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La fabbrica della paura

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(5 Gennaio 2010) Enzo Apicella

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(Il nuovo ordine mondiale è guerra)

Sulla visita di Obama
in Vietnam e a Hiroshima

(4 Giugno 2016)

hiroshima

di Alejandro Iturbe (*)

il presidente statunitense Barack Obama sta dedicando l'ultima parte del suo secondo mandato a realizzare visite in distinti paesi del mondo [questo articolo è stato scritto la settimana scorsa, ndt]. Questa volta è il turno di un viaggio in Oriente che include il Vietnam e la città giapponese di Hiroshima. Entrambi i posti sono simboli di fatti molto importanti della storia del ventesimo secolo.
Nell'agosto del 1945, l'aviazione degli Stati Uniti lanciò su Hiroshima e Nagasaki le bombe atomiche (all'epoca una tecnologia bellica di recente creazione), procurando la distruzione di entrambe le città e causando decine di migliaia di morti, senza considerare un numero ancora maggiore di feriti e gravi sequele di malattie nei sopravvissuti. La cosa più grave è che quell'azione non era militarmente necessaria, in quanto la flotta e l'esercito giapponese erano allo sfascio ed era suolo una questione di tempo la loro resa definitiva.
Il vero obiettivo di utilizzare la bomba atomica era di dare un avviso alle masse e ai popoli dei Paesi del mondo per dimostrare fin dove era disposto ad arrivare l'imperialismo statunitense per difendere i propri interessi e affrontare i processi rivoluzionari che la Seconda guerra mondiale aveva generato.
L'orrore ed il ripudio mondiale che provocarono le conseguenze della bomba atomica, da una parte, e il livello della lotta di classe, dall'altra, impedirono all'imperialismo di tornare ad utilizzare quell'arma. Ma quanto successo a Hiroshima e Nagasaki rimase come un simbolo della crudeltà distruttiva dell'imperialismo.
Alla partenza del suo viaggio, Obama aveva dichiarato che nella sua visita a Hiroshima non avrebbe chiesto perdono per quello che è successo poiché si trattò di una decisione militare dovuta alle circostanze del momento. Leggendo tra le righe, è la stessa cosa che dire: "io avrei fatto la stessa cosa" . Appare chiaro che, dietro la maschera, (e la tattica politica), di "diplomatico e negoziatore" a cui la realtà lo obbliga, Obama è il capo politico dell'imperialismo che, se le circostanze glielo esigessero e, contemporaneamente, glielo permettessero, non dubiterebbe di utilizzare qualunque mezzo per difendere quegli stessi interessi.
Per analizzare il caso del Vietnam occorre conoscere, brevemente, alcuni elementi della storia moderna di questo Paese. Nel secolo XX, il Vietnam faceva parte di quei possedimenti coloniali chiamati l'Indocina francese. Durante la seconda guerra mondiale, venne invaso dal Giappone e cominciò una guerra di liberazione diretta dal Partito Comunista. Sconfitto il Giappone, tornò il dominio coloniale francese (col benestare del Pc), ma rapidamente si ricominciò una nuova guerra di liberazione che terminò con una vittoria parziale nel 1954. Il Paese si divise in due: Vietnam del Nord che nasce come Stato operaio burocratizzato; Vietnam del Sud rimasto come Stato capitalista burattino dell'imperialismo.
I due Stati entrano in guerra: il Nord per riunificare il Paese sotto il suo dominio; il sud per difendere la sua esistenza artificiale. Davanti all'imminente débacle del Sud, a inizi degli anni Sessanta, gli Stati Uniti iniziano una escalation di azioni militari sempre più frequenti contro le truppe del Nord ed il Fronte di Liberazione del Vietnam del Sud (i Vietcong).
Si sviluppa una lunga e cruenta guerra nella quale l'esercito Usa utilizzò metodi di estrema crudeltà come le bombe al napalm (combustibile che si incendia rapidamente in contatto con l'aria) che radevano al suolo villaggi e coltivazioni e uccidevano le persone che si trovavano nella zona. A ciò bisogna sommare i massacri di interi villaggi, come quello del My Lai nel 1968, le violenze sulle donne vietnamite, ecc.
Si stima che più di due milioni di vietnamiti morirono durante la guerra.

Ma tanta crudeltà non garantì il trionfo
Al contrario, la combinazione tra l'eroica resistenza del Paese vietnamita, le grandi mobilitazioni nel mondo contro questo intervento militare (in special modo, un crescente movimento di protesta negli stessi Stati Uniti), ed il crollo militare, psicologico e morale delle truppe statunitensi, fecero sì che questo imperialismo subisse, nel 1975, la prima sconfitta politico-militare della sua storia.
Le immagini degli elicotteri yankee che portavano i propri funzionari ed ufficiali nella loro fuga precipitosa a Saigón (capitale del Vietnam del Sud) e la disperazione dei funzionari vietnamiti dello Stato burattino (che non erano contemplati in quella fuga), che si aggrappavano disperati a quegli elicotteri, fecero il giro del mondo e rimasero come immagini simbolo di quella sconfitta e come dimostrazione che il mostro imperialista poteva essere vinto. Il Vietnam aprì un periodo di approfondimento della situazione rivoluzionaria, espressa, per esempio, col trionfo di rivoluzioni democratiche in Iran e Nicaragua (entrambe nel 1979).
La vita del Vietnam unificatore come Stato operaio burocratizzato fu breve: nel 1986 (dopo la restaurazione del capitalismo in Cina e nell'ex Urss), la direzione stalinista vietnamita cominciò la restaurazione capitalista anche nel proprio Paese, secondo il modello cinese. Cioè usando il regime dittatoriale del PC ma ponendolo al servizio di un Stato capitalista.
Da allora fino ad oggi, una parte importante delle imprese statali sono state privatizzate e sono state espropriate della loro terra, con metodi violenti, moltissime famiglie contadine. Con salari ancora più bassi che in Cina, il Vietnam si è trasformato in ricettore di investimenti imperialisti, con industrie a basso capitale e manodopera intensiva, come abbigliamento e calzaturifici. Così pure nel campo dell'"agrobusiness" selvaggio destinato all'esportazione di riso (affamando il proprio Paese).
È questo il contesto della visita di Obama: un Paese una volta nemico è ora un alleato e possono approfondirsi i buoni commerci. In questa cornice, non ci sono problemi ad appoggiare un regime dittatoriale (come avvenne con Cuba), e allentare l'embargo sulla vendita delle armi che vigeva dal 1975. Quello che non si ottenne con la guerra, lo si ottiene ora grazie al regime del Partito "Comunista" riciclatosi in dittatura capitalista.

Dalla "sindrome del Vietnam" alla "sindrome dell'Iraq"
Vogliamo concludere con un'altra valutazione. La sconfitta del 1975 generò nella borghesia imperialista statunitense la cosiddetta "sindrome del Vietnam": la profonda difficoltà di realizzare nuovi interventi militari di questo tipo per la paura delle possibili conseguenze. Nasce così la politica di "reazione democratica" , sotto la spinta di James Carter a partire dal 1977 e, più tardi, la combinazione di un po' più di "bastone" affinché si accettasse la "carota" voluta da Ronald Reagan dal 1981.
George W. Bush tentò di porre fine alla "sindrome del Vietnam" col progetto del Nuovo Secolo Americano, la "guerra contro il terrorismo" e le invasioni ad Afghanistan ed Iraq. Ma in entrambi i Paesi fu militarmente sconfitto. Non furono sconfitte che ebbero la stessa visibilità e risalto che ebbe il Vietnam ma furono ugualmente sconfitte molto dure per l'imperialismo. Al punto tale che si cominciò a parlare della "sindrome dell'Iraq" in maniera molto simile a quella del Vietnam.
Qui arriva Obama (come una figura nuova e molto più simpatica per le masse rispetto a Bush) per applicare a fondo la tattica della reazione democratica, gli accordi e le negoziazioni. Indubbiamente usa anche qualche "bastone". Ma lo fa in maniera molto limitata (attacchi aerei, fornitura di qualche armamento ed accessori militari), perché l'equilibrio di potere nel mondo è necessario.
Ovviamente, non dobbiamo sottovalutare la politica di Obama che ottiene comunque alcuni successi importanti come nel caso delle sue visite a Cuba e Vietnam, o nel corso della guerra civile in Siria. Ma sono successi parziali che non ribaltano i rapporti di forza e la situazione sfavorevole che l'imperialismo soffre nell'insieme a livello mondiale.
Non siamo solo noi a dire questo. Zbigniew Brzezinski fu uno degli ideologi strategici dell'imperialismo statunitense ed alto dirigente del Partito Democratico: fu il principale elaboratore della politica della reazione democratica di James Carter, fu tra quelli che tracciarono la politica che portò alla restaurazione nell'ex Urss e nell'est dell'Europa e, più recentemente, fu uno dei sostenitori di Obama come presidente. Crediamo che le sue opinioni meritino una certa attenzione come indicatori di come veda la situazione mondiale l'ala più lucida dell'imperialismo statunitense.
In un'intervista concessa alla rivista brasiliana Epoca (edizione 863, 15 dicembre 2014), egli afferma: "Viviamo un'epoca di instabilità senza precedenti. Nel mondo ci sono enormi fasce di territorio dominate da agitazioni, rivoluzioni, rabbia e perdita di controllo dello Stato. […] Gli Stati Uniti perdono potere. […] È quello che vado dicendo da 20 anni: viviamo un periodo di instabilità senza precedenti provocato dal risveglio politico globale."
In altre parole, il mondo vive una situazione rivoluzionaria di fronte alla quale l'imperialismo statunitense è indebolito. Naviga in un mare tempestoso e, come diceva Nahuel Moreno nel 1985: "non fa quello che vuole bensì quello che può". È in questo contesto che si inserisce Obama, le sue politiche e i suoi viaggi.

* dal sito della Lit-Quarta Internazionale www.litci.org
Sul sito della Lit-QI vengono pubblicati quotidianamente nuovi articoli. Il sito dispone di pagine in varie lingue: spagnolo, portoghese, francese, inglese, arabo. Sul sito del Pdac www.alternativacomunista.org traduciamo con regolarità i principali articoli dell'Internazionale.

Traduzione dallo spagnolo di Massimiliano Dancelli - Pdac

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