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(5 Luglio 2016)

Osservazioni fraterne a proposito del Congresso Nazionale per la ricostruzione del Partito Comunista Italiano tenutosi a Bologna da 24 al 26 giugno al Circolo ARCI di San Lazzaro di Savena.

pugni chiusi

Ho partecipato a nome della Segreteria Nazionale all’avvio del Congresso per la ricostruzione del Partito Comunista Italiano il giorno 24 giugno al Circolo Arci di San Lazzaro di Bologna. Alla fine di questo processo il Partito dei Comunisti italiani, come si legge nel sito del Partito non esisterà più e confluirà nella nuova forma organizzativa assieme ai compagne e alle compagne esterni, alcuni usciti da Rifondazione, che hanno condiviso questi passaggi politici e organizzativi.
La mia partecipazione non è stata un fatto formale, ma rappresenta in modo simbolico l’attenzione costante del PRC al dibattito, alle proposte, agli orientamenti che animano i comunisti e le comuniste fuori di noi, in particolare di quelli e quelle che non rinunciano a dirsi comunisti e a organizzarsi come tali, senza sciogliersi nel mare magnum di una sinistra sociale, politica e culturale in grande difficoltà di fronte alla globalizzazione liberista, alla crisi strutturale del capitalismo e all’uso costituente che ne stanno facendo le classi dirigenti rappresentanti degli interessi del turbocapitalismo.
Quindi queste note danno conto di una attenta lettura del documento preparatorio, dei contributi vari pubblicati sul sito della Associazione, dell’ascolto della relazione organizzativa che ha fatto il punto delle assemblee di base preparatorie, di quella politica del compagno Steri e soprattutto del motivo per cui Rifondazione non fa parte di questo processo. Qui posso con più agio sviluppare e argomentare il senso del mio intervento (il primo dopo le due relazioni cui sopra ho accennato ) atteso e sollecitato dagli stessi organizzatori, ma ristretto nel tempo formale del saluto degli ospiti e quindi non in grado di spiegare adeguatamente a una platea interessata e appassionata e particolarmente sensibile al tema dell’unità quale sia la nostra posizione rispetto a questa operazione politica .
Molti sono i punti politici che ora ci uniscono. L‘Europa delle Banche e dell’austerità costruita con una alleanza sempre più incrollabile fra Il Partito Popolare e la Socialdemocrazia è una gabbia da spezzare. Renzi rappresenta in Italia in modo diretto e brutale gli interessi del capitale europeo, con tutti i suoi intrecci con la finanza internazionale. In quattro mosse legislative (Jobs Act, legge sulla “buona scuola”, sblocca Italia e il combinato disposto fra controriforma istituzionale e legge elettorale ) sta portando a termine la trasformazione ademocratica dell’Italia, quella che auspicava Gelli e che ora attende JPMorgan, perché nulla più ostacoli la forza della legge del mercato e del profitto. La politica del PD è oggi il nemico da battere.
Dunque, grazie a questa comune analisi sono anche venute meno tutte le ragioni che hanno generato le scissioni più rilevanti di Rifondazione Comunista, che hanno visto abbandoni organizzati da parte di chi considerava fondante la relazione con il PDS-PD e la appartenenza al centro-sinistra. Questa divergenza in passato ha costituito le ragioni della nascita del Pdci per dare appoggio ai governi Prodi e D’Alema e ha generato la fine della Federazione della sinistra in nome di un possibile accordo con Bersani a cui noi ci opponemmo dopo che il PD aveva attivamente sostenuto le misure antipopolari del governo Monti, dalla riforma Fornero all’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. Le scissioni dunque non sono piovute dal cielo e hanno ridotto la forza di Rifondazione Comunista. Criticare nel documento congressuale il modo con cui Rifondazione ha costruito i gruppi dirigenti è abbastanza facile (culture diverse, esperienze diverse, eclettismo), perché si dà ragione a tutti (quale cultura politica bisognava scegliere? o quale sintesi proporre?), ma di quei passaggi cruciali, di quelle scelte politiche drammatiche nulla si dice, come se fossero un terreno neutro o comunque inessenziale nella ricostruzione della storia dei comunisti e delle comuniste in Italia dopo lo scioglimento del PCI e nel definire un profilo politico certo anche per l’oggi. Ci sembra spiacevole inoltre che alcuni dei contributi al dibattito del congresso espongano in modo caricaturale la linea e lo stato del PRC o addirittura lo considerino il “tappo” che impedirebbe il formarsi di un grande partito comunista.
Noi vogliamo invece rafforzare e rilanciare Rifondazione Comunista. Forse se il processo di rifondazione di una teoria, di una pratica del comunismo nella epoca della globalizzazione fosse stata più decisa e profonda la frammentazione che ha indebolito il PRC sarebbe stata minore. Non basta la critica allo stalinismo, in senso lato, che pure ha costruito la cultura politica del PRC ma certo la strada non è quella dell’ambiguità, della rimozione o persino dell’apologia dello stalinismo che tra l’altro avrebbe davvero poco a che fare con l’originalità della storia del PCI del cui nome ci si appropria. Rifondazione e Comunista sono termini inseparabili e reciprocamente qualificanti, indicano una necessaria tensione alla ricerca di una teoria e di una pratica politica all’altezza della forza e della pervasività culturale di quel capitalismo che dobbiamo sconfiggere, uno sguardo rivolto al futuro, la capacità di rendere il comunismo, una opzione che incuriosisce e che può appassionare al punto di accettare una militanza e una lotta difficile e incerta, una parola che dà il senso di una società possibile, dove uomini e donne hanno dignità, libertà ed uguaglianza. Abbiamo la certezza che saremo insieme ai compagni del “PCI” nella costruzione dei conflitti e delle lotte, che nel nostro paese a lungo hanno segnato il passo, che saremo insieme impegnati nella battaglia referendaria per la difesa della Costituzione e per cambiare l’ignobile legge elettorale che sancisce il governo della minoranza, nella costruzione di un movimento organizzato e plurale della sinistra alternativa, capace di dare unità e rappresentanza ai soggetti divisi e marginalizzati dalla crisi.
La crisi strutturale del capitalismo che è crisi di sovrapproduzione, accompagnata da una distribuzione ingiusta e criminale, che aumenta le povertà, la disuguaglianza e lo sfruttamento ci parla di una maturità oggettiva del comunismo. Ai comunisti e alle comuniste il compito di costruire la soggettività che sia forza determinante per questa transizione. Questa è la strada che auspichiamo che i compagni del “PCI” vogliano percorrere insieme. Come dimostrano le esperienze in Europa e in America Latina non è la moltiplicazione di sigle, il richiamo ai simboli del passato e ai grandi dirigenti del movimento comunista internazionale che facilitano il compito di dimostrare nella pratica politica la utilità dei comunisti e la desiderabilità del socialismo, ma l’avvio di processi ampi e popolari che vedano i comunisti protagonisti dell’alternativa al neoliberismo.

Giovanna Capelli - rifondazione.it

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