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L'angoscia dell'anguria

L'angoscia dell'anguria

(24 Luglio 2013) Enzo Apicella

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No e poi? Il cimitero delle crocette

(9 Dicembre 2016)

nino taranto e totò 2

A differenza di tanti storici prezzolati, spesso pagati ben oltre le loro capacità per i servigi che rendono a sua maestà Il Capitale, noi crediamo che il voto NO nel referendum del 4 dicembre abbia una valenza maggiore dell’antipatia nei confronti di Renzi, anzi diciamo senza mezzi termini che il voler scaricare sul personaggio fiorentino le colpe della sconfitta del SI nasconde un trucco molto meschino: oscurare le vere cause che risiedono in una difficoltà generale di un sistema economico, politico e sociale che comincia a mostrare crepe da tutte le parti; e l’Italia non è fuori dal mondo. Cos’era e cos’è tuttora in palio? Una riforma costituzionale che centralizzasse in un potere politico più snello le decisioni da prendere in una fase di crisi molto più seria di quello che si vuole raccontare. Renzi era – e il renzismo è ancora – la maschera dietro cui si nascondono precise necessità, quelle della Confindustria e delle Banche, cioè quei poteri forti che in altri anni si sarebbe detto della grande borghesia, che per poter sopravvivere alla concorrenza in questa crisi deve camminare sui morti, senza scansare amici e parenti. E gli amici e parenti sono tutti quei settori di ceto medio produttivo e commerciale – basta guardare al voto del Veneto – che nella fase di sviluppo dell’accumulazione si sono arricchiti ai danni delle classi di poveri cristi – quel famoso proletariato – e che oggi si ritrovano insieme a dire NO contro il nemico comune impersonato da Renzi. I grandi centri di distribuzione, le grandi catene di ipermercati producono chiusura dei piccoli esercizi e precarizzazione per i lavoratori. Ma la crisi di sovrapproduzione produce anche chiusure di impianti industriali e delocalizzazioni, dunque vere e proprie stragi di operai e aumento della disoccupazione e ulteriore precarietà. Dunque settori della piccola industria costretti a chiudere perché sconfitti dalla concorrenza e dalle leggi del mercato e contemporaneamente rapinati dalle banche, le quali a loro volta per non fallire rapinano i propri correntisti che a loro volta ululano alla luna– ovviamente contro Renzi – insieme a quegli operai che non riescono ad afferrare l’infame impersonalità del capitale e - a giusta ragione – si uniscono nel grande fiume del NO al governo Renzi. Ma Renzi non è solo repressione, fame e miseria, altrimenti non avrebbe preso il 40% dei voti, ma innanzitutto il tentativo di compattare con la Confindustria una parte del proletariato e del ceto medio, che in questa crisi tiene, per camminare insieme, come nazione Italia, sui morti, dentro e fuori la patria. Un discorso non molto diverso da quello che ha fatto Trump negli Usa o che continuamente fanno personaggi alla Briatore. Non è un caso che il SI abbia vinto per esempio a Milano: il messaggio è chiaro è forte: se non c’è spazio (la famosa carità pelosa) per tutti, gli ultimi si arrangino, noi si prosegue per la nostra strada; camminando sui morti? pazienza! E’ la legge della giungla: mors tua vita mea.
La prova della nostra tesi sta nei risultati elettorali, nell’alta percentuale dei votanti rispetto agli aventi diritto e nella valanga del voto composito sul NO. Renzi – cioè Confindustria e Banche – contro tutti, e tutti contro Renzi. Per paradossale che possa apparire, il vero sconfitto – sul piano di una volontà espressa con una croce su una scheda in una cabina elettorale – è sua maestà Il Capitale, e innanzitutto il suo massimo esponente, cioè quella Confindustria e i suoi strumenti affini, le Banche, che non riescono più a prospettare un futuro per le nuove generazioni. Insomma l’albero non riesce più a rinverdire, non si annunciano più nuove primavere. E allora? L’allarme maggiore degli analisti è il NO dei giovani e delle regioni più povere. Avrebbe detto Nino Taranto rivolgendosi a Totò: «E che te credivi: cach’era»? Scandalo degli scandali: Renzi ha spaccato il paese in due. Ecco il dramma vero di cui si preoccupano quelli del fronte composito del NO, una spaccatura del paese che può lacerare il tessuto unitario nazionale. Giustissima preoccupazione! La domanda d’obbligo è: ma veramente pensate che si possa tenere unito un paese in queste condizioni? Facciamo parlare la Confindustria: «l’indebolimento del ceto medio, i troppi che restano indietro senza lavoro e senza speranza, un dualismo che si allarga e segna solchi, civili prima ancora che economici,tra le due Italie, povertà e diseguaglianze diffuse»1. Dice il materialista: come fai a tenere insieme con le idee quello che viene diviso alle necessità materiali? Ma Renzi ha rappresentato – e il renzismo ancora rappresenta - il tentativo della Confindustria e delle Banche di sopravvivere in un Sistema sempre più in crisi. Cosa propone la Confindustria attraverso il suo organo mediatico come soluzione? «Questo paese […] ha bisogno di produttività, competitività, …»2. Altrimenti detto l’altra faccia del trumpismo in versione europea o italiota, una ulteriore complementarietà tra operai e padroni per battere la concorrenza di un’altra complementarietà di altri operai e padroni, magari a decine di migliaia di km. di distanza. O poveri imbecilli, ma veramente credete più alla forza della vostra fantasia che alla forza delle leggi della materia? Veramente credete di poter rilanciare un sistema economico con le stesse leggi che l’hanno portato alla crisi dalla quale non s’intravvedono vie d’uscita? E così voi sareste una classe dirigente? “ma mi faccia il piacere”, avrebbe detto il saggio Totò. Siamo allora alla solita domanda: ma insomma che cosa bisogna fare? A questa domanda tutti si danno da fare per trovare una soluzione a un problema che non può avere soluzione all’interno delle leggi che lo hanno prodotto. Se il problema è l’aumentata concorrenza fra merci e nazioni la soluzione non può essere un’accelerazione ulteriore della concorrenza; se la libera concorrenza ha prodotto come necessità del Capitale la mondializzazione, la soluzione non può essere il ritorno al protezionismo (solo gli stolti possono pensare a un ritorno indietro della ruota della storia) ; solo chi non conosce le leggi del mercato può illudersi e illudere fino
a questo punto. E allora? Lo diciamo chiaro e tondo: mentre tutti si dimenano per trovare la soluzione i comunisti (quelli veri, non gli infatuati delle istituzioni democratiche poste a garanzia del modo di produzione capitalistico) non sono dei solutori, per il semplice motivo che il modo di produzione capitalistico non presenta nessuna ipotesi di soluzione al suo modo irrazionale di funzionare. Si può – perciò – discutere solo di soluzioni che ne abbrevino l’implosione. Tradotto in parole ancora più chiare questo vuol dire che mentre Renzi, cioè Confindustria e Banche, da un lato, e Grillo e grillame vario, dall’altro lato - cioè tutte quelle espressioni politiche di quei settori falcidiati dalla crisi – si adoperano per aiutare il capitalismo a razionalizzarsi, i comunisti, ritenendo che ciò non sia possibile, non vogliono in alcun modo contribuire a seminare illusioni e si rivolgono a tutte le categorie ribelli che rincorrono l’illusione di un ritorno allo status quo ante, cioè a come hanno vissuto per i decenni passati. E’ nostro compito denunciare le leggi del modo di produzione quali cause della loro crisi e facciamo appello non a una guerra contro le fasce più deboli della società,alla Salvini che invita a inforcare gli immigrati, o il grillismo che invoca aiuti per la piccola e media impresa contro il proletariato ad esse assoggettato e compagnia bella – secondo la legge delle tegole poste in pendenza che scaricano l’acqua dall’alto in basso – ma in un fronte comune di lotta. Le crocette lasciamole lì dov’è giusto che stiano: nei cimiteri a ricordare chi ci ha preceduto. Qui si tratta di incominciare sul serio a infrangere le leggi del capitale basate sulla concorrenza, sui prezzi, sul mercato e così via. I comunisti non hanno una soluzione di governo dell’economia capitalistica nazionale e internazionale, ma sanno proporre solo la lotta degli sfruttati e degli oppressi perché l’uomo come specie della natura solo in presenza della forza riesce a razionalizzare le risposte alle sue necessità comuni. Chiuse le urne, cominciano i balzelli sulle alchimie governative e legislative, una lotta a coltello fra le varie anime – del SI e del NO - che difendono a ogni costo il modo di produzione capitalistico e si candidano al suo capezzale per rianimarlo. In questa spirale vengono risucchiati anche quei settori proletari che pur di rifuggire dalla lotta si accontenterebbero di qualsiasi briciola. Così facendo, per tutti quelli delle categorie più oppresse il NO rischia di diventare un punto di arrivo per chissà quali ulteriori lidi illusori,mentre per i comunisti - ben inteso: non quelli che corrono al primo rumor di trogolo - la parola d’ordine è una sola: la lotta.Pertanto diciamo ai lavoratori, ai disoccupati, ai precari, ai giovani senza prospettiva, ai pensionati, ai piccoli borghesi falcidiati dalla crisi, agli studenti, scrollatevi di dosso l’illusione che con la vittoria del NO cambi qualcosa per voi, i poteri forti si riorganizzeranno e punteranno a utilizzare indifferentemente i Renzi o/e i Grillo, i Nardella e/o i Di Maio, iSalvini, i Brunetta e i Berlusconi, i Bersani e gli Speranza, e via di questo passo. Ci resta l’unica e sempre valida parola d’ordine che ha caratterizzato il movimento degli oppressi e sfruttati: la lotta! È l’unica arma che riesce a far ragionare i potenti! Aiutiamoli a ragionare!

1 Il sole 24 ore di martedì 6 dicembre
2 Ibid.

Michele Castaldo

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