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Sam Millar, "On the brinks, Memorie di un irriducibile irlandese"

Milano, Milieu, 2016, pp. 326, € 16,90.

(21 Settembre 2016)

on the brinks

Nello scenario dell’editoria indipendente italiana, la Milieu di Milano va distinguendosi per la pubblicazione di biografie o autobiografie di quei personaggi segnati da un’esistenza picaresca tra il banditismo e il sovversivismo: irregolari, ribelli, militanti politici, artisti e altro. Per questa pubblicazione, sulla bella immagine di copertina si staglia un titolo color verde che ci riconduce ad un passato/presente di vita e di lotta. È l’autobiografia, il memoir, di Samuel Ignatius Millar, oggi scrittore e sceneggiatore di successo, un tempo ragazzo combattente tra le fiamme dell’Irlanda del nord. Nato e cresciuto a Belfast, in Lancaster street. Un’infanzia disagiata, alcuni lavori per tirare avanti, come quello in un mattatoio, tra la violenza contro i più deboli, gli animali da macello, e il cattivo odore nauseabondo, da cui Sam rifugge: triste presagio degli scenari futuri. Sebbene di padre protestante, tra gli anni Sessanta e Settanta Sam si schiera con gli oppressi, in questo caso i cattolici irlandesi che, proprio nel crocevia del Sessantotto, riprendevano la battaglia per la liberazione di quella che è stata considerata l’ultima colonia interna al Vecchio continente. Una lotta che s’inserisce nel flusso dei movimenti di liberazione del Terzo mondo, Vietnam, Palestina, e delle minoranze oppresse, in particolare i neri negli Stati Uniti, con le Pantere nere da esempio, e in Sudafrica. Gli irlandesi sentono anche loro di lottare contro l’apartheid, di essere una nazione oppressa da un’altra nazione. Gli stessi irlandesi cui, a tal proposito, spettano molti primati. Sono stati i primi immigrati economici, e cioè i primi a subire discriminazioni spettanti oggi ad altri popoli in fuga, in Inghilterra e negli Stati Uniti. L’indipendentismo irlandese ha fatto certo da apripista, a partire soprattutto dal 1916, per quelli futuri, venuti in essere a seguito del Secondo dopoguerra. Basti pensare che il termine boicottaggio, guarda caso uno degli strumenti di lotta più noti, prende il nome da un proprietario terriero inglese, Charles Cunningham Boycott, vessatore, che la Lega irlandese dei lavoratori della terra invitò a danneggiare economicamente e moralmente, costringendolo a lasciare l’Irlanda.

Per Sam, come per molti suoi connazionali e coetanei, il battesimo di fuoco, fuor di metafora, avviene la domenica del 30 gennaio 1972, a Derry, quando i militari britannici aprirono il fuoco contro la Marcia pacifica per i diritti umani trucidando tredici manifestanti: è la famigerata Bloody sunday. Da qui il precipitare degli eventi, individuali e collettivi, con l’ingresso di Sam nell’Irish republican army (Ira), per una Repubblica irlandese, indipendente e socialista. Poi l’arresto e l’internamento nel carcere-lager di Long Kesh: otto anni in un posto dimenticato da dio, e dalle gerarchie cattoliche, tra angherie, soprusi e torture d’ogni tipo, con la testardaggine irlandese che però non viene meno alla propria fama e torna ad essere d’esempio dinanzi al mondo. In quel luogo dell’orrore, infatti, si conducono lotte interne, scioperi della fame (come quello che porterà al martirio di Bobby Sands, nel 1981) e la Blanket protest, la protesta delle coperte con cui si avvolgono i prigionieri politici. All’autore, in quei frangenti, è stata d’aiuto la rievocazione dei cari eroi dei fumetti, soprattutto l’incredibile Hulk che, per il suo pigmento, non avrebbe potuto che patteggiare per gli irlandesi. E questo è stato oggetto di dibattito tra i detenuti.

Infine, nel 1983, la fuga, e poi via verso gli Stati Uniti. Così Millar, l’irriducibile irlandese, si trova con il papillon da croupier in un casinò newyorchese in piena epoca reaganiana, ma la normalità non dura molto. A porvi fine una clamorosa rapina ai depositi della multinazionale delle consegne Brinks (bordi, margini, cigli…), portata a termine assieme ad un sacerdote, con l’Fbi che però ha la meglio. Di nuovo, quindi, il carcere sino alla possibilità, concessa da Clinton, di ritornare a Belfast, nel giungo 1996.

Due anni dopo, gli Accordi del venerdì santo, 10 aprile 1998, che hanno avviato un processo di pace per le Sei contee dell’Ulster che, al momento, non ha subito considerevoli inversioni di tendenza, sebbene certi conflitti non si risolvano mai del tutto. Del resto, i muri nella Belfast dove vive oggi Sam sono ancora lì ma, fatto sintomatico, si è sviluppato anche un turismo sui luoghi man mano considerati della memoria, con un approccio sempre più filologico. Sul versante dei social, ineludibile oggi per ogni analisi dei comportamenti culturali, troviamo molti riferimenti alla causa nordirlandese. Tra i tanti va citata la pagina Facebook “The Irish brigade”, dedicata al ricordo dei martiri, alla cultura nazionale e al folklore, non senza una certa dose di ironia e autoironia, le stesse che emergono anche da questo, entusiasmante e coinvolgente, racconto di vita.

Silvio Antonini

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