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Nel "giardino di casa" degli USA

Nel giardino di casa degli USA

(5 Ottobre 2010) Enzo Apicella
Elezioni presidenziali 2010. Il Brasile si sposta a sinistra.

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La nuova tappa in Bolivia

Due punti, quindicinale di Progetto Comunista - n. 2

(28 Giugno 2005)

Con l’assunzione della presidenza da parte del titolare della Corte Suprema, il potere politico in Bolivia si è trasformato in una perfetta nullità. Il limitato mandato di governo di cui era titolare Mesa si è ridotto a nulla. Il presidente del senato aveva accarezzato l’idea di rimpiazzare Mesa e scatenare una repressione su larga scala, ma il tentativo è stato stroncato alla radice, da un lato da una grande mobilitazione popolare, che ha circondato la città di Sucre dov’era andato a rifugiarsi il congresso, e dall’altro dalla valutazione del governo Bush e dei suoi complici di Argentina e Brasile che ci sia ancora spazio, tempo, e risorse per dominare la sollevazione popolare con mezzi democratici. A influenzare questo orientamento è stata l’incertezza sulla capacità dell’esercito di gestire il governo in forma duratura nel caso di un golpe. La praticabilità di questo intento democratizzante è stata valutata a partire dalle assicurazioni fornite da Evo Morales (segretario del Mir, partito che cavalca, a fasi alterne, le mobilitazioni. NdT) sulla disponibilità ad appoggiare con una tregua il passaggio del governo al presidente della Corte.

Il nuovo presidente, Rodrìguez Veltzè, dovrebbe all’inizio svolgere il ruolo del padrone di casa nel periodo che seguirà la convocazione delle elezioni generali. Questo compito, tuttavia, non risulta essere molto semplice, perché una cosa è mantenere il Congresso in funzione e un’altra è dissolverlo. Il Congresso è il covo dei golpisti e il rifugio della destra boliviana, e così la sua continuità è un invito alla cospirazione permanente. Rimarrebbe l’enorme contraddizione di un Congresso senza mandato popolare che, tuttavia, mantiene la facoltà di legiferare e, pertanto, di governare e, dall’altro lato, di un presidente che si è innalzato al di sopra del Congresso, ma che non può fare né una cosa, né l’altra. Se il falso congresso mantiene le funzioni fino alle elezioni, potrebbe convocare una Costituente nei suoi termini e alle sue condizioni, e anche autorizzare i referendum autonomisti rivendicati dalle oligarchie di Santa Cruz. Per questo motivo solo la dissoluzione del Congresso spianerebbe la strada alle elezioni generali. Però se il nuovo presidente dimostra di non avere la capacità di farlo, questo compito elementare rimarrebbe a carico delle masse che hanno ripiegato.

Tutti i temi dell’agenda nazionale sono stati spiazzati dalla possibilità di una convocazione di elezioni generali. Evo Morales ha detto che la Costituente dovrà essere convocata dal governo che nascerà da queste elezioni. Le questioni delle autonomie e degli idrocarburi sarebbero subordinate alla Costituente. Il crocevia boliviano si è trasformato in una Matrioska: dalla richiesta della nazionalizzazione degli idrocarburi si è passati a un referendum che ha stabilito la necessità di una legge che modificasse i contratti vigenti; l’impasse con la legge è derivato dalla richiesta della Costituente, il tema della Costituente ha suscitato la richiesta che prima si votasse sulle autonomie, e l’impasse su tutte queste questioni ha causato la caduta di Mesa e la via di uscita delle elezioni. Ora si dice che il governo che da esse nascerà convocherà la Costituente, che deciderà sul petrolio e le autonomie. Non sono, tuttavia, necessari i sondaggi di opinione per sapere che nessun partito conquisterà la maggioranza elettorale per il presidente, né nel parlamento. Hanno vestito la Matrioska per svestirla di nuovo.

Il crocevia boliviano si riduce a due questioni di fondo. In primo luogo se l’imperialismo s’impegna a fondo nella via democratica e organizza un’intesa tra Evo Morales e una futura coalizione dei partiti di regime. In questo caso dovrebbe accettare alcune modifiche alle condizioni leonine dei contratti sugli idrocarburi firmati dallo spodestato Sànchez de Losada. Non è chiaro se l’imperialismo adotterà questa strada, che imporrebbe un’intesa non solo con Kirchner e Lula, ma anche con Chàvez. Per contenere la bellicosità degli sfruttati Boliviani si dovrà ricorrere a tutte le carte della diplomazia internazionale. Se l’imperialismo s’impegna a fondo nella via democratica (e per fare ciò dovrà lasciare in sospeso alcune rivalità interimperialiste, che è la cosa più ardua), le masse boliviane dovranno attraversare una nuova esperienza politica del tipo di quella vissuta con l’Udp del nazionalista Siles Duazo negli anni ’80, che culminò con un completo fallimento. Nessun tentativo democratizzatore potrà rimuovere il fatto che gli idrocarburi, per le masse boliviane, si sono trasformati in una questione di vita o di morte. Le successive vittorie popolari contro la privatizzazione dell’acqua e altre risorse hanno sviluppato una coscienza nazionale che non potrà esser sradicata se non con una controrivoluzione.

L’altra questione di fondo sono, per l’appunto, le masse. La lunga crisi ha messo a nudo il ruolo di immensa cerniera di Evo Morales, tra i lavoratori e l’imperialismo. Evo Morales segue una strategia perfettamente definita, consigliato da un gruppo di professori arrivisti, che si riduce a impedire che qualsiasi tentativo popolare fuoriesca dalla cornice democratica. La resistenza impegnata contro la pretesa della destra di far precedere i referendum autonomisti alla Costituente e, poi, il modo in cui ha fatto abortire il colpo tentato dal presidente del senato Vaca Diez per restare al governo, ha reso evidente una coscienza politica e una strategia assai chiare.

L’evoluzione politica della lotta popolare dipende dai diversi scenari che si presentano, se il Congresso non sarà disciolto, per esempio, potrebbe crearsi una situazione rivoluzionaria in pochi giorni. Però se l’imperialismo si impegnerà a fondo un rammendo democratico sarà necessario un lungo compito di chiarimento politico per forgiare un’avanguardia rivoluzionaria che possa offrire un’alternativa di potere ai politici del capitalismo.

Jorge Altamira

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