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Scrivere è come viaggiare senza la seccatura dei bagagli

(2 Settembre 2016)

A proposito del rapporto che si instaura, inestricabilmente, tra militanza politica e scrittura, mi sorge una riflessione. A partire dall'esigenza di far ricorso alla parola scritta, anzitutto, ma non solo, per ragioni di militanza politica. Uno scopo che condivido e metto in pratica anch'io. Io scrivo per motivi di lavoro e per finalità riconducibili alla propaganda politico-ideologica (se così vogliamo dire). Ma non scrivo solo per tali necessità. Scrivo anche e soprattutto per un bisogno esistenziale: per una sorta di "legittima difesa". Come suggerisce un'arguta e formidabile battuta umoristica di Woody Allen. Non mi limito a scrivere per essere letto ed apprezzato dalla massa. Il "gregge" lo lascio volentieri ai "pastori". Non mi interessa nemmeno raggiungere il traguardo tanto ambito o anelato da giornalisti, pennivendoli e blogger, cioè la popolarità, né riscuotere i consensi e le simpatie altrui, o conseguire il successo e la "gloria". Ancor meno mi preme esibire il "buon senso". Una prerogativa che riservo volentieri ai benpensanti e ai moralisti, che sono sempre in agguato. Tantomeno mi preoccupo di dispensare prediche. Le lascio ai preti e ai baciapile di ogni confessione religiosa. I valori a cui tengo sono l'etica (intesa come giustizia sociale) e l'estetica, concepita come ricerca del bello. Da non confondersi, banalmente, con la bellezza squisitamente esteriore. Ebbene, che cosa potrei guadagnare nello scrivere contenuti spiacevoli o sgraditi al "gusto medio" della gente? Soldi? Fama? Visibilità? Nisba. Allora, cosa? Ricerco tutt'altro. Direi che mi trovo costantemente alla ricerca, ma non saprei spiegare esattamente di cosa. Le strade della ricerca potrebbero rivelarsi errate, ma il punto essenziale consiste nell'intraprendere il cammino, insistere con tenacia ed onestà in un "viaggio senza valigie". Così scriveva Emilio Salgari: "scrivere è come viaggiare senza la seccatura dei bagagli". Ecco, dunque, la ragione latente della mia grafomania: un'irrefrenabile istanza di libertà interiore.

Lucio Garofalo

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