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La crisi dell’Ulivo e il nostro intervento

Due punti: l'opinione di Progetto Comunista - Quindicinale dell'AMR Progetto Comunista - sinistra del Prc - n. 1 - giugno 2005

(12 Giugno 2005)

Gli sviluppi della situazione politica richiedono alcuni aggiornamenti e approfondimenti, utili anche per il nostro intervento politico.

Cosa succede nel centrosinistra? Qual’è il senso della crisi interna al campo liberale tra Prodi, Rutelli e Ds? Questa crisi cambia lo scenario e le previsioni circa le linee di tendenza della situazione generale?

A questi interrogativi, peraltro molto diffusi, è necessario dare una risposta orientativa, pur con gli elementi di cautela indotti dal carattere ancora fluido del contesto in esame.

I LIBERALI SI CONTENDONO LE SPOGLIE DI BERLUSCONI E IL PROGRAMMA DI MONTEZEMOLO

Tre sono le osservazioni di fondo che si possono fare.

a) La crisi interna al campo liberale dell’Ulivo sta tutta dentro la contraddizione politica che da tempo abbiamo analizzato: tra un’opzione neocentrista espressa dalla maggioranza della Margherita che ripropone uno schema di centrosinistra basato sull’autonomia politica del centro liberale quale partito distinto dai Ds e un’opzione di Prodi e della maggioranza Ds che punta a una unificazione organica in un unico soggetto delle diverse forze del liberalismo italiano (“il partito unico riformista”), salvo contendersi in esso l’egemonia.

b) Questa contraddizione, dopo le elezioni regionali, è alimentata dal rafforzamento politico complessivo del centro liberale e dalla crisi profonda del berlusconismo e di Forza Italia. Infatti proprio la crisi del blocco berlusconiano spinge la componente maggioritaria della Margherita a puntare sulla capitalizzazione diretta dei processi di transumanza e trasformismo che soprattutto nel Sud si sono andati moltiplicando nel campo del centrodestra; e a giocare la carta dell’interlocuzione autonoma con i vertici di Confindustria e buona parte dei poteri forti (vedi il recente convegno nazionale della Margherita con la presenza di Montezemolo). Il rifiuto della lista unitaria della Fed per le prossime elezioni politiche è il riflesso di questa operazione.

c) L’avvicinarsi di un’alternanza di governo concorre a sua volta ad approfondire la contraddizione. Prodi mira a un proprio controllo diretto sulla coalizione di governo: sia perché vuole evitare l’esito del '98, sia perché la gestione del programma antioperaio che la borghesia gli commissiona, all’insegna del risanamento finanziario e dei sacrifici, richiede di per sé un premier forte, dotato di una diretta base d’appoggio politica e parlamentare, il più possibile sottratto ai negoziati interni alla coalizione e alle loro incognite. La lista unitaria della Fed corrispondeva a tale esigenza. Tramontata questa ipotesi a seguito delle decisioni della Margherita, Prodi punta su una propria lista ulivista che gli dia forza e autorità come futuro premier. Da qui il soccorso richiesto ai Ds sotto la minaccia di un proprio ritiro.

I Ds versano in una situazione difficilissima. La lista unitaria alle politiche era la via prescelta per puntare in prospettiva a quel soggetto unico liberale che concludesse il processo iniziato alla Bolognina dando a Fassino e D’Alema la patente definitiva d’accesso a una possibile futura leadership di governo. Il rifiuto della Margherita e il successivo sostegno coatto della maggioranza Ds a Romano Prodi, cambiano profondamente il quadro. I Ds possono prestare il proprio partito a Prodi senza riproporre paradossalmente proprio quella subalternità che la strada del “partito unico” liberale voleva definitivamente superare? Lo stesso apparato Ds si divide su questo interrogativo al di là dei vecchi confini congressuali. Da un lato l’ala sinistra del partito (Mussi e Salvi) chiede il ritorno nell’alveo socialdemocratico. Dall’altra settori dalemiani (Angius e Bersani), la stessa corrente liberale di Morando e il quotidiano Il Riformista criticano la lista ulivista con Prodi dal versante esattamente opposto, chiedendo un’autonomia dei Ds sul terreno della concorrenza con la Margherita per la leadership del liberalismo italiano.

LA CRISI DELL’ULIVO E LE PROSPETTIVE POLITICHE

Come si vede la situazione è in pieno movimento. La stessa candidatura di Prodi per il 2006, seppur difficilmente sostituibile, non è più “garantita”. Molto dipende dalle scelte dei Ds. Ad oggi Fassino e D’Alema prendono tempo, puntando ad una ricomposizione dei cocci tra Prodi e Margherita, magari attraverso un punto di equilibrio che passi attraverso il rilancio della Federazione (Prodi prende atto della decisione della Margherita, la Margherita in cambio concede più poteri a Prodi). Parallelamente si sviluppa un’operazione di scissione della Margherita da parte della componente prodiana, che potrebbe combinarsi con il rilancio da parte di Prodi delle cosidette primarie, al fine di ottenere una reinvestitura “popolare”. Ma solo i fatti potranno dirci della credibilità e degli spazi di queste operazioni. Anche alla luce del dopo-referendum sulla legge 40.

Questa crisi del centro Ulivista sta compromettendo lo scenario di una probabile vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni politiche? Di per sé no. Allo stato attuale delle cose la coalizione di centrosinistra non è in discussione. La maggioranza della Margherita non ha i margini di tempo da qui al 2006 per dare corso ad una propria ricollocazione centrista fuori dall’Ulivo. E la autonomizzazione della Margherita all’interno del centrosinistra può persino incidere elettoralmente, in particolare nel Sud, sulla crisi di Forza Italia. Peraltro gli stessi sondaggi sembrano minimizzare ad oggi gli effetti della crisi dell’Ulivo sugli orientamenti complessivi dell’elettorato. Al tempo stesso è indubbio che la lotta selvaggia all’interno del campo liberale sulla futura guida e sui futuri equilibri del prossimo governo antioperaio attutisce la dirompenza della crisi del Polo e offre a Berlusconi una boccata d’ossigeno davvero insperata.

DILIBERTO E BERTINOTTI A SOCCORSO DI PRODI

In questo quadro la sinistra italiana è e appare subalterna non solo al centro liberale ma paradossalmente alle stesse dinamiche della sua crisi. Tutte le forze della sinistra dell’Unione accorrono a difesa di Prodi in funzione del proprio spazio. I Verdi aprono addirittura all’ipotesi di un proprio ingresso nella lista Prodi nel nome del primato della “società civile”. Il Pdci, spiazzato dai Verdi con cui mirava ad un blocco elettorale capace di superare la soglia di sbarramento del 4%, sostiene a spada tratta la candidatura di Prodi contro Rutelli. Il Prc fa del sostegno a Prodi un elemento di caratterizzazione pubblica, al punto di ignorare la sconfitta di Prodi per opera del referendum francese, di tacere sugli apprezzamenti di Prodi a Montezemolo, di sostenere un contratto degli statali apprezzato da Prodi come propedeutico ai “necessari sacrifici” della prossima legislatura. In cambio Bertinotti chiede a Prodi di fare l’arbitro dell’Unione e non del centro ulivista, riaprendo un canale di dialogo col Prc e il tradizionale gioco di sponda (il “prodinotti”).

Ciò che fa premio su tutto presso gli stati maggiori della sinistra è sempre e comunque la propria valorizzazione di ceto, quale “sinistra del centrosinistra”. Naturalmente cercando, gli uni contro gli altri, di ottenere le attenzioni privilegiate del premier. Da cortigiani verso il principe.

IL NOSTRO INTERVENTO DI FRONTE ALLA CRISI DEL CENTROSINISTRA

Il nostro atteggiamento, di fronte alle novità del quadro politico, dev’essere naturalmente opposto. Non si tratta di ignorare le convulsioni interne al liberalismo e il disorientamento che esse producono in vasti settori di popolo di sinistra, preoccupati di una possibile rimonta di Berlusconi. Si tratta al contrario di dialogare con quelle preoccupazioni popolari ai fini dello sviluppo di una proposta di classe indipendente.

Possiamo e dobbiamo dire che lo scontro Prodi-Rutelli è l’ulteriore riprova dell’inaffidabilità del liberalismo borghese come forza dirigente dell’opposizione alle destre: “di fronte al collasso del berlusconismo, i dirigenti del centro liberale non sanno far altro che disputarsi l’uno contro l’altro la rappresentanza centrale dei poteri forti e l’egemonia nel futuro governo antioperaio; col risultato oltretutto di regalare spazio e tempo a Berlusconi. Non si tratta semplicemente di personalismi o irresponsabilità. Si tratta del riflesso della loro base sociale borghese. Il loro obiettivo strategico è sempre più chiaro: non è battere Berlusconi (se non di riflesso), ma è realizzare il programma di Montezemolo. Allora tanto più oggi bisogna rompere una volta per tutte col liberalismo, muovendo da una posizione esattamente speculare: l’obiettivo strategico per cui battersi non è la cacciata di Berlusconi (se non di riflesso) ma l’affermazione di un’alternativa di classe e quindi un ribaltamento dei rapporti di forza che la consenta”. Da qui la sfida a tutte le forze del movimento operaio e dei movimenti perché si liberino dell’abbraccio mortale di Prodi, Rutelli, Fassino e recuperino una piena libertà di azione e una completa autonomia di progetto.

LA VITTORIA DEL NO FRANCESE RIPROPONE L’INDIPENDENZA DI CLASSE

Va da sé che questa nostra posizione va sostenuta sia nei movimenti e nelle organizzazioni di massa, sia nella battaglia interna al partito. Utilizzando ogni fatto politico significativo, capace di semplificarla e rilanciarla.

La vittoria del No in Francia sulla Costituzione europea è, da questo punto di vista, esemplare. Col sostegno determinante dell’80% dei lavoratori salariati il No francese misura la sconfitta profonda di tutto l’europeismo capitalista, a partire dalle sue vestali (Prodi). Dunque va detto: “come si può festeggiare il No in Francia e poi candidarsi a governare con Prodi, tanto più nel momento in cui Prodi loda il “bellissimo programma” di Montezemolo?” In particolare va respinta l’argomentazione truffaldina oggi rilanciata da Bertinotti attorno alla “partecipazione democratica” come leva dello spostamento a sinistra dell’Unione. L’esempio brasiliano, tanto citato, ci dice l’opposto. La cosidetta partecipazione democratica nella elaborazione del futuro programma di governo con i liberali non è solo una pia illusione, ma è lo strumento mistificatorio con cui subordinare e integrare settori di massa dentro la coalizione col liberalismo, a copertura del suo programma. Peraltro l’esempio di Vendola che vede oggi la nuova giunta pugliese impegnata nel taglio dei posti letto ospedalieri dimostra una volta di più che persino nel contesto più propagandato e anomalo, ciò che detta legge non è la cosidetta partecipazione democratica nella costruzione del programma –in realtà sempre finta– ma il quadro delle compatibilità borghesi, la natura del centro liberale alleato, la rete materiale dei poteri forti e i loro reali interessi.

Per questo il terreno da porre dev’essere sempre quello dell’indipendenza del movimento operaio e dei movimenti e, in questo quadro, dello sviluppo della loro autorganizzazione democratica di massa quale base di un potere di classe alternativo. Sotto questo profilo possiamo citare positivamente il concetto espresso da Cremaschi contro la partecipazione della Cgil alla fabbrica del programma di Prodi, nel nome dell’indipendenza della Cgil dal futuro governo di centrosinistra. Salvo chiedere allo stesso Cremaschi di essere coerente con quell’impegno.

Marco Ferrando

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