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SOGGETTI E OGGETTI NELLA BATTAGLIA ELETTORALE PER LA CASA BIANCA

(24 Novembre 2016)

trump-clinton

Il processo elettorale delle presidenziali statunitensi ci ha mostrato una forte conferma dell’attuale fase storica: la classe lavoratrice non è soggetto politico ma è oggetto elettorale. In un quadro caratterizzato da un elevato astensionismo, che riguarda massicciamente gli strati proletari, il voto operaio è comunque risultato determinante. La sconfitta della candidata democratica Hillary Clinton è maturata infatti negli Stati della “cintura della ruggine”. Se l’ex segretario di Stato ha mantenuto allo schieramento democratico le tradizionali roccaforti della costa Est ed Ovest, è evidente il peso nell’esito finale della perdita di quelli che erano Stati a consolidata tradizione democratica come Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. In questi Stati lo spostamento del voto di una classe operaia legata ad aree di vecchia industrializzazione e sottoposte a drastici processi di delocalizzazione ha fatto la differenza a favore della vittoria finale del candidato repubblicano Donald Trump. Il magnate è riuscito a imporsi come rappresentante di un fronte borghese critico verso quel processo di intensificazione degli scambi e della circolazione di capitali a livello internazionale in genere definito come “globalizzazione”. Sono strati borghesi che hanno subito o rischiano pesantemente di subire questo processo, non avendo le caratteristiche di quei grandi gruppi capitalistici internazionalizzati che nel gioco del dare/avere della cosiddetta globalizzazione possono avvantaggiarsi. È infatti evidente che l'opzione della delocalizzazione, dell'investimento all'estero di capitali, può rivelarsi conveniente e sostenibile, a fronte della parallela apertura del mercato interno alle merci e ai capitali stranieri, per quelle imprese che hanno la dimensione economica, finanziaria e politica adeguata.
Discorso ben diverso vale per le imprese minori, legate alle grandi imprese attraverso meccanismi di indotto o concentrate in settori tendenzialmente non proiettati verso il mercato estero. Questo dato di fatto è alla base della formazione dei due blocchi elettorali: quello di Hillary Clinton, sostenuto apertamente dalla grande stampa e dalle élite urbane delle due coste, quello di Donald Trump a cui in genere sono stati attribuiti tratti populisti. A questo proposito, occorre chiarire come racchiudere la competizione elettorale nelle categorie di populismo e anti-populismo in riferimento all'appartenenza o meno, alla sintonia o all'ostilità, a ciò che viene definito establishment, costituisca un'interpretazione superficiale, del tutto fuorviante, se assolutizzata, e destinata a lasciare nell'ombra la sostanza del confronto politico. Che siano establishment o meno, i blocchi sono entrambi e graniticamente a guida borghese. Borghesi sono gli interessi assolutamente prioritari che sono chiamati a rappresentare e difendere. Interessi differenti, contrastanti, ma completamente inscritti nella comune dimensione della borghesia. Il blocco populista – un blocco cementato intorno ad un nocciolo di interessi medio-piccoli borghesi centralizzati da un'espressione del grande capitale (da questo punto di vista, il modello della terza Italia centralizzata dalla proposta politica berlusconiana non è un parallelo ingiustificato) – ha mostrato di possedere maggiormente le carte in regola per attrarre il voto di quella componente elettorale formata da proletari, da lavoratori autonomi dalle condizioni di vita proletarie, sottoposta ormai da tempo ad un processo di precarizzazione, di accrescimento dell'instabilità o di erosione delle aspettative economiche e sociali. In aree risultate cruciali nella sfida elettorale, il voto di quello che viene definito “uomo comune” ha premiato Trump. Ciò non deve stupire in quanto è il frutto di un processo che è proseguito per decenni, modificando profondamente, insieme al quadro sociale e agli equilibri politici borghesi, le modalità e le possibilità di utilizzo in chiave elettorale della classe operaia. Nella politica borghese contemporanea questo utilizzo può avvenire sostanzialmente attraverso due modelli. Nel primo caso, il blocco a guida grande borghese, caratterizzato da una leadership di gruppi concentrati e fortemente connessi con il mercato internazionale, in grado di saldarsi con gli ambiti politici e ideologici più blasonati, per poter manovrare il voto delle fasce proletarie (numericamente determinante, anche in una realtà caratterizzata da un marcato astensionismo come quella statunitense, visto il peso demografico schiacciante del lavoro subordinato in una realtà capitalistica avanzata), necessita di poter far leva su organizzazioni di stampo opportunistico, socialdemocratico o tradunionistico che facciano da tramite, da veicolo, da organizzatore della presa ideologica e politica di questi gruppi capitalistici sulla classe lavoratrice. Ma la storia degli ultimi decenni nelle maggiori centrali imperialistiche è stata la storia dell'attacco e dell'abbandono di questo modello. È stata la storia di una formidabile offensiva, che ha unificato le più varie frazioni borghesi, contro i meccanismi e le forme di relativa tutela e regolamentazione dell'utilizzo della forza-lavoro ereditate da una fase precedente. Un'offensiva che andava a vantaggio sia delle frazioni che così preparavano il terreno ad un'accelerazione degli scambi e della mobilità a livello internazionale sia di quelle che comunque incassavano una deregulation che le avvantaggiava anche su scala minore. I nodi della contraddittoria dinamica capitalistica sono però inevitabilmente venuti al pettine: se oggi il grande produttore può vantaggiosamente trasferire la produzione o parte di essa in Messico, un vantaggio che può compensare gli effetti di una più intensa concorrenza globale, il produttore statunitense che opera nell'indotto o il commerciante in qualche modo legato alla presenza sul territorio della concentrazione lavorativa rischia concretamente di trovarsi schiacciato in una morsa senza via di uscita. La protesta, le istanze di queste frazioni possono però trovarsi in condizioni favorevoli – fosse solo per una oggettiva contiguità sociale con l'esistenza e le condizioni della classe operaia – per poter intercettare e utilizzare il bacino elettorale proletario. Condizioni che possono diventare straordinariamente favorevoli in un contesto dove le forme “classiche” di opportunismo sono state ridotte al lumicino, dove le maggiori organizzazioni sindacali hanno perso via via credibilità (tra gli applausi scroscianti dei giornali e dei politici della borghesia, sempre pronti ad incensare il sindacalismo “moderno” e “responsabile”), dove, in sintesi, si sono drasticamente ridimensionati gli strumenti e le modalità politico-organizzative con cui il grande capitale internazionalizzato può manovrare il voto proletario. Il blocco populista ha così colmato i vuoti lasciati dall'indebolimento, sociale prima che elettorale, dell'alternativo blocco borghese. Il mutamento nei registri ideologici ne è una conseguenza. Ridottisi sempre più i presupposti sociali di un blocco grande borghese “progressista” (nelle sua varianti internazionali come quella europeista) con la classe operaia in funzione di massa di manovra, si è andato affermando, e il caso statunitense è solo quello più eclatante, un blocco medio-piccolo borghese e comunque critico verso la liberalizzazione internazionale, in grado di strappare al polo avversario il controllo elettorale del voto proletario. In questa fase, la concretizzazione politico-ideologica di questo secondo blocco non può, in ragione delle sue basi sociali, delle sue specifiche modalità di esercizio dell'influenza sulla classe operaia, che risultare una forma di populismo.
In diverse metropoli imperialistiche il fenomeno di ascesa, se non di addirittura di insediamento al Governo, di questo tipo di blocco (con tutte le varianti determinate dalle specificità storiche delle varie realtà) ha ormai assunto i tratti di una regolarità capace di esercitare una funzione ostativa nei confronti delle direttrici espresse da settori capitalistici ad alta concentrazione e con un ruolo di punta nelle economie nazionali, ma in difficoltà nel tradurre questo peso in proporzionale forza elettorale. Il tentativo di questi settori di invertire tale tendenza ed affermare per via elettorale le proprie istanze non può che passare per un'azione volta ad incrinare il blocco populista. Non è per nulla da escludere che questo tentativo si concretizzi anche con uno sforzo di rilancio di organismi, ambiti, ideologie di stampo “solidaristico” e tradunionistico, seppur con ogni probabilità in forme molto differenti rispetto ai precedenti storici, con cui contendere con maggiore efficacia al blocco populista il controllo elettorale del proletariato.
In ogni caso dobbiamo attrezzarci per saper interpretare correttamente i futuri sviluppi della lotta politica borghese, che si annunciano intensi e gravidi di multiformi manifestazioni. L'indipendenza di classe non potrà in nessun caso risultare dal prevalere di uno dei blocchi elettorali e politici borghesi, tesi in ogni caso a subordinare e utilizzare la classe lavoratrice. Non potrà però nemmeno risultare dalla semplice, seppur sincera e tenace, ripetizione rituale della sua necessità. L'indipendenza di classe non potrà che essere una conquista politica, derivante dalla capacità delle minoranze più coscienti di impostare una lotta basata sulla concreta comprensione dei vari blocchi borghesi, del divenire dei loro rapporti di forza e delle loro modalità e possibilità specifiche di influenzare la nostra classe.

Prospettiva Marxista

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