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In democrazia c'è sempre una speranza

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(7 Maggio 2010) Enzo Apicella
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Riflessioni sui temi sottoposti a referendum popolare il 12 e 13 giugno 2005

(12 Giugno 2005)

Il popolo sovrano si è convocato ad un appuntamento democratico di grande importanza: ha scelto di investirsi direttamente della potestà legislativa per confermare o rigettare i quattro punti più controversi della legge 40 del febbraio 2004, una norma, a detta di tutti (anche di chi solo ora promette quelle modifiche cui si è opposto durante ben sette anni di discussioni in Parlamento!) da migliorare.

I temi trattati riguardano tutti: dare la vita, curare i corpi, fare progetti per il proprio futuro, garantire libertà e limiti alla ricerca... E nessuno, in quanto generato e/o genitore, può estraniarsene, anzi ha il diritto di ricevere le informazioni necessarie per formarsi una propria personale e libera opinione.

Il dibattito cui abbiamo assistito in queste settimane, invece, ha negato informazioni sui reali e materiali contenuti della legge, nascondendo dietro a un'ideologia i problemi concreti. Donne, uomini, nuovi nati, significato e esperienza della nascita e delle relazioni che attorno ad essa si costruiscono sono stati ridotti a pura biologia. Il desiderio di maternità e paternità, l'amore tra una donna e un uomo sono stati artificialmente separati dai processi riproduttivi, sostituendo con divieti, paure, condanne, discriminazioni il sostegno che la legge dovrebbe garantire alle scelte, al senso di responsabilità, al senso del limite delle singole persone libere e responsabili.

Perché la legge 40, contrapponendo un astratto 'diritto del concepito' alla concretezza dei diritti della madre, finge di dimenticare che non esiste alcuna scienza, alcuna tecnica che possa far nascere una vita fuori del corpo e dalla mente di una donna e che non esiste migliore 'tutela' del concepito che quella garantita da chi l'ha voluto.

Il concepito è difeso contro e non con la madre, sostituendo con il conflitto un'armonica scelta d'amore. Così è messo in discussione il diritto alla salute della donna quando non può essere madre per vie naturali, obbligandola alla produzione e all'impianto contemporaneo fino a tre embrioni. Così facendo questa legge offende le donne e ne ferisce il corpo, trattato come contenitore, sul quale, al di là del quale, nonostante il quale imporre principi etici indiscutibili. Inumani, perché pur di riaffermare un ideologico diritto alla vita -non so come si possa pretendere di difendere il diritto alla vita negando, di fatto, la vita a figli desiderati- la legge costringe all'impianto, nell'utero di una donna, anche di embrioni malformati, anche contro la sua volontà, contro la sua salute e contro la stessa deontologia del medico.

Ancora, è vietata la donazione di gameti (la cosiddetta fecondazione eterologa) perché minerebbe la famiglia tradizionale, così riaffermando un presunto primato dei vincoli di sangue e della paternità e maternità biologica su quella sociale, sconfessando così tutti quei milioni di genitori che hanno accettato e cresciuto figli non geneticamente propri.

Con questa legge punitiva le richieste di donne e coppie sterili o portatrici di malattie genetiche diventano 'vergognose' al limite del lecito e della legalità e il sostegno della società e della medicina possono essere negati a causa della mancanza dei 'requisiti di legge' o 'magnanimamente concessi' ma dimenticando totalmente la salute della donna e la libertà del medico di scegliere la terapia adatta al singolo caso, in scienza e coscienza. Questa legge etica cancella e punisce il desiderio di maternità, altre volte invocato e osannato: qui diventa 'smodato', da frustrare, punire, rendere difficile producendo clandestinità, illegalità, turismo procreativo. Ancora una volta la sessualità, guarda caso soprattutto la sessualità femminile, è sottoposta a leggi, norme, disposizioni, e sottratta alla libera e responsabile scelta personale.

Come è già avvenuto per i referendum sul divorzio e sull'interruzione volontaria di gravidanza, da una parte c'è la fatica del vivere quotidiano e il rispetto delle vite intime, dall'altra le astrazioni di un'ideologia inesorabile che nega risposte alle domande e ai bisogni della società, devastando vite presenti e future.

La carenza di informazione e i dibattiti fuorvianti su morale, scienza e dogmi (che non sono materia del referendum) limitano gravemente la possibilità di conoscere, capire e decidere. E alla mancanza di informazione, e alla data estiva in cui il governo ha confinato il voto, si somma l'appello all'astensione, che impedisce il confronto tra diverse opinioni e una scelta consapevole rispetto a una materia complessa che necessita invece di approfondimento e dialogo.

La propaganda astensionista che considera i cittadini immaturi e incapaci di confrontarsi, invita a rinunciare ad assumersi responsabilità, a "lavarsene le mani". Lascia esterrefatti che provenga proprio da chi non certo da Ponzio Pilato dovrebbe prendere esempio!

Dietro a questo attacco alla laicità dello Stato, dietro la 'guerra di religione' dichiarata in grande stile, ai massimi livelli, senza esclusione di colpi e senza rispetto di chi non intende veder trasformata la morale di alcuni in un obbligo per tutti, si nasconde l'intenzione di non raggiungere il quorum: scelta furbesca, cinica e vigliacca di chi ha paura della volontà popolare. Di un popolo, composto -diversamente dal Parlamento- di donne e uomini.

Una propaganda diseducativa, che promuove il disinteresse e la perdita di rispetto per i problemi, e il dolore delle vite altrui che nasconde il vero obiettivo, ormai svelato: la rimessa in discussione della legge sull'interruzione di gravidanza, già confermata da un referendum popolare e che in trent'anni di applicazione ha sostenuto tante donne al momento di una scelta mai facile.

Ma ancora una volta, come nel divorzio, come per l'aborto, le donne e gli uomini di questo Paese hanno capito qual è la partita in gioco e sanno che la vittoria del SI' sarà una vittoria di tutti senza sconfitti, non imporrà nulla a nessuno, mentre la legge 40, oggi e se resterà inalterata nel futuro, obbliga anche chi desidera un figlio sano e per farlo ha bisogno dell'aiuto della scienza e chi attende dalla ricerca scientifica una possibile soluzione ai suoi problemi di salute, a rinunciarvi.

Verona, 9 giugno 2005

Tiziana Valpiana
deputata
Commissione Affari Sociali
Esecutivo Comitato Nazionale per il Sì

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