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Violenza sulle donne

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(30 Luglio 2013) Enzo Apicella

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LE LEGGI RAZZIALI IN ITALIA

(29 Aprile 2017)

Dal n. 52 di "Alternativa di Classe"

vignetta ultra-razzista 2

Una vignetta che ben esemplifica la propaganda ultra-razzista associata al colonialismo italiano.
Da corrieredellemigrazioni.it

Abbiamo già documentato (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno IV n. 47 alle pagg. 10 e 11) le nefandezze dell'imperialismo italiano in Libia, “condite” dal disprezzo verso le popolazioni autoctone, durante le “imprese” avvenute nei primi anni del '900, prima, cioè, dell'avvento del fascismo e della stessa Prima Guerra Mondiale, con il governo del democratico/liberale Giovanni Giolitti. Il contesto coloniale, anche quando coperto dalla retorica, che intendeva dipingere gli invasori come “liberatori”, non potè nascondere i propri intenti oppressivi agli occhi dei socialisti più conseguenti.
Il filo conduttore, che più rivela le radici del razzismo nazionale, ci pare essere, però, la significativa storia degli “àscari”, truppe africane, prevalentemente eritree, ma formate anche da sudanesi e yemeniti, che fin dal 1887 furono inquadrate ufficialmente come “Regio Corpo Truppe Coloniali” al servizio del Ministero delle Colonie. Inizialmente si era trattato di truppe mercenarie, organizzate da un “avventuriero” albanese, tale S. Hassan, assoldate dai vari ras etiopi in occasione dei loro dissidi guerreggiati. Nel 1885 l'Italia le acquistò, con le relative famiglie al seguito, aggregandole al primo Corpo di spedizione in Africa Orientale, durante l'avviata campagna di conquista della Eritrea.
L'aggregazione delle truppe africane all'esercito nazionale ha poi creato una mitologia di presunti rapporti idilliaci nel tempo con una “Eritrea felix”. Ma la realtà è molto diversa. Le truppe di colore, che, più per condizione che per volontà, collaborarono al progetto coloniale, costituivano solo la “bassa forza”, mentre i relativi ufficiali erano sempre tutti “italiani doc”. Vennero, infatti, subito individuati i soggetti più servili, nominati “graduati” (gli sciumbasci, che poi diverranno, al massimo, sottufficiali, cioè gli equivalenti dei marescialli) e dotati di uno scudiscio per “badare” ai soldati. Questi (gli àscari) venivano fatti marciare scalzi, mentre abbondavano le punizioni corporali, affidate, sprezzantemente, agli stessi sciumbasci. L'unica concessione era quella di tollerare l'usanza di tenere con sé le proprie famiglie, che, del resto, si occupavano anche delle necessità dei soldati, al posto della struttura ufficiale.
Dal 1889 i battaglioni divennero quattro, e per nuovi arruolamenti di àscari era prevista, fra l'altro, una prova con estenuanti marce lunghe fino a 60 km. Nello stesso anno l'Italia terminò la conquista dell'Eritrea, che nel 1890 divenne ufficialmente colonia italiana. La sua gestione fu subito attenta a prevenire possibili ribellioni, attraverso strategie di emarginazione e divisione degli indigeni. Del resto, l'importante posizione geografica sul Mar Rosso, acquisita fino dal 1882 (Assab e, poi, Massaua), andava assolutamente mantenuta e, semmai, ampliata da parte del giovane imperialismo italiano.
Fino dal 1889 la storia italiana in Eritrea fu contraddistinta da crimini sessuali: molestie, stupri, atti di pornografia, ed anche pedofilia. Il bottino dei “bianchi”, oltre alla terra ed alle sue risorse, era rappresentato fondamentalmente dalla merce “donna nera”, di cui si poteva disporre a totale piacimento: ciò venne usato, peraltro, come “promozione” per attirare coloni italiani. Queste forme di razzismo erano funzionali agli interessi imperialisti di quella fase di sviluppo, che era di tipo coloniale.
Il sistema carcerario, poi, era formato da campi di lavoro e campi di internamento, di cui il più disumano fu certamente quello di Nocra, in un'isola a 55 km. dalla costa, dove i reclusi lavoravano in una cava di pietra. Proprio da lì, nel Marzo 1893, si verificò un tentativo di fuga di massa: i protagonisti furono catturati e tutti “passati per le armi”... La descrizione che ne fece nel 1901 un ufficiale italiano rivela come (prima ancora del lager italiano descritto a pag.11 di ALTERNATIVA DI CLASSE Anno IV n. 47) si trattasse di un vero campo di sterminio ante litteram: “I detenuti, coperti di piaghe e di insetti, muoiono lentamente di fame, di scorbuto e di altre malattie; non un medico per curarli, 30 centesimi per il loro sostentamento, inscheletriti, luridi, in gran parte hanno perduto l'uso delle gambe, ridotti come sono a vivere costantemente sul tavolato alto un metro dal suolo.”
Durante la Prima guerra etiopica, combattuta dall'Italia tra il 1895 ed il 1896, per allargare il proprio dominio nell'Africa orientale, degli àscari, usati come carne da macello, ne morirono almeno duemila, soprattutto eritrei; i vincitori abissini risparmiarono, invece, la vita a sudanesi, somali e dancali catturati, fermando, per il momento, l'espansionismo italico in Africa orientale, con la caduta, fra l'altro, del governo della “Sinistra storica” di Francesco Crispi.
Nei confronti della Somalia l'Italia si era mossa diversamente, attraverso accordi con i vari sultani dell'area, per contrastare influenza e presenza, soprattutto, di Francia e Regno Unito nel Golfo di Aden, che dava l'accesso al Mar Rosso. Nel 1894 si accordò col Regno Unito per una spartizione delle rispettive zone di influenza, creando solo nel 1905 una vera colonia, per poi costituire nel 1908 la “Somalia italiana”. Fu allora che il “Regio Corpo Truppe Coloniali” si articolò nel “Battaglione indigeni eritrei” e nel “Battaglione arabo-somalo”. Proprio nel 1908 il Piano regolatore di Asmara, la capitale eritrea, prevedeva un quartiere abitato interamente da italiani “bianchi”, costringendo eventuali proprietari eritrei a svendere, per trasferirsi altrove: la discriminazione prendeva la forma di “segregazione razziale”.
Negli anni seguenti l'utilizzo degli àscari, sempre prevalentemente eritrei, fu generalizzato a tutte le armi ed integrato al progetto coloniale in corso di rilancio, ma “come classe inferiore, con funzioni subalterne e servili”. Il fascismo, al governo dal '22 con B. Mussolini, tentò di costruire anche “truppe cammellate”, utilizzando reparti libici, ma per la repressione della “rivolta senussita”, iniziata nel '23 in Libia, dovette comunque fare ricorso agli eritrei, più provati ed affidabili. Sedata tale rivolta, ad essi affidò compiti di polizia nel '32. Nel frattempo in Eritrea si approfondì la segregazione con la proibizione ai neri di vestire alla maniera dei bianchi, esercitare certi lavori e frequentare gli stessi luoghi pubblici.
Il razzismo coloniale fascista fu caratterizzato da una stretta connessione tra la necessità di una politica demografica volta alla “salvezza” della “razza bianca” da ogni “contaminazione” con razze ritenute inferiori, ed il problema della denatalità, avvertito come sintomo di decadenza “della nazione”. La “civiltà dell'uomo bianco”, poi, non poteva certo abdicare verso l'espansione delle “razze gialla e nera”.
Era dal 1903 che si succedevano “leggi fondamentali” sulle colonie, ma di scarsa operatività; fu solo il fascismo, con la Legge n. 999 del 6 Luglio 1933 (Legge organica per l'Eritrea e la Somalia italiana), che riuscì a trasformare in legge operante la segregazione razziale, che passava da situazione di fatto a situazione di diritto. La Legge ed i successivi decreti attuativi stabilivano che i nati nell'Eritrea e nella Somalia italiana da genitori ignoti venissero dichiarati “cittadini italiani” quando i caratteri somatici ed altri eventuali indizi avessero fatto fondatamente ritenere che entrambi i genitori (art. 17), o uno solo (art. 16) fossero di “razza bianca”. Le discriminazioni si basavano, così, su di una analisi antropologica etnica delle caratteristiche fisiche!
Dopo la crisi del '29, l'Italia fascista, decisa a rilanciare il prestigio nazionale nel mondo, ripetè nel '34 l'aggressione all'Etiopia, quando si verificò un provvidenziale “incidente di confine”. Nell'estate del 1935 Mussolini iniziò a formulare con più chiarezza le sue idee razziste, e, data anche l'inconsistenza scientifica del termine “razza”, incaricò una commissione “tecnico-scientifica” di studiare dei provvedimenti per fermare il formarsi di una generazione di mulatti in Africa Orientale.
Il 3 Ottobre '35, senza dichiarazione di guerra, e perciò contro il parere della “Società delle Nazioni”, ma scientemente contando sulla loro acquiescenza, le truppe italiane entrarono in Abissinia, ed il loro comando venne affidato nel mese successivo al Maresciallo Badoglio, che ne sarebbe poi divenuto “Vicerè”. La sera del 9 Maggio 1936, infatti, dopo che il 7 Maggio l'Italia la aveva annessa ufficialmente, il Duce da Palazzo Venezia annunciava la fine della guerra e proclamava la nascita dell'Impero. Anche in questa guerra era stata utilizzata quella che era diventata la principale risorsa “prodotta dall'Eritrea”: gli àscari; si stima che ne morirono circa 4500...
Gli “studi razzisti” promossero un nuovo ordinamento, varato nel Giugno 1936, che escludeva la possibilità per i meticci, nati da un genitore bianco rimasto ignoto, di ottenere la cittadinanza italiana. Ed è proprio del Giugno '36 un articolo della Gazzetta del Popolo, che, rinnegando la “faccetta nera, bella abissina...”, parlava con ribrezzo della donna africana. Lo stesso Indro Montanelli (storico “mentore” politico di Marco Travaglio), che aveva acquistato una bambina eritrea di dodici anni per 500 Lire a scopi sessuali, nel Gennaio dello stesso anno su “Civiltà fascista” aveva riaffermato per iscritto la superiorità “bianca”.
Mentre continuava ed aumentava la segregazione in Eritrea, il 13 Febbraio '37, durante una cerimonia tenutasi ad Addis Abeba, due giovani nazionalisti eritrei, contro il lento genocidio, compirono un attentato al Generale R. Graziani, in cui persero la vita 4 fascisti. Nella immediata rappresaglia italiana, durissima, in tre giorni furono uccisi circa 4mila africani (perciò in un rapporto di 1000 a 1...).
Esattamente 80 anni fa il Regio Decreto Legge n. 880 del 19 Aprile 1937, convertito con modificazione dalla Legge n. 2590 del 30 Dicembre 1937, e denominato “Provvedimenti per i rapporti tra nazionali ed indigeni”, è stata la prima legge italiana di tutela della razza (e la prima in Europa), rivolta in particolare agli italiani che vivevano nelle colonie africane. Era composta da un solo articolo, che vietava i matrimoni misti ed il cosìddetto “madamismo”, cioè il “concubinaggio” con donne africane. Il Decreto punisce da 1 a 5 anni di carcere gli italiani, che si macchiano del delitto biologico di "inquinare la razza" e del delitto morale di "elevare" la donna africana al proprio livello, perdendo così il prestigio che gli deriva dall'appartenenza alla "razza superiore".
Anche i regolamenti militari divennero più duri per gli àscari eritrei, prevedendo, per le punizioni, ulteriori umiliazioni. Nel Giugno '38 sulla rivista culturale quindicinale “La difesa della razza” apparve un articolo intitolato “L'incrocio con gli africani è un attentato contro la civiltà europea”. Il 15 Luglio 1938 fu pubblicato per la prima volta il "Manifesto della razza", realizzato da alcuni scienziati, che cercarono di fornire una base scientifica (peraltro inesistente, visto che la classificazione minima prevista nel regno animale è la “specie” o, al massimo, la “sottospecie”) come giustificazione alla diversità razziale. Sempre nel '38 uscì il R.D.L. 1728 del 17 novembre 1938 (“Provvedimenti per la difesa della razza italiana”), che diede ufficialmente inizio alla campagna contro gli ebrei, ampliando il raggio delle discriminazioni. Poi la Legge n.1004 del 29 giugno 1939 (“Sanzioni penali per la difesa del prestigio della razza di fronte ai nativi dell'Africa italiana”) vietò espressamente il matrimonio con individui di “razza camitica, semitica ed altre razze non ariane”.
Successivi decreti vietarono la contiguità con dormitorii indigeni, la frequentazione di quartieri ed esercizi pubblici indigeni, istituirono trasporti separati e fu introdotto l'incredibile reato di “lesione del prestigio della razza”! Ancora, il 13 maggio 1940 con la Legge 822 (“Norme relative ai meticci”) si abolì la possibilita di ottenere la cittadinanza italiana per tutti gli abitanti non italiani “doc”, ma anche per le italiane maritate a sudditi dell'Impero, ed ai bambini di sangue misto di genitori ignoti. Insomma per il fascismo ed i cultori della razza ariana il meticciato era un grosso problema, ed infatti le leggi emanate avevano lo scopo almeno di limitarlo, perchè era la prova vivente di una commistione, che indeboliva il dominio dei conquistatori e minacciava la loro integrità antropologica, sminuendo la propria razza. Per ridurre il pericolo di questa contaminazione era necessario dimostrare che gli italiani appartenevano alla razza ariana, anzi alla razza “italiana pura”, che i popoli, che nel tempo avevano occupato il Paese, non avevano inquinato.
Alla luce di quanto detto, si capisce che il razzismo in Italia, come discorso politico coerente, corredato dalle leggi razziali, e non come generale cultura, che, invece, come abbiamo visto, era già presente, non nasce preliminarmente, come certo pensiero attuale vorrebbe far passare, contro gli ebrei, ma in risposta al timore del meticciato in esito alla vittoria militare in Etiopia, con le relative leggi promosse dal 1936 e riguardanti le popolazioni indigene africane appartenenti sì all'Impero italiano, ma "non facenti parte della nazione italiana". Ed è proprio su questo piano che razzismo e antisemitismo si incontrano, in perfetta continuità nella politica italiana e nella vita pubblica; l'antisemitismo ed il razzismo in Italia sono stati assunti come "estranei", non correlati alla storia nazionale, ma scaricati sul nazismo, e si continua a far passare che lo Stato borghese italiano prefascista sia senza macchie: il ritornello del “bravo italiano” o degli “italiani brava gente”!...
Ritenere che sullo sviluppo della politica razziale italiana contro gli ebrei abbia avuto un'influenza determinante la Germania nazista, vuol dire sottovalutare il ruolo del fascismo e nascondere la continuità, pur nell'evidente salto di qualità, tra la prima e la seconda fase della persecuzione antisemita, cioè dalla persecuzione dei diritti a quella delle vite. E così, coprendo la responsabilità del fascismo nella prima fase, si attenua o si annulla la responsabilità del regime nella seconda fase, quella della vera e propria deportazione degli ebrei.
Come abbiamo già visto le leggi razziali del 1938 ed i successivi decreti furono rivolti prevalentemente, ma non solo, contro le persone di origine ebraica; esse furono lette pubblicamente per la prima volta il 18 Settembre 1938 a Trieste da Mussolini, in occasione di una sua visita alla città. Comprendevano il divieto di matrimonio tra italiani ed ebrei, il divieto per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto per tutte le pubbliche amministrazioni di avere dipendenti ebrei, il divieto di trasferirsi in Italia a ebrei stranieri, il divieto di svolgere le professioni di notaio e giornalista, il divieto di iscrizioni dei ragazzi ebrei alla scuola pubblica, l'espulsione degli insegnanti ebrei dalle scuole pubbliche, ed altre vergognose discriminazioni, che resero la vita della popolazione ebraica (circa 47mila persone) veramente difficile e penosa.
Dopo l'armistizio dell'8 Settembre 1943, e precisamente il 13 Dicembre 1943, iniziò anche per gli ebrei italiani il periodo di deportazione e sterminio. Il 25 Luglio 1943 Vittorio Emanuele III° ed il Governo Badoglio (la sua firma appare nella lista dei provvedimenti razzisti) avevano lasciato in vigore le Leggi razziali. Esse saranno abrogate sei mesi dopo, con i Decreti nn. 25 e 26 del 20 Gennaio 1944, la cui entrata in vigore fu però rinviata, senza nessuna giustificazione, al "giorno in cui saranno dichiarate le ostilità con la Germania"...
Va ricordato che nella Seconda Guerra Mondiale fu altissimo il contributo di sangue degli àscari del Regio Esercito, che, nonostante le discriminazioni, non si esitava ad utilizzare “al fronte”, ed il loro coraggio in battaglia è rimasto famoso, divenendo una sorta di scusa, finchè ci sono stati, per qualsiasi loro utilizzo... Fino al 1946 in Italia la voce "razza" compare nei certificati di polizia, e solo con il 1987 risulta abolita la struttura legislativa delle leggi razziali. Se di" corpo estraneo" per lo Stato ancora si parla nel linguaggio corrente, si dovrà almeno rilevare che gli anticorpi non sono poi così forti...
Se nel XIX° secolo il razzismo rappresentava l'ideologia dello sfruttamento selvaggio delle colonie, dopo la crisi economica e sociale del '29, negli anni trenta del XX° secolo anche la generale intolleranza verso il capitale finanziario, spacciato “dall'informazione” come “causa della crisi” stessa, veniva indirizzata, specialmente in Germania, ma non solo, contro l'ebreo, personalizzato come “avido banchiere”. Il fascismo operava da una parte annientando tutti i punti di appoggio del proletariato, organizzazioni sindacali, partiti, ecc., dall'altra sfruttando la debolezza rivoluzionaria del proletariato stesso, per volgere le masse contro falsi obiettivi, che di certo non intaccano realmente il potere del capitale.
Oggi, le varie leggi anti-immigrati, che si susseguono, non sono ancora a livello delle leggi apertamente razziali del fascismo, ma hanno contenuti certamente discriminatori e repressivi. “....omissis.... Questa spirale di discriminazione e repressione nei confronti degli immigrati non fa altro che alimentare xenofobia e razzismo, anche tra gli sfruttati italiani, portati, così, a considerarli degli “intrusi”, pronti ad insidiare loro il lavoro; la violenza istituzionale alimenta il razzismo nella forma di guerra fra poveri! E' così che un razzismo più o meno strisciante, la violenza del proprio stupido senso di superiorità occidentale si fa strada nelle scuole, ma soprattutto nei posti di lavoro e nei quartieri, divenendo, ancora una volta, discriminazione di classe: un nero di successo è, di fatto, equiparato ad un bianco, mentre un nero disoccupato è visto come un delinquente da cacciare, invece che un fratello di classe, cui unirsi. Battere il razzismo, bandirlo tra i lavoratori è più che mai fondamentale per sgombrare il campo da equivoci e perseguire gli interessi di classe” (da “IL RAZZISMO”, Opuscolo tematico n. 1 – Gennaio '07, a cura del Circolo ALTERNATIVA DI CLASSE a pag. 16).

Alternativa di Classe

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