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Podemos: l'illusione svalutata

La crisi di strategia di Podemos, fra normalizzazione interna e accettazione del sistema borghese

(15 Giugno 2016)

podemos

Poche settimane fa (l'articolo è stato scritto ad aprile, ndr) si sono dimessi dieci consiglieri cittadini madrileni di Podemos. Un’azione di pressione per destabilizzare il segretario cittadino di Podemos, Luis Alegre, uomo di Pablo Iglesias. I dimissionari, legati a Íñigo Errejón, lo hanno fatto contestando la “deriva” dell’organo di direzione madrileno.
L’episodio ha un suo antefatto. L’"errejonismo" madrileno ha passato mesi a negoziare con il PSOE (e C’s) (1) una mozione di censura contro Cifuentes nella Comunidad di Madrid. Un intrallazzo che è saltato insieme a quello della “calce viva” di Iglesias in Parlamento.
La crisi interna, nel pieno dei dibattiti sull'investitura del nuovo governo, e i tentativi di Podemos di riprendere i negoziati con il PSOE hanno attirato tutte le attenzioni e hanno servito su un piatto d’argento un ghiotto banchetto ai grandi mezzi di comunicazione.
Pablo Iglesias e Errejon hanno tentato di tamponare le fratture interne con messaggi poco credibili di mutuo sostegno, ma la risposta di Iglesias è arrivata con la destituzione di Sergio Pascual, segretario d'organizzazione di Podemos. «In Podemos non ci sono né devono esserci correnti o fazioni che competano per il controllo degli apparati e delle risorse», sentenziava il leader, deciso a risolvere alla radice il problema. Poco dopo, Iglesias ha designato “a dito” come nuovo segretario d’organizzazione niente meno che Pablo Echenique, leader ad Aragona e che è stato insieme a Teresa Rodriguez di Anticapitalistas il volto noto “dell’opposizione” al modello organizzativo filogovernativo presentato a Vistalegre.
La sequela di dimissioni, lettere pubbliche e accuse incrociate, che hanno molto l’aria di una disputa da apparatcik e metodi da segretario generale onnipotente, sono espressione di un’acuta crisi all’interno di Podemos. Ma qual è la genesi di questa crisi?


PODEMOS, FIGLIO LEGITTIMO DELLO SVIAMENTO DELLA LOTTA DI CLASSE

Podemos – come Syriza - è in ultima istanza una manifestazione dello sviamento e del successivo arrestarsi del processo ascendente della lotta di classe seguita alla crisi, la quale si sarebbe potuta sviluppare se le direzioni burocratiche del movimento operaio alleate dei partiti tradizionali e degli apparati riformisti non lo avessero impedito. Per questo Podemos è espressione politica e allo stesso tempo negazione del processo di mobilitazione che si è aperto negli ultimi anni contro le conseguenze della crisi capitalista (2).
Tuttavia, a differenza del riformismo classico, dove prevaleva una struttura di partito e un profondo ancoraggio sociale alla classe lavoratrice e ai settori popolari, Podemos emerge come organizzazione larga, tributaria della video-politica e dipendente da figure mediatiche come Pablo Iglesias.
Questa fisionomia ha permesso al suo gruppo dirigente di godere fin dalla sua fondazione di un ampio margine di manovra, attraverso una brutale autonomizzazione della “cupola” rispetto alla base (i famosi, e sempre più desaparecidos, “circoli”). Un processo coronato nell’assemblea di Vistalegre, dove Iglesias, Errejón e Monedero assunsero il controllo assoluto dell’organizzazione, imponendo una repentina moderazione al suo già limitato programma iniziale, un discorso populista e un metodo plebiscitario di votazioni online per prendere le decisioni.
In questo percorso, ricordiamolo, Iglesias ha fulminato i suoi soci iniziali di Izquierda Anticapitalista, imponendogli lo scioglimento come partito (nel movimento “Anticapitalistas”) per poter essere integrati in Podemos. Una resa incondizionata contro cui i seguaci di Miguel Urbán e Teresa Rodriguez non solo non hanno combattuto, astenendosi dall’opporre una battaglia politica seria contro la nascente burocrazia diretta da Iglesias, ma - il che è peggio - hanno benedetto con un accordo in Andalusia.
Iglesias, Errejón – e anche Juan Monedero – sono usciti da Vistalegre con la convinzione di poter “assaltare” elettoralmente La Moncloa in un anno, continuando a sottostimare le capacità degli effetti di un discorso sempre più moderato – per attrarre voti dall’area socialista – e negando in blocco la mobilitazione e la lotta di classe come terreno della contesa politica.
Nonostante i risultati delle comunali e gli eccellenti risultati elettorali del 20 dicembre, per una formazione nata da poco più di un anno, l’avanzata di Podemos è stata insufficiente a realizzare il sorpasso del PSOE. Ma la colpa della festa rovinata non è solo dei voti e della legge elettorale antidemocratica. Vi è una ragione più profonda: la passivizzazione sociale sta consentendo a PSOE e C’s, l’ala destra della “seconda transizione” che promuove Iglesias, di passare all’offensiva a spese di Podemos stessa.
Il fallimento del tentativo d’imporre all’apparato del PSOE un governo di coalizione, con vicepresidenza e ministeri inclusi, pone Podemos di fronte ad un crocevia: accettare di essere il fanalino di coda di una rigenerazione light del decadente regime del ’78, trattando con il PSOE in cattive condizioni; oppure scommettere su un secondo round elettorale con l’illusione che i rapporti di forza parlamentari cambino, e sopraggiunga un accordo che lo mantenga in vita come artefice della “seconda transizione”.
Le manovre di Errejón, aprendo una crisi interna nel momento peggiore, esprimono la sua disperazione per il dover trattare “senza condizioni” con il PSOE. Una scommessa azzardata, alla quale Iglesias ha reagito con un colpo di mano, che tra l’altro ci si poteva aspettare, sia per la sua personalità megalomane che per il suo ruolo di piccolo Bonaparte, sancito dagli statuti di Vistalegre.
Ma - va precisato - questa azione non corrisponde ad una “svolta a sinistra” contro il moderatismo di Errejón. È un tentativo di imporre la propria autorità politica e mantenere il controllo su ogni negoziato. Non per niente, dopo avere licenziato a Pascual, la stampa informava dell’incontro tra Pablo Iglesias e Pedro Sanchez per riprendere i negoziati.


LA SVALUTAZIONE DELL'ILLUSIONE

Dalla sua irruzione sulla scena politica alle europee del 2014, Podemos ha attraversato varie tappe. Prima fu l’espressione più pura del passaggio “dall’illusione del sociale” “all’illusione del politico”. La sua emersione elettorale espresse il superamento di un momento iniziale della mobilitazione dove era prevalsa un’“illusione sociale”, l’idea che si possa “cambiare il mondo” senza intervenire nel terreno politico. Tuttavia, questo superamento si è prodotto dando origine ad una nuova “illusione politica”, secondo la quale sarebbe possibile riuscire a “recuperare la democrazia” o uscire dalla crisi nel quadro dell’attuale sistema capitalista e della democrazia liberale (3).
Su questa base, Podemos – insieme a Izquierda Unida e a diverse piattaforme cittadine provenienti dal movimento 15M – è stato il veicolo dell’illusione gradualista (4), che ebbe il suo momento di splendore nelle elezioni comunali. L’onda del movimento 15M si è così infranta sulle spiagge del “municipalismo” e delle “coalizioni cittadine”, credendo di trovare in esse una possibile soluzione capace di dare espressione istituzionale al proprio proposito democratizzatore.
Le elezioni del 24 maggio 2015 hanno in grande misura mutato la mappa politica spagnola. Nelle principali città dello Stato come Madrid, Barcelona, Valencia, Cadiz, Zaragoza, Santiago de Compostela e altre, candidature “cittadine” formate da Podemos e da altre forze della sinistra sono giunte al governo delle municipalità. Ma poco a poco, questa prima “prova del potere” (5) del neoriformismo ha mostrato i propri insanabili limiti.
Inserite nella logica della “gestione”, queste candidature hanno iniziato a restringere velocemente i “margini del possibile” nel processo di cambiamento. Avendo abdicato ad ogni prospettiva di mobilitazione sociale, nel momento di dare attuazione alla propria limitata agenda sociale, i nuovi governi riformisti si sono scontrati con il limite del loro rispetto assoluto della “sacra” proprietà delle banche e della legalità capitalista. È questo ciò a cui sempre più assistiamo a Madrid e Barcellona, con una serie di rinunce programmatiche e perfino di scontri aperti con le giuste rivendicazioni operaie e popolari (6), o nella municipalità di Cadice, dove si evidenzia l’impotenza degli “anticapitalistas” alla direzione della gestione dello Stato (7).
Nel caso di Podemos, questa dinamica ha avuto come corollario, come dicevamo prima, la strutturazione di un partito monolitico diretto dall’alto, ma anche la moderazione progressiva e senza limiti del programma: la consumazione di una strategia riformista di stampo esplicitamente socialdemocratico e una vera orgia di video-politica contraria a qualsiasi accenno di stimolo della lotta di classe.
Ma il salto qualitativo di questo processo avrà luogo dopo le elezioni del 20 dicembre, dando origine ad una pronunciata svolta a destra con l’appello ai social-liberali del PSOE a formare un governo. Un tentativo per il momento fallito, che è finito con il catalizzare una crisi interna e che si cerca di risolvere con purghe e battaglie d’apparato, in un’applicazione sincretica di vecchi metodi stalinisti e di altri propri della politica borghese.
Tutti questi momenti, salvo accezioni, compreso l’ultima svolta bonapartista di Iglesias, sono stati “giustificati” come “mali necessari” per Podemos, come “l’unica cosa possibile” negli “stretti margini per il cambiamento”. In primo luogo dalla cupola e dalla maggior parte della sua base. Ma anche dalla sua ala sinistra, Anticapitalistas. È il nuovo “spirito” di Podemos, quello “dell’illusione svalutata”.


I PARADOSSI DI ANTICAPITALISTAS

In un recente articolo (8), l’eurodeputato Miguel Urbàn e Brais Fernandez, referenti di Anticapitalistas in Podemos, hanno esplicitato la propria posizione sulla “crisi di Podemos”. Partendo dalla «necessità di scacciare i vecchi partiti» e accettando la fraseologia che Pablo Iglesias ha reso popolare, «sull’urgenza di superare le costrizioni culturali e politiche della vecchia sinistra», Fernandez e Urban elogiano «la leadership popolare di Pablo Iglesias», che considerano «un dirigente di grande valenza intellettuale, capace di connettersi come nessuno con quelli e quelle che stanno in basso».
Nella loro critiche si concentrano sul “modello plebiscitario”, la trasformazione di Podemos in una «macchina da guerra elettorale» contrapposta alla idea vaga di un “partito-movimento”, e sull’abbandono delle «grandi linee programmatiche di rottura come i processi costituenti, la democratizzazione dell’economia attraverso la socializzazione dei settori finanziari e produttivi strategici, o misure radicali contro la crisi e l’attacco ai salari come il reddito minimo», per optare invece per un programma keynesiano.
Tuttavia, sostengono anche un argomento che, sebbene a prima vista sembri una critica, risulta un’insolita giustificazione: «Poiché Podemos è un partito di paradossi, il modello vincitore adottato, curiosamente, si volge contro chi l’ha promosso», ossia contro Iñigo Errejón. Pablo Iglesias ha utilizzato i suoi poteri di "supersegretario" generale contro il presunto ideologo del modello centralista e autoritario di Vistalegre (Errejón). Ma ciò si determina, pare, quando Pablo Iglesias compie una “svolta a sinistra”.
«Siamo, diciamolo con le parole di Gramsci, di fronte al caso di un ‘cesarismo progressivo’», dicono gli “Anticap”, e sottolineano che «il cesarismo è progressista quando il suo intervento aiuta le forze progressive a trionfare, anche se con certi compromessi e attenuazioni limitative della vittoria».
L’allusione alle categorie di Gramsci è, come minimo, infelice. Nei suoi Quaderni, il comunista italiano si riferiva ad un “cesarismo progressivo” nel caso di Cesare o di Napoleone. Attribuire questo ruolo a Pablo Iglesias risulterebbe incredibilmente sproporzionato (e perfino ridicolo), se non fosse l’espressione di una completa giustificazione politica. Nel caso di Napoleone, secondo Gramsci, ciò che stava “risolvendo” con metodi "bonapartisti" era la contraddizione – niente meno – tra l’avanzata della rivoluzione borghese e la possibilità della restaurazione dell’antico regime, impedendo il ritorno ai vecchi rapporti sociali di produzione. Nel caso di Pablo Iglesias, quale dinamica sociale progressiva sta “risolvendo” con la sua proposta di un governo del cambiamento con il PSOE? Presentare Pablo Iglesias come un “rappresentante” del movimento sociale che ha fatto irruzione a partire dal movimento del 15M (Indignados), anche se sfumato in una “rappresentazione burocratica”, è una completa falsità. Iglesias ha difeso e ideato, così come Errejón, il modello di Vistalegre, e come lui ha difeso un accordo con il PSOE, cosa che gli “Anticap” sembrano dimenticare.
Si dimostra così la mistificazione di postulati tanto naif, come l’affermazione che «il principe del XXI secolo, il partito organizzato, deve vivere in una tensione creativa con il movimento», soprattutto se si viene da un partito – ora movimento – che si è sciolto e ha trattato con l’apparato per essere parte del partito poco pluralista di Pablo Iglesias.
Dalla fondazione di Podemos, gli Anticapitalistas sono stati appena una tiepida opposizione a sua maestà. Se nella crisi attuale sollevano un po’ la testa – piegata sotto l’ombra del piccolo Bonaparte Iglesias – è per puro calcolo politico: in vista delle nuove elezioni, una soluzione per cui gli “Anticap” hanno lavorato sodo fin dal 20 dicembre.
La loro ipotesi è che l’apertura di nuove trattative per le liste possa essergli di beneficio (visto che in quelle del 20 dicembre Pablo Iglesias gli ha impedito di poter collocare anche un solo militante). Così, dopo essere stati i sostenitori della democrazia di partito in astratto, senza strategia politica alternativa, si sono trasformati ora nei giustificatori “a sinistra” dello zigzagare burocratico di Iglesias. E questa penosa politica la chiamano “anticapitalista”… e perfino “gramsciana di sinistra”. Povero Gramsci!


LE "DUE ANIME" DI PODEMOS E UNA NUOVA IPOTESI ANTICAPITALISTA

Ha ragione Emmanuel Rodriguez (9) quando sostiene che il revival di “riforma o rottura” che ha portato alla crisi del regime è in realtà una licenza terminologica che non rende conto della realtà. È più giusto parlare di “riforma o restaurazione”, cioè «rinnovamento del sistema dei partiti e delle leggi costituzionali con qualche redistribuzione sociale, o simulacro di tutto quanto esposto prima, incanalato dai vecchi attori» dice Rodriguez. Ciò che si presenta come “rottura” o “rotturismo” non è nient’altro che un cambiamento estetico.
Rodriguez ha ragione anche nell'obiettare all’idea di un “ritorno alla normalità”, dato che la crisi di "quelli che stanno in basso" è di portata maggiore della crisi del regime di transizione (e del suo sistema di rappresentazione politica). Il sostrato della crisi risiede nelle tendenze disgregatrici all'interno l’Unione Europea (con il ritorno in auge dell’estrema destra, la cosiddetta crisi dei rifugiati, la Brexit, ecc.), nella dinamica della crisi capitalista, e nella persistenza della crisi sociale dello Stato spagnolo (10).
La grande crisi di Podemos è dovuta al fatto che ha voluto risolvere il tutto con una guerra lampo elettorale, assaltando la Moncloa in un solo anno. Il fallimento di questa illusione è alla base della sua crisi attuale. Il problema è individuare il perché. E qui si sbaglia Rodriguez, quando sostiene che in Podemos ci sono solo due anime: quella del ritorno alla «normalità democratica» (Errejón) e quella della «protesta» (attribuita implicitamente a Iglesias). Che Errejón sia il rappresentante dell’anima “normalizzatrice” è possibile. Ma Iglesias è il rappresentante dell’altra?
Rodriguez segnala maliziosamente che il fallimento del «Gramsci di Pozuelo de Alarcòn» (Errejón) è dovuto alla «critica dell’economia politica, l’assenza della dimensione europea della crisi, il disprezzo dell’analisi delle fratture sociali, l’elitismo congenito dell’ipotesi politica (…) la sottovalutazione della mobilitazione sociale, la centralità ossessiva del “discorsivo” (ecc.)». Certo. Ma possiamo dire altrettanto di Iglesias.
All’interno di Podemos non ci sono due progetti politici né ideologici contrapposti, un’ala “radicale” contro un’ala “moderata”. Ne tanto meno tre, come viene ventilando la stampa dando fiato agli Anticapitalistas. Tanto Iglesias quanto Errejón, con il vergognoso assenso di Anticapitalistas, difendono un programma e una strategia di riforma del capitalismo nel quadro della democrazia liberale, ricorrendo ad un miscuglio eclettico di idee tratte dall’arsenale dell’eurocomunismo (e ai metodi stalinisti), della vecchia socialdemocrazia e del postmarxismo di Laclau.
Se esiste una contraddizione in Podemos, non si esprime attraverso una frattura verticale di “due anime” nella sua cupola, ma tra le illusioni degli ampi settori che confidano nel fatto che l’ascesa elettorale di Podemos possa servire a realizzare le proprie rivendicazioni, e la strategia riformista di Podemos, che porterà queste aspirazioni a sbattere contro il muro. Una contraddizione che si risolverà inevitabilmente nell’arena della lotta di classe.
Non è chiaro come evolverà la crisi di Podemos, se continueranno le “purghe” o se si fumerà il calumet della pace. Ciò che è certamente chiaro è che essendo fanalino di coda della rigenerazione del regime del '78 o puntando a trattare in condizioni migliori con il PSOE per le nuove elezioni in arrivo (11), Podemos non sarà un’alternativa per una soluzione complessiva ed effettiva di tutte le rivendicazioni democratiche e sociali in campo.
Perché a questo fine è necessario dispiegare una strategia che si scontri con i poteri di fatto del regime capitalista spagnolo, non cercare nuovi “compromessi storici” per salvarlo. È necessaria una nuova ipotesi politica anticapitalista, dei lavoratori, delle donne e della gioventù, il cui asse si collochi nella lotta di classe. I militanti e le militanti di Classe contro Classe ripongono tutti i loro sforzi in questa prospettiva.






(1) E l’abbreviazione del nome dell’organizzazione politica spagnola “Ciudadanos - Partido de la Ciudadanía” (Cittadini - Partito della cittadinanza) N.d.T.

(2) Santiago Lupe y Diego Lotito, “Europa. Entre la reacción y el neorreformismo”, Estrategia Internacional Nº 29, enero 2016.

(3) Josefina Martínez y Diego Lotito, “Syriza, Podemos y la ilusión socialdemócrata”, Contracorriente Nº 43, marzo 2015.

(4) Josefina Martínez y Diego Lotito, “La ilusión gradualista”, Ideas de Izquierda Nº 12, agosto 2014.

(5) Josefina Martínez y Diego Lotito, “La ‘hipótesis Podemos’ a la prueba del poder”, Ideas de Izquierda Nº 21, julio 2015.

(6) Vedi Cynthia Lub, “Podemos, Ayuntamientos del “cambio” y lucha de clases”, in questo numero di Contracorriente.

(7) Asier Ubico y Diego Lotito, “El `Kichi’ las paradojas de los ‘anticapitalistas’ gestionando el Estado capitalista”, IzquierdaDiario.es, 26/03/2016.

(8) Miguel Urbán y Brais Fernández, “La ‘crisis’ de Podemos”, eldiario.es, 17/03/2016.

(9) Emmanuel Rodríguez, “Podemos y la ilusión de la normalidad”, ctxt.es. 16/03/2016

(10) Santiago Lupe y Diego Lotito, “Europa. Entre la reacción y el neorreformismo”, op.cit.

(11) Vedi Santiago Lupe, “El nuevo reformismo presenta su proyecto de restauración del Régimen del 78”, in questo numero di Contracorriente.

Diego Lotito

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