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L'ultima vittima

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(26 Dicembre 2010) Enzo Apicella

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Basta con le chiacchiere sul liberismo, sta avanzando un infame protezionismo difeso da una formidabile barriera atomica

(4 Giugno 2016)

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Per comprendere la politica internazionale, bisogna evitare di isolare i singoli problemi, ma sforzarsi di connetterli in una visione generale. Ogni studio approfondito, ad esempio sulla questione dell’immigrazione o sulla situazione dell’Iraq è il benvenuto, ma perde molto della sua efficacia se non lo si inserisce nel contesto internazionale. Quando cerchiamo di conoscere un territorio, possiamo osservare la configurazione orografica della regione, il corso dei fiumi, la rete stradale, salendo su un monte o in aereo. Analogamente, osservando gli sviluppi economici e politici a livello generale, si perdono di vista necessariamente molti problemi specificamente locali, ma si colgono le tendenze della dinamica imperialista. Nessuno intenda queste affermazioni come un invito alla superficialità; se qualcuno afferma di essere un esperto di politica internazionale senza essersi fatto le ossa con studi più specifici, mandatelo a quel paese.
Noi comunisti non facciamo parte degli “esperti”, non abbiamo le informazioni che hanno i governi e neppure le soffiate che a volte ricevono i giornalisti professionisti, ma questo non ci deve impedire di condurre una lotta contro le mistificazioni che a piene mani governi, associazioni internazionali, partiti borghesi, stampa e TV diffondono.
Una di queste mistificazioni, in cui tanti, anche di sinistra, cadono, è quella di un liberismo trionfante. Se con ciò s’intende l’arbitrio delle multinazionali, va bene, ma guai a interpretarlo come libero scambio, crescita libera degli scambi mondiali, incremento generalizzato dei mercati. La sovrapproduzione è evidente, in internet si trovano foto di distese sterminate di auto invendute, la Cina, che da sola produce metà dell’acciaio mondiale, sta chiudendo stabilimenti, e la stessa cosa avviene da tempo in Europa e in America. La risposta a questi problemi è la più grande operazione protezionistica di tutti i tempi (TTIP E TPP), tendente a creare un’area immensa sotto controllo americano, che escluda e isoli Cina e Russia.
Grazie al solito linguaggio orwelliano, questa svolta protezionistica ci viene presentata come libero mercato.
E’ un falso storico sostenere che gli USA sono il paese del libero scambio; lo volevano gli schiavisti del sud, che vendevano il cotone all’Inghilterra, ma gli industriali del nord avevano bisogno di barriere doganali, perché la loro giovane industria non poteva competere con quella inglese. Fu una svolta indispensabile per uscire dallo stato di semicolonia. In seguito, il protezionismo si trasformò in una guerra contro i consumatori, e gli USA mantennero tariffe doganali straordinariamente alte, fino a quando, alla fine della seconda guerra mondiale, le industrie europee e giapponesi non furono più in grado di presentarsi come concorrenti pericolose. Da allora, il mito degli USA come difensori del libero commercio divenne un dogma.
Il dominio del capitale finanziario (l’alta finanza delle borse e delle banche, nonché la grande industria) ha reso una pura apparenza la democrazia. E’ questo il vero centro del potere, al quale parlamenti e presidenti sono subordinati; basta che uno dei suoi organi, il Wall Street Journal, dichiari che in Egitto la soluzione giusta è quella di Pinochet, ed è subito accontentato. Il WSJ dichiara che le costituzioni antifasciste dell’Europa meridionale sono un ostacolo, e i servili governi dei paesi indicati si affrettano a provvedere. Wall Street fissa i confini provvisori del suo dominio incontrastato: i paesi del TTIP e del TPP rappresentano il cuore di questo mercato, e a questo si dovrà aggiungere l’Africa, sottraendola alla penetrazione commerciale e finanziaria cinese, l’America latina, che si cercherà di ricondurre totalmente in proprio dominio; per questo, servono le manovre, in combutta con i peggiori reazionari locali, in Brasile, e in Venezuela, dove vogliono provocare il crollo mediante il blocco economico (alla faccia del liberismo!) e forse con un intervento militare. I tanto propagandati BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) scompariranno dalle cronache politiche per la perdita del gigante sudamericano, che sta tornando ad essere semicolonia USA. E dire che per i falchi americani l’amministrazione Obama, che sta riconquistando quello che Bush ha perduto, è troppo debole!
In Medio Oriente, il controllo non è così incontrastato, per la presenza della Russia e dell’Iran, ma amici e nemici devono continuare a stare in guardia nei confronti del governo americano. Altro che disimpegno in Medio Oriente, di cui favoleggiano anche giornalisti famosi! Neppure i governi più reazionari possono stare sereni. Come si è visto con Mubarak, li possono usare e gettare via. Alcuni commentatori parlano delle simpatie USA per i Fratelli Musulmani. Se così fosse, avrebbero impedito il golpe di Al Sisi. In realtà, FM e Sisi sono solo pedine, da mettere gli uni contro l’altro, in un eterno divide et impera. Ci sono persino truppe finanziate dalla CIA che combattono contro quelle finanziate dal Pentagono, tanto per creare un po’ di caos in più. E il caos è l’habitat dove il governo Obama si muove meglio.
Gli alleati, atlantici o no, non sono trattati molto meglio degli avversari: la Germania messa alla gogna per le irregolarità della Volkswagen e, in maniera molto meno clamorosa ma ugualmente incisiva, per quelle della Deutsche Bank. Oggi ci dicono che la Bayer compra la Monsanto. Anche la FIAT aveva comprato la Chrysler, ma c’era il trucco. I tedeschi dovrebbero stare più che attenti. Francia e Inghilterra sono additate come colpevoli per l’avventura libica – al massimo si lancia qualche stoccata alla Clinton, ma la regia, neanche troppo occulta, di Obama merita l’assoluzione.
Niente di nuovo, Washington non si è mai fatto scrupoli nel bloccare e redarguire i paesi satelliti. Solo alcuni esempi: nel 1956 Eisenhower costrinse Francia, Inghilterra e Israele a lasciare il canale di Suez. Sembrava la campana a morte del colonialismo, ma cambiava solo il suonatore, non la musica. Nel 1971 Nixon, visto che il dominio del dollaro era in pericolo per l’ascesa economica di Giappone, Germania e Italia, mise gli alleati di fronte al fatto compiuto dichiarando l’inconvertibilità del dollaro. Nel 1992 sterlina e lira furono costrette ad uscire dal serpente monetario europeo, che doveva regolare i rapporti di cambio tra le monete europee, ufficialmente per le manovre speculative di un privato, Soros. Ma –ne abbiamo avuto conferma in Ucraina – Soros lavora in piena sintonia con CIA, governo e tutte le organizzazioni ufficiali e segrete della classe dirigente americana; quindi, ancora una volta, era l’America che bacchettava i propri satelliti.
C’è poi la questione del terrorismo. L’ISIS è pronto a rivendicare tutto, anche quello che gli è materialmente impossibile compiere. E’ risaputo che possono essere presi gli esecutori, o presunti tali, mai i mandanti. Per questo, usiamo un criterio vecchio come gli antichi romani, chiediamoci “A chi giova?”
L’ENI trova il petrolio in Egitto, e subito scoppia il caso Regeni, attribuito alla polizia egiziana; qualcuno non vuole che gli affari dell’ENI con l’Egitto vadano in porto. Hollande si reca a Il Cairo per grandi accordi commerciali e un aereo precipita sulla rotta Parigi –Egitto. Ci sono altri precedenti: Assad rifiuta la costruzione di un gasdotto che dal Qatar arrivi al Mediterraneo, e scoppia la guerra civile. La Turchia tratta con Mosca per il transito di gas e petrolio e viene abbattuto un aereo russo, con relative rotture tra i due paesi.
Che combinazione! Tutte questi attentati sono a vantaggio delle imprese petrolifere d’oltreoceano e delle loro appendici europee. Una volta tutte le strade portavano a Roma, oggi tutte le piste portano a Washington.
In apparenza, gli Stati Uniti vogliono ripetere l’operazione di Reagan, far saltare le finanze russe per determinare il crollo dello stato, o, in subordine, far cadere i nazionalisti (Putin) per aprire la via agli amici dell’Occidente. Può darsi, ma in un secondo momento. Per ora, sull’onda del ricatto e della paura, basta trasformare la UE in una sorta di cellulare (nel senso di furgone della polizia) che trasporti i vari paesi nel TTIP. Dopo, il baraccone UE e anche lo stesso euro potranno essere gettati tra i rifiuti, a maggior gloria del dollaro. Il diritto internazionale è sostituito sempre più da decisioni di tribunali americani, che comminano sanzioni alle imprese europee irrispettose delle indicazioni di Washington. I confini provvisori del dominio sono segnati dalle basi militari e dai missili intercontinentali con testata atomica. Un reticolato atomico segna il limes, su Russia e Cina scrivono: “Hic sunt Leones”.
Ma Obama, sempre coerente col linguaggio orwelliano, chiama protezionisti gli avversari del TTIP.


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Michele Basso

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