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Alcune domande a Giorgio Cremaschi

in relazione ai temi posti nell’articolo del 10 giugno 2005 sul giornale “Liberazione”

(28 Giugno 2005)

Sabato 25 Giugno 2005 una delegazione di operai firmatari del volantino "Alcune domande a Giorgio Cremaschi" composta da operai della INNSE presse della Mercegaglia e dell'Ansaldo ha partecipato all'assemblea preso la camera del lavoro di Milano indetta dal coordinamento delle rsu in vista del congresso della cgil distribuendo il volantino e intervenendo all'assemblea.
Vi informeremo dell'andamento dell'assemblea dopo la riunione di bilancio che faremo prossimamente.
vi alleghiamo il volantino con le firme fino ad ora pervenuteci.
saluti
La rsu della innse presse

La prima domanda.
Quale conseguenza ha una proposizione del tipo “ dopo tanti buoni propositi, sull’innovazione, la ricerca, la competizione sulla qualità, sempre sul costo del lavoro si torna a concentrare la politica reale delle imprese”?
Azzardiamo una risposta, forse perché l’obiettivo economico delle imprese è il profitto?
Oppure Cremaschi ha una risposta più articolata e si immagina che si possano avere “imprese” dirette da padroni che non puntino al profitto, oppure ancora immagina che un profitto più giusto si faccia utilizzando macchine tecnologicamente, innovative, più avanzate? Perché nascondere che queste hanno la sola funzione di succhiare più intensamente il lavoro operaio? Che vengono introdotte dove è maggiore la fame di profitto? Melfi insegna.
Perché invece non viene messo in discussione, sul piano culturale prima, sul piano rivendicativo poi, il profitto come origine e fine di un meccanismo economico che genera ciclicamente crisi e rovina degli operai?

La seconda domanda.
Perché “bisogna dirottare verso l’industria e il lavoro le ricchezze che oggi sono in gioco nella speculazione e nella finanza” come una delle leve su cui bisogna agire per affrontare la crisi? Siccome, diciamoci la verità, l’industria ha nome e cognome e si chiama Agnelli, Riva, ecc.…Il problema sarebbe ancora fare avere a questi signori nuovi capitali, a basso prezzo o come finanziamenti a perdere. Chi entrerà nei consigli di amministrazione per controllare l’uso che ne farebbero? E i nuovi profitti chi li intascherebbe? Non certo gli operai a meno che non si pensi che cento euro di più al mese siano ciò che si descrive come “dirottamento verso il lavoro delle ricchezze”.
E’ troppo audace pensare che invece di premiare i padroni “in crisi” sarebbe il caso di espropriarli poiché la produzione e la gestione della ricchezza sociale dentro il loro sistema si dimostra ciclicamente un fallimento?
Per noi no di certo, forse chiedere a Cremaschi questa audacia è troppo!

La terza domanda.
L’altra leva proposta per superare la crisi è quella di aumentare i salari “non solo come atto di giustizia, ma come strumento per la ripresa dell’intera economia…” Perché mettere quei pochi 105 euro di aumento richiesti in un quadro morale e legarlo ad un effetto macroeconomico così generale? Sono armi spuntate che bisogna abbandonare, Primo perché qualunque padrone che parte dai suoi interessi sosterrà dati alla mano che l’influenza degli aumenti salariali sull’economia nazionale, in quanto è economia fondata sul profitto, sono “rovinosi”. Secondo, nessun richiamo alla giustizia ha convinto nessun padrone ad aprire il portafogli, mai. Perché non dire semplicemente, gli operai vendono una merce che è la loro forza di lavoro, il prezzo di questa merce è determinato dai costi di mantenimento e riproduzione, i costi sono aumentati, i salari vanno aumentati e questo secondo le stesse leggi di scambio su cui si fonda la loro economia. Il salario va aumentato per non vendere sottocosto la nostra pelle e siccome come è nei fatti i padroni resistono, questa resistenza va travolta con una lotta seria, accanita. Qualcuno dovrà prendersi la responsabilità di non aver risposto subito alla rottura delle trattative con blocchi della produzione ovunque tira. Siamo invece ancora di fronte a lungaggini, pause di riflessioni, verifiche verticali ed orizzontali.
Chiediamo infine che almeno due questioni siano chiarite senza ombra di dubbio. Coloro che si definiscono per “sensibilità” sinistra FIOM chiedano esplicitamente e formalmente alla CGIL di non andare alla trattativa per ridefinire l’intesa, guarda caso del 23 luglio, che fu un cappio attorno al collo degli operai e di tutto il lavoro salariato. Nella situazione odierna c’è tutto da perdere.
Alla parte della FIOM che si dice più sensibile agli interessi operai chiediamo di denunciare qualunque manovra per scambiare orario con salario, scambio ripetutamente richiesto da Confindustria e che in qualche modo si sta facendo strada, chiediamo di non cedere nemmeno un centesimo sulla già misera richiesta contrattuale. Stare dalla parte degli operai è una collocazione che si ottiene con ragionamenti chiari sui padroni, con iniziative chiare sul come fronteggiarli.
Aspettiamo delle risposte, ad iniziare da Cremaschi.

Milano 23 giugno 2005

Operai e delegati:
Ansaldo Camozzi (Milano), RSU INNSE presse (Milano), RSU Marcegaglia Building (Milano), Siemens (Cassina De Pecchi), Siemens (Milano Bicocca, Frimont (Pogliano Milanese), STM Microelettronics (Cologno Monzese), FIAT CNH (Modena) Terim (Modena), Ex Copel (Latina), Nexas (Latina), FIOM Meritor (Cameri No), MRG (Gozzano No), Alfa Lancia (Pomigliano Na)

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