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(30 Maggio 2012) Enzo Apicella

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Pronta a scoppiare la bomba “derivati” effetto della crisi del capitale produttivo

(11 Giugno 2016)

moody's

L’indebitamento, tanto pubblico quanto privato della nazioni è oggi considerevole. L’Asia, e in particolare la Cina, che rappresenta un immenso mercato, sono oggi in forte rallentamento e sull’orlo della recessione. In Cina non solo l’accumulazione del capitale segna un forte rallentamento, ma la sovrapproduzione si fa strada in diversi rami di industria, come l’acciaio, il cemento, l’edilizia e si manifesta anche nella produzione di elettricità. Venendo all’Italia, lo scorso inverno il nutrito popolo dei piccolo borghesi è entrato in fibrillazione dopo aver scoperto che il valore di gran parte dei suoi risparmi, investiti in prodotti finanziari propostigli dalle loro banche, si era azzerato. Gli erano stati rifilati con la menzognera assicurazione che erano solidi e sicuri come i Bot della Banca d’Italia, quando invece erano ad alto rischio e le banche in questione si affrettavano ad affibbiare ai risparmiatori inesperti. Erano quattro piccole banche a livello regionale, Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti, che hanno coinvolto nel disastro 140 mila risparmiatori per un danno di 430 milioni di euro. Il sistema bancario italiano è stato chiamato ad intervenire per 3,6 miliardi di euro nell’operazione “salva banche”.

Non entriamo nella storia e nel merito della faccenda che si snoda tra la complessa legislazione comunitaria e nazionale sul fallimento e l’eventuale salvataggio degli istituti bancari.

Sopratutto dopo l’applicazione del “bail in” Italia dall’1 gennaio. Il termine, “salvataggio interno”, significa che i debiti e le perdite della banca saranno ripianati con i soldi degli azionisti e dei risparmiatori.

Al vibrato, ma sconsolato, coro dei correntisti delle quattro piccole banche non si associavano quelli delle grandi, che ritenevano i loro risparmi al sicuro in forzieri più grandi, sorvegliati da dirigenti onesti e scrupolosi, ma contando sull’acronimo che si applica ai colossi di Wall Street: “too big to fail”, troppo grandi per fallire.

Lasciamo questi illusi nella loro convinzione. La nostra teoria sulla concentrazione del capitale ci suggerisce il contrario e trova ulteriore conferma in un articolo di Graham Summers, responsabile strategico dei mercati per la Phoenix Capital Research, che ha scritto: “Un crash da 9 trilioni di dollari è alla porta”. Sono 9 milioni di miliardi, un 9 seguito da 15 zeri, cifra difficile da rapportare a grandezze fisiche. E poi saremmo noi i catastrofisti!

Occorre partire da cifre comprensibili.

La grande crisi che ancora perdura è iniziata nel 2008 come crisi di sovrapproduzione di merci e di capitali.

Ha inizialmente coinvolto il mercato dei “derivati”, i quali, leggiamo, sono contratti o titoli il cui prezzo è basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, come, ad esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse o anche materie prime. Quanto di meglio quindi per propagare e far esplodere la crisi.

La crisi generale ha poi coinvolto importanti banche d’affari americane, tutte “too big to fail”. Ma quegli spericolati prodotti finanziari, il cui valore complessivo è calcolato in 0,6 trilioni di dollari, hanno continuato a crescere e a infettare tutti i bilanci bancari.

Summers riferisce che la tedesca Deutsche Bank, il forziere dell’imperialismo tedesco, era la banca europea più esposta sui derivati, che ingolfavano i suoi bilanci per un valore superiore ai 75 mila miliardi di dollari, corrispondenti a circa 20 volte il Pil della Germania e di poco inferiori al Pil mondiale, calcolato per il 2014 in 78 mila miliardi di dollari.

L’agenzia “indipendente” di valutazione finanziaria Moody’s ha così deciso di declassare la valutazione di alcuni titoli della Deutsche Bank ad un livello di appena due gradini al di sopra di “junk”, spazzatura. Il cancelliere signora Merkel tuona, ma dall’alto di un oltremodo traballante pulpito! Quella banca infatti non è la sola particolarmente esposta al mercato dei derivati.

Le banche americane hanno nei loro bilanci derivati per un valore superiore a 200 mila miliardi, di cui il 77% è rappresentato da contratti sui tassi d’interesse, cioè vere e proprie scommesse sul futuro dell’economia mondiale, e che condizionano la politica dei tassi d’interesse applicati dagli istituti d’emissione delle più importanti economie, tra cui l’americana Fed, che pretenderebbero dirigere la politica monetaria negli Usa, e non solo.

Summers conclude facendo notare che basterebbe che i derivati perdessero solo l’1% del loro valore per cancellare tutto il capitale delle grandi banche, trascinando l’intero sistema finanziario mondiale in una crisi finora mai conosciuta e dai risultati imprevedibili, enormemente superiori alla crisi del 1929!

È evidente che la crisi delle quattro piccole banche italiane è un fatto ancora marginale e sopportabile dalla finanza mondiale. Ma questo primo tappo al buco noi sappiamo, e lo sanno bene anche i nostri avversari di classe, è solo l’anticipo dei fallimenti a cui assisteremo quando l’intero sistema capitalistico imploderà sulle proprie fondamenta finanziarie, che gli sono necessarie per sostenerlo ed ingigantirlo.

Noi sappiamo che non c’è spazio e possibilità per un “capitalismo dal volto umano”, né di una crescita controllata, tanto meno di una “decrescita felice”, come alcuni sostengono, ma un unico sbocco verso il collasso generale.

Si potrebbero ripetere domani altre crisi epocali della dimensione di quella in Russia alla fine degli anni Ottanta con una terribile recessione nella quale la produzione crollò del 56%, una caduta superiore a quella degli Stati Uniti nel corso degli anni Trenta.

Al capitalismo rimane solo la strada di sempre, quella della guerra tra gli imperialismi. A quel punto solo la rivoluzione comunista potrà salvare i proletari del vecchio e dei nuovi mondi, coloro che posseggono solo la loro forza lavoro, esclusi dalla proprietà dei mezzi di produzione, verso una forma di società liberata dal lavoro salariato, da capitale, mercato, banche e finanza ed organizzata in un grande progetto unico di sviluppo della specie umana. Per far questo i proletari dovranno, come suggerisce Marx: “trasformare l’arma della critica nella critica delle armi!”.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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