dal “venerando” Napolitano, visto l'istituto del “quorum”, ha invitato a “non andare a votare”, utilizzando (lui che dovrebbe rappresentare il paladino delle “votazioni democratiche”) l'astensione fisiologica, quella qualunquista, quella “di protesta” e quella politica ma per motivi opposti ai suoi; in realtà, anche su questioni decisamente secondarie, vuole lasciare più spazi decisionali alle imprese, senza “il fastidio” di eventuali controlli!... A parte la demenziale reazione del Segretario del PRC, Paolo Ferrero, che lo ha denunciato alla magistratura (!?), molti compagni, magari anche scandalizzati, e/o comunque “schifati” da questo comportamento opportunista, sono, comprensibilmente, andati a votare, senza rendersi conto della scontatezza dell'esito (32% di affluenza!...), vista anche la scarsità della propaganda permessa: “il massimo risultato con il minimo sforzo”! Del resto, si tratta di un premier, che non ha esitato a disporre “semplificazioni” di vario genere per la Pubblica amministrazione, che, in realtà, servono solo a favorire le imprese, senza nulla concedere agli “orpelli democratici”, e magari anche appesantendo il lavoro ai dipendenti: proprio “quello che ci vuole” oggi al capitale nostrano in crisi!... Questa diatriba referendaria, con relativa spesa, dirottata dalle spese sociali, per giunta, pare sia nata, in pratica, per dissidi interni al principale partito della borghesia, il PD: l'andare alle votazioni è dipeso, per la prima volta, solo dalla richiesta di alcune giunte regionali, quasi un “incidente di percorso”!...
Ben diverso sarà, dato il loro “vitale” interesse, l'atteggiamento dei politicanti per le elezioni amministrative: le comunali, che si svolgeranno il 5 Giugno... Tolte una decina di grandi città “di portata nazionale”, fra cui Roma e Milano, la contesa riguarderà prevalentemente questioni territoriali, ma non per questo meno “appetitose” per i vari pescecani della finanza e per i loro locali “servitori”. Per quanto riguarda i poltici della sinistra (che forse non si autodefinisce più “radicale”, visto il chiaro disvelamento della natura del PD...), da tempo hanno individuato la ghiotta occasione di abbinare alla campagna elettorale quella per i cosiddetti “referendum sociali”, poco importa loro il precedente del mancato raggiungimento del quorum del 17 Aprile... Oltre tutto, queste sono, fra l'altro, le “prove generali” di “Sinistra Italiana”, nuovo partito o aggregazione che sia!
Proprio Sabato 9, infatti, sono partite le campagne per le raccolte di firme, oltre che per due referendum sul nuovo sistema elettorale, il cosiddetto “Italicum”, per ben sei referendum, definiti “sociali”: quattro contro la “Buona scuola” di Renzi e due sull'ambiente (uno contro le future trivellazioni petrolifere e l'altro contro il piano-inceneritori del Decreto “Sblocca Italia”), oltre ad una petizione contro la Legge Madia su servizi pubblici e “partecipate”. Sono referendum sostenuti anche da “movimenti”, come quello “dell'acqua pubblica”, che sta mostrando ancora di non avere capito (?) che il concreto fallimento della “vittoria di Pirro” dei SI ai referendum sui “beni comuni” del 2011 (l'unico “incidente”, che ha raggiunto il quorum dal '95 in poi!...) è dovuto alla coincidenza degli interessi delle multinazionali dell'acqua, esistenti ed “in formazione”, con gli interessi difesi dallo Stato borghese, e continua ad affidarsi direttamente a meccanismi istituzionali...
Gran parte dei sostenitori dei quesiti, poi, auspicano una sorta di “contaminazione” con altri referendum “sul lavoro”, compresi quelli su cui è da poco partita la CGIL, in abbinamento alla raccolta di firme per il subdolo progetto di legge di iniziativa popolare, denominato “Carta universale dei diritti del lavoro” (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno IV n. 37 a pag. 2); sempre più latitante sul piano della concreta lotta sindacale, e sempre più su di un piano di “supporto” istituzionale, la CGIL ha elaborato un testo accattivante, ma che contiene, fra l'altro, la funesta adesione al deleterio Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 Gennaio '14, che, peraltro, molti, troppi, compresi anche alcuni “oppositori della prima ora”, fanno finta di non capire... I referendum targati CGIL sono tre, e sono quello contro i “vaucher”, quello contro le limitazioni delle responsabilità dei committenti negli appalti e quello contro il “Jobs act”, che vuole reintrodurre la possibilità del reintegro per alcuni licenziamenti illegittimi. Altre forze hanno individuato, invece, altri diversi quesiti sul lavoro, più un altro contro la diaria dei parlamentari.... Una vera jungla!
Visti singolarmente, e fermandosi ai testi dei quesiti, tutti, o quasi, i referendum promossi da sinistra non sono certo negativi!... Ma non può essere questo l'ingenuo criterio su cui si basa una strategia! Se è vero che può non essere facile, ad un primo approccio, discernere l'interesse di classe dei proletari per quanto riguarda la materia ambientale ed altre questioni “sociali”, molto più semplice dovrebbe essere il capire che i referendum, in particolare quelli in materia di lavoro, chiamano tutta la popolazione, e quindi tutte le classi sociali, ad esprimersi su questioni, che rappresentano già penalizzazioni per i proletari, e che si vorrebbero, invece, eliminare attraverso il voto di tutti su di una scheda! I provvedimenti da cancellare sono stati originati da rapporti di forza sfavorevoli alla classe, ed una loro eventuale cancellazione non può che derivare da un nuovo cambiamento, in senso favorevole, di tali rapporti di forza! Dato anche il fatto che le variazioni nelle “intenzioni di voto”, determinate da una campagna elettorale, sono veramente minime in termini percentuali, per noi marxisti è chiaro che una espressione di voto, al massimo, registra i cambiamenti dei rapporti di forza, ma, di certo, non li determina!...
Altra considerazione decisiva ci pare quella che si evince dall'analisi degli esiti referendari verificatisi finora. Oltre al referendum istituzionale del '46, per decidere il tipo di sistema politico post-bellico, nel quale vinse la repubblica sulla monarchia, e per il quale il voto dei proletari fu, in grande maggioranza, e giustamente, per la repubblica, che segnava un contesto meno sfavorevole per esprimere le proprie lotte, storicamente gli unici referendum veramente “vinti” furono quello del '74 sul divorzio e quello del '81 sull'aborto. A parte la diversità di contesto, che pure conta, tali referendum non facevano che registrare un cambiamento sociale e di costume, ormai già avvenuto, e nel quale poi si ritrovava anche gran parte della borghesia. E' un fatto che, invece, tutti i referendum, nei quali è stato “in ballo” qualche diretto interesse proletario, sono stati “persi”: dalla “scala mobile” nel '85 allo “allargamento dello Statuto dei lavoratori” nel '95! Oltre tutto, si è trattato di sconfitte non prive di pesanti ripercussioni sia sulle condizioni proletarie, che sugli stessi rapporti di forze, che erano già da prima, evidentemente, negativi, ma che sono poi ulteriormente pegiorati, e proprio, in particolare, sulle questioni sottese dai referendum stessi!...
Il fatto che leaders politici e di “movimenti” di sinistra, in pratica il cosiddetto “ceto politico”, continuino ancora a proporre simili strategie, dopo la prova dei fatti, compresa la beffa dei referendum sull'acqua del 2011 (vedi anche ALTERNATIVA DI CLASSE Anno III n. 36 a pag. 2), conferma quanto poco costoro si interessino davvero alla conquista di rapporti di forze più favorevoli fra le classi, e quanto, invece, interessi loro soltanto una visibilità, da spendersi poi nelle campagne elettorali per ottenere posti nelle istituzioni. Va contrastata duramente, perciò, questa “stagione referendaria”, che hanno inventato, sia per non perdere preziose energie in defatiganti pratiche burocratiche ed interminabili “raccolte di firme”, e sia per evitare di muoversi su terreni di altre classi sociali, sui quali, eventualmente anche dopo gli esiti referendari, com'è avvenuto per “l'acqua”, non si può che arrivare, visti gli interessi in campo, a nuove sconfitte. Il proletariato, in Italia, come altrove, non ha bisogno né dei cosiddetti “segnali, né, tantomeno, di nuove sconfitte, ma di riprendere, risolutamente e finalmente in modo conseguente, il terreno della lotta di classe, per ricominciare a vincere, perché è sempre vero che, prima o poi, LA LOTTA PAGA, se attuata in modo conseguente sugli interessi di classe. E questa verità deve ritornare ad essere patrimonio comune dei proletari.
Appare in parte differente la questione del “referendum confermativo” sulla “Riforma costituzionale Renzi-Boschi”, che, sembra ormai scontato, si dovrà svolgere in Ottobre. Innanzi tutto non richiede lo sfinimento di una raccolta di firme ufficiale, poi non è previsto il quorum, e riguarda una semplificazione in senso autoritario delle istituzioni politiche, con maggiori poteri all'esecutivo, e tale da creare ancora maggiori difficoltà all'organizzazione ed alle lotte dei proletari. Il capitale, cioè, ha bisogno di una “oliata” nei meccanismi istituzionali, in modo da decidere in tempi più rapidi, e più agevolmente, i suoi provvedimenti antipopolari: ebbene, non è certo sbagliato cercare di fargli saltare questi progetti! Inoltre il Governo ha già dichiarato, per bocca di Renzi, di puntare ad un “plebiscito”, e non sarebbe male sconfiggerlo anche su questo campo, magari per “farlo cadere”; l'importante, in questo caso, è non sopravvalutare tale scadenza, o, peggio ancora, premettere questo impegno all'organizzazione del conflitto di classe, come fanno i vari “movimenti di difesa della Costituzione”, qualcuno dei quali sta addirittura raccogliendo firme anche su questo referendum, che, peraltro, si svolgerà “comunque”!...
Come forze di classe, abbiamo già abbastanza da fare nel muoverci contro l'attacco di padroni e governo, che puntano a “tagliare” preventivamente le possibilità di lottare attraverso una riduzione dei diritti a livello di massa ed una repressione selettiva nei confronti di chi cerca di contrastarli davvero, a partire dai posti di lavoro. L'ultimo atto è stato quello di inserire nel Documento Economico Finanziario (D.E.F.), portato “in dote” alla Commissione Europea, il divieto, per legge, di scioperare contro accordi sindacali già firmati (proprio la stessa cosa contenuta nel Testo Unico sulla Rappresentatività del 10 Gennaio '14)... E non è certo un problema da poco.

Alternativa di Classe

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